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FILM DA VEDERE

The Limits of Control di Jim Jarmusch, con Tilda Swinton e Bill Murray

“The Limits of Control” riporta il cinema di Jim Jarmusch ai fasti di “Ghost Dog”, che forse rimane il suo film migliore. Dopo un decennio di tentennamenti, il regista americano ritrova la strada di quel peculiare surrealismo raggelato e laconico che costituisce la sua cifra prediletta

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The Limits of Control è un film del 2009 di ispirazione noir diretto da Jim Jarmusch. Tra le influenze stilistiche del film si può citare Senza un attimo di tregua di John Boorman, Frank Costello faccia d’angelo di Jean-Pierre Melville e la cinematografia di Jacques Rivette. Per scrivere la colonna sonora del film, Jim Jarmusch si è affidato principalmente al gruppo rock giapponese Boris. Con Con Tilda Swinton, Bill Murray, Gael García Bernal, John Hurt, Paz de la Huerta, Isaach De Bankolé.

Trama
The Limits of Control racconta la storia di un personaggio misterioso e solitario, uno straniero in terra spagnola, le cui attività sono sempre meticolosamente al di fuori della legge. Non crede a nessuno e i suoi obiettivi, dunque, non vengono mai divulgati e resi noti. Il suo percorso, simile a un “sogno lucido”, lo porterà non solo attraverso la Spagna ma dentro la sua coscienza.

The Limits of control riporta il cinema di Jim Jarmusch ai fasti di Ghost Dog, che forse rimane il suo film migliore. Dopo un decennio di tentennamenti, il regista americano ritrova la strada di quel peculiare surrealismo raggelato e laconico che costituisce la sua cifra prediletta. The Limits of control iscrive l’estro visionario entro i limiti di una progressione circolare, fatta tutta di rimandi cifrati, rime interne, motivi ricorrenti, reiterazioni con piccole variazioni, come in un pezzo di musica minimalista o in un rituale esoterico. Una coreografia di segni narrativi e stilistici, che si ripropongono e si ricombinano fra di loro ciclicamente, per comporre un meraviglioso affresco del Nulla. Ma non è un Nulla grigio, apatico, abulico, come nei film in b/n del regista: piuttosto un Nulla creativo, fantasioso, lisergico. Viene in mente un’opera forse capitale del cinema contemporaneo, quell’Holy Motors di Leos Carax che un paio di stagioni fa celebrò la futile ma affascinante ricchezza della creazione cinematografica a fronte del più totale vuoto di senso, scaturito dalla morte del racconto filmico. E fa piacere apprendere come un regista fra i più importanti del cinema post-moderno degli anni ’80 e ’90 sia ancora in grado di dire la sua su una scena terminale, ma al contempo rigenerata, come quella cinematografica “d’autore” di questi ultimi anni.

Il film ricorda il citato Ghost Dog, di un decennio più vecchio, col quale Jarmusch esaltava il paradosso di una moralità fuori dal Tempo (il protagonista era un rapper/gangster nero che si comportava seguendo i codici desueti dei Samurai, suscitando imbarazzo e incredulità); anche qui il protagonista è un killer nero, solitario, quasi muto, che pratica la meditazione zen, ma c’è una differenza fondamentale col predecessore: ogni morale, ogni logica, ogni senso, ogni residuo di umanità è stato prosciugato. Il “racconto” si avviluppa in una geometrica e barocca composizione in cui è la forma a dominare sul contenuto: non contano infatti le disquisizioni dei personaggi sull’arte, la musica, il cinema, la scienza, la spiritualità. A contare è piuttosto la rigorosa collocazione e alternanza dei tratteggi formali: dal ralenti che accompagna tutte le entrate in scena degli enigmatici personaggi all’intervento della musica (splendido soundtrack noise/psichedelico) nei momenti di “trascendenza”, dai tormentoni verbali attribuiti ogni volta a figure diverse (persino un cantante di flamenco) alla matematica giustapposizione di dettagli ricorrenti (i due caffè espresso, le due scatole di fiammiferi, il bigliettino).

Come uno Jodorowski spogliato da orpelli sciamanici e marxisti, come un Lynch sfilacciato e alla luce del sole, Jarmusch realizza un quadro di necessaria auto-referenzialità, un giro a vuoto in un universo sotto-culturale dove il Sistema (rappresentato da un triviale e grottesco Bill Murray, barricato in un bunker che è sineddoche di un astratto Potere occulto, rigorosamente statunitense) si sconfigge a forza di immaginazione, di messaggi in codice, di passaparola, di slogan, di un miscuglio kitsch di cultura e fuffa. La suggestiva ambientazione iberica (Madrid, Siviglia, il deserto andaluso), l’atmosfera onirica, la galleria di incontri criptici e di simboli indecifrabili, la presenza di un erotismo represso (la ninfa Paz de la Huerta, sempre nuda e tentatrice), il sottotesto politico eversivo (che però emerge solo nel finale) saldano il conto col Maestro assoluto del surrealismo, un certo Don Luis Bunuel.

  • Anno: 2009
  • Durata: 116'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA, Giappone
  • Regia: Jim Jarmusch