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CONVERSATION

Con la testa sulle spalle: conversazione con Denise Tantucci, protagonista di Buio

In attesa di vederla nel prossimo film di Nanni Moretti, Denise Tantucci è protagonista assoluta di Buio, favola dark di Emanuela Rossi, in cui l’attrice si immerge, anima e corpo, nella complessità di un'opera capace di parlare a ognuno di noi

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Quando ti ho contattato la prima volta, mi parlavi di lezione all’università. Mi piaceva partire da questo aspetto non secondario nella vita di un’attrice, ovvero continuare a studiare nonostante un impegno con il cinema così totalizzante.

Guarda, non ho mai visto lo studio come un sacrificio perché sono sempre stata una di quelle che definiresti secchiona. Mi piace studiare, prendermi del tempo per leggermi un libro, che sia un romanzo o un giornale impegnativo o un libro di testo. È proprio uno spazio che mi serve per riequilibrarmi. Adesso sto frequentando Fisica, sono al terzo anno.

Dunque, ti interessi a una disciplina che ti dà gli strumenti per comprendere la realtà da un punto di vista il più delle volte invisibile o sconosciuto ai più. La conoscenza del dato scientifico aiuta la tua mente nella comprensione dei fatti.

Trovo tutto questo enormemente affascinante. Il motivo per cui sto continuando a studiare – e continuerò a farlo dopo la triennale attraverso il corso di laurea magistrale – è perché sento che più riesci a capire quello che ti sta intorno e più ti viene voglia di sapere. In particolare, sono interessata all’ambito particellare, quello di cui si è molto parlato in occasione del premio Nobel del 2012 relativo alla cosiddetta “particella di Dio”, il Bosone di Higgs . Tutto quest’ambito mi affascina tantissimo. Capire come funziona l’infinitamente microscopico.

Che poi diventa universale.

Sì, assolutamente universale. È davvero un ambiente bellissimo, un po’ come il cinema che mette insieme tante culture: la scienza fa lo stesso. Io mi trovo benissimo nell’ambiente universitario.

Una cosa che mi affascina, e che un po’ riguarda anche il cinema e il tuo ultimo film, è la fisica quantistica. La scoperta delle energie e di come noi, come esseri umani, anche solo guardando un avvenimento lo possiamo condizionare.

È un paradosso. Inizialmente tutta la teoria quantistica è stata introdotta con una serie di esperimenti mentali, come si era fatto anche con la teoria della relatività. Si era consapevoli di presentare una dottrina che andava contro il senso comune delle persone, perché se tu dici a qualcuno che con la tua osservazione puoi influenzare quello che ti sta intorno, lui ti risponde che non è possibile. Il paradosso sta nel fatto di di guardare qualcosa senza sapere che è ancora tutto in divenire. Però per come la si studia adesso, la quantistica è un linguaggio fatto e finito. Senza di essa non esisterebbe la fisica dei nostri giorni. In realtà, sono già cinquant’anni che esiste tale sodalizio, ma chiaramente il linguaggio comune non l’ha ancora metabolizzato.

Diciamo che le energie le trovavamo anche nei dipinti del Cinquecento e del Seicento, rappresentate in quella sorta di aurea che incorniciava i volti dei personaggi. Giotto, Leonardo e molti altri c’erano già arrivati.

Sì, certe volte sono sensazioni che poi con il tempo e un poco alla volta qualcuno riesce a formalizzare.

Parlando dei tuoi inizi, tu ti trasferisci a Roma quando sei ancora giovane per iniziare a lavorare nel mondo dello spettacolo. Dopo molta televisione, esordisci al cinema con Likemeback, mentre Buio è il tuo secondo lavoro. In che modo la gavetta televisiva ha indirizzato il proseguo della tua carriera?

È vero, ho fatto molte serie tv. Diciamo che questo è stato il motivo principale per cui mi sono trasferita a Roma, quando era ancora giovane. Prima frequentavo dei corsi, poi sono passata a un’accademia a Roma, facendo avanti e indietro da Ancona. Quando è arrivato il primo grande lavoro, cioè Un medico in famiglia, che in pratica mi portava ad essere sul set tutti i giorni per circa otto mesi, è stato necessario trasferirsi nella capitale. Questo è accaduto quando avevo quindici anni.

Questa scelta, come pure con la decisione di continuare a studiare, fa pensare a una persona con la testa sulle spalle. Lo dico perché per riuscire a tenere tutto insieme ci vuole coraggio e carattere.

Sì, diciamo che non è stato facile, perché serve davvero molto sforzo per mantenere tutto insieme. Non ho trascorso un’adolescenza così libera, spensierata e tranquilla. Non che mi sia pentita, ma mi rendo conto che gli anni passano. So che ho ventitré anni e dire questa cosa sembra un po’ stupida, però il fatto di aver fatto così tante cose a un certo punto te ne fa sentire il peso, quindi ogni volta che vai avanti con gli anni senti una responsabilità sempre maggiore.

