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Hereafter

«Via il dente, via il dolore: “Hereafter” (2010) è il peggior film diretto da Clint Eastwood dai tempi di “Firefox”».

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Via il dente, via il dolore: Hereafter (2010) è il peggior film diretto da Clint Eastwood dai tempi di Firefox. Volpe di fuoco (1982). Più noioso di Changeling (2008), ancora più inutile di Flags of our Fathers (2006). Asmatica e monoritmica, l’ultima fatica dietro la macchina da presa di uno degli ultimi monumenti hollywoodiani procede nel vano tentativo di inseguire e raggiungere modelli sparsi: dall’emulazione effimera di un Inarritu più telefonato che mai mista ad un ossessivo complesso d’inferiorità nei confronti di Al di là della vita (1998).

Guardi Hereafter e non riesci a smettere di domandarti come uno staff tanto altisonante possa soltanto pensare di concepire un così clamoroso buco nell’acqua. Regia svogliata, montaggio inesistente, sceneggiatura talmente sciatta e striminzita da far rimpiangere il Paul Higgis di Crash (2006), come se la nobile penna di Peter Morgan fosse stata sostituita da quella di un qualunque stagista alle prime armi: incapace di fare detonare i sentimenti e di condurre lo spettatore a empatizzare con i personaggi; incredibilmente freddi, glaciali e distanti, nonostante il tema in questione meriterebbe di essere trattato percuotendo ben altre corde emotive. Tre mondi per tre sguardi, quelli di George (che conosce), Marie (che vede) e Marcus (che vorrebbe vedere), controcampi del campo che perdono pian piano efficacia e credibilità, sfiorandosi senza incontrarsi mai e rischiando, addirittura, di andare incontro all’ironia involontaria (il cappellino smarrito nella stazione della metropolitana).

Dopo la catartica celebrazione del ritorno alla vita sul quale si poggiava il già non entusiasmante Invictus (2009), Eastwood compie il più classico dei passi più lunghi della gamba: esce dal seminato, tentando, finanche, di strizzare l’occhio a Ken Loach (i due fratelli londinesi figli di madre tossica), e finisce per condannare a morte il suo cinema. L’ormai consueta riflessione sull’assenza di una struttura familiare e un accertato rigurgito di una contraddittoria laicità di fondo, infatti, non bastano (più) a salvarlo. Hereafter è un suicidio. A conti fatti, se morte doveva essere, sarebbe stato meglio fermarsi all’ultima inquadratura di Gran Torino (2008).

Luca Lombardini

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