Al cinema sei approdata da poco però, per come te la cavi in un ruolo difficile come quello di Buio, dimostri di saper tenere la scena da attrice consumata. In realtà, se si guarda il tuo curriculum, è fitto di titoli e, dunque, di esperienza davanti alla macchina da presa. Insomma la televisione è servita a prepararti al grande salto.

Si, ho fatto quattro o cinque film e parecchie serie tv. Sicuramente è con Likemeback che ho scoperto un mondo. L’approccio cinematografico è molto diverso da quello televisivo, sia per i rapporti che costruisci che per il tempo che dedichi a quello che interpreti e alla storia che vuoi raccontare. Il film di Leonardo Guerra Seragnoli per me è stata una rivelazione: non avrei mai pensato di fare una scelta così radicale, perché la mia è stata anche una scelta, quella cioè di provare a non fare più televisione.

Sei uscita dalla tua zona di comfort.

Si, assolutamente si.

Anche perché Likemeback come peraltro Buio sono due film impegnativi, girati in condizioni estreme. Il primo quasi del tutto all’interno di una piccola imbarcazione.

Sì, vero. Inoltre, è stato quasi del tutto sulle nostre spalle, parlo di Likemeback. Insieme alle mie colleghe abbiamo lavorato sulla sceneggiatura e sui personaggi. Leonardo ci ha dato molta, ma molta libertà di costruirli a partire da una sua idea. Si è trattato di combinare la sua visione con le nostre personalità allo scopo di metterci in contatto con quelle che potevano essere le nostre pulsioni da esseri umani più che da attori. Quindi è stato doppiamente pesante, perché dovevi interpretare una parte che un po’ ti rappresenta e un po’ no. Ad esempio, può capitare che ci siano dei litigi fittizi che però possono nascondere qualcosa di vero. Il rapporto con Angela (Fontana, ndr) e Blu (Yoshimi,ndr) è stato incredibile perché si è evoluto tantissimo e adesso siamo super legate, come succede se trascorri insieme qualcosa di vero. Quindi, sì, è stato impegnativo ma molto bello. In Buio è stato diverso. In un certo senso, ero da sola.

In Buio sei protagonista assoluta, avendo accanto gli altri personaggi.

Sì, è stato un percorso collettivo ma diverso. In Likemeback eravamo in tutti i sensi sulla stessa barca (ride, ndr).

La preparazione di quel film comprendeva anche il fatto di crearvi un profilo social – uno per ciascun personaggio -, al fine di diminuire la forbice tra realtà e finzione. Come attrice di cinema, come si riesce a dosare le due parti, quella che appartiene alla tua personalità e l’altra, mutuata dalle biografia del personaggio? In fondo, si tratta di un gioco di svelamenti e di maschere in cui ci si deve difendere dal rischio di un’eccessiva esposizione.

Questa è la chiave del nostro lavoro. C’è chi riesce a farlo rimanendo una persona sana di mente e chi invece si fa del male. Io non lo so se ho trovato la chiave giusta, il fatto è che in Likemeback pensavo di non centrare assolutamente alcunché con quel personaggio, eccezion fatta per la passione nei confronti dello studio; salvo scoprire similitudini inaspettate. Può quindi capitare di approcciare un personaggio con distacco e con la curiosità di scoprirne le reazioni in determinate circostanze, per poi rendersi conto – al termine del percorso – di aver capito molto più di te stesso rispetto a quello che non volevi ammettere all’inizio. In Buio, chiaramente, c’è una situazione estrema, quindi è difficile trovare dei punti di contatto con la propria vita o, almeno, fortunatamente per me non ne avevo in quel senso. Certo, bisogna far attenzione, perché quando lavori con un personaggio difficile e complicato come quello di Stella e in una situazione così opprimente, perché lo era davvero, il rischio di perderti esiste. Per Buio abbiamo girato un mese e mezzo in quella casa con un freddo assoluto, insetti, polvere. Poi non potevo mangiare perché la parte prevedeva che dovessi stare a dieta. In più sentivo di dovermi prendere cura delle mie due “sorelline” perché non essendo attrici mi rendevo conto che per loro era tutto molto più pesante. In un certo senso, dovevo sostenerle dal punto di vista lavorativo. Con Braccialetti rossi ho capito che quando tratti un tema come quello della malattia un po’ di quella roba finisce per entrarti dentro. È tutto finto e quando finisci il ciak magari ci fai una risata su, ma comunque sei sempre lì.

In Buio, oltre che dalla regia di Emanuela Rossi, si rimane colpiti dalla tua interpretazione. È una di quelle per cui si potrebbe tirare in ballo il metodo dell’Actor Studio per la maniera in cui riesci a calarti nel personaggio. Le reazioni fisiche ed emotive di Stella sembrano davvero le tue. Qui torniamo all’importanza di rimanere in equilibrio con se stessi per non fare come Daniel Day Lewis, passato alla storia per la difficoltà di uscire fuori dai suoi ruoli.

Sì, è assolutamente così. Per quanto mi riguarda non c’è stato un momento in cui, prima di iniziare a girare, io abbia detto “diventerò quel personaggio, comincerò a vivere come ci sia l’apocalisse e come se sentissi su di me tutte le angosce del mondo”. Non è stato così, perché almeno razionalmente non è un processo che mi appartiene. Io voglio entrare in empatia con il personaggio. Se procedessi diversamente, dicendo “ok, da domani inizierò a fare il tossicodipendente o altro”, lo sentirei finto, forzato o comunque caricaturale. Non è da me. Io devo arrivarci tramite l’empatia e il ragionamento. Ho bisogno di riflettere sulle cause che determinano il personaggio. È un approccio scientifico, però è quello che mi fa sentire più fedele e giusta nei confronti dei miei. Poi, se hai una dieta che ti costringe a non mangiare per una come me la cosa diventa davvero dura. Immergersi in una situazione come quella, con tutte le difficoltà insite nella costruzione del ruolo e nella tipologia del set, rende vero ciò che stai vivendo. Anche se tu non provi le stesse sofferenze previste dalla sceneggiatura alla fine arrivi a sentirle lo stesso.

Il ruolo di Stella prevedeva che la sofferenza emotiva coincidesse con quella del corpo. Si trattava di lavorare su un doppio registro per dare riscontro di questa duplice afflizione. Un dualismo presente anche sul piano dei rapporti con gli altri, perché in alcuni momenti ti comporti come una bambina, in altri da madre.

Sì, sono felice che questa cosa sia venuta fuori perché è esattamente quello che voleva Emanuela e volevo anch’io; quindi se l’hai percepita sono molto contenta.

Si percepisce benissimo ed è uno degli aspetti degni di nota la tua interpretazione.

Grazie!

Da quello che hai appena detto si deduce di avere a che fare con un’attrice che interroga molto regista e sceneggiatura.

Sì, perché chiaramente una sceneggiatura può nascondere un miliardo di cose. Anche io scrivo e quindi so cosa vuol dire, però spesso il plot non ti dice tutto, non essendo in grado di sostituire il quadro o il  background che gli autori hanno in mente. Quindi, per me è fondamentale parlare con il regista o con lo sceneggiatore o, comunque, con chi ha in testa il quadro generale. Perché se poi mi faccio un’idea diversa dalla loro diventa più difficile lavorare insieme. Solo tenendo conto di tutte le informazioni si costruisce qualcosa che possa essere emotivamente plausibile. Come esseri umani, sappiamo che i drammi accadono e si superano, ma lasciano segni indelebili. Un personaggio, una persona cambiano a seconda degli input esterni che hanno ricevuto. Dunque, ho bisogno di sapere la storia com’è, in tutte le sue sfaccettature, poi una volta incamerate le informazioni rielaboro i dai alla maniera di supercomputer (ride, ndr).

Pensavo a interpretazioni che sono frutto di film coraggiosi e forti come lo è Buio. A riguardo, mi viene in mente un regista come Lars von Trier, il quale riesce a ottenere dai suoi attori delle performance strepitose come è successo a te, lavorando insieme a Emanuela.

Troppo gentile.

Per riuscirci il regista danese arriva quasi a vessare gli interpreti, sottoponendoli a routine difficili da sostenere, anche dal punto di vista del lavoro e dei rapporti umani. Emanuela è stata una regista altrettanto dura? L’ho chiesto anche a lei nell’intervista che le ho fatto.

E lei cosa ti ha risposto?

Di sì, e cioè che è stata esigente.

Dunque confermo, perché lo è stata.

Nei film di von Trier sembra quasi che la sofferenza dei personaggi sia un riflesso della condizione vissuta sul set dagli attori. Senza esagerare, è risaputo che tali situazioni sono stimolate dall’intervento anche duro del regista danese. 

Sì, con Emanuela ci siamo scontrate spesso su questa cosa. Io capisco l’esigenza del regista e mi va bene. Ho finito da poco di lavorare con Nanni Moretti in Tre piani e spesso c’è stata la necessità di girare anche quaranta volte la stessa scena. Ci sono diversi tipi di esigenze. Intendo dire che non sono sempre d’accordo che un’insistenza spinta porti a buoni risultati. Io riesco ad essere abbastanza razionale, non mi arrabbio e non mi offendo, quindi riesco a gestire queste situazioni. Però, in taluni casi, ho visto che una mano troppo dura finisce per inibire gli interpreti. Detto questo amerei girare con von Trier, adoro i suoi film.

Anche perché von Trier mette le attrici nella condizione di tirare fuori il meglio delle loro possibilità. È successo con Bjork, che da esordiente ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Eh si, in Dancer in the dark è fantastica.

Per usare un termine molto di moda, sei un’attrice resiliente, ovvero capace di adattarsi anche laddove ci sono dei comportamenti non utili al fine del risultato.

Diciamo di sì.

Rispetto a Buio, un altro momento che tu riesci a rendere davvero bene è quello del dualismo e cioè l’ambiguità rispetto al rapporto tra Stella e suo padre. Non entro nei particolari, anche perché il racconto ha delle sorprese che meritano di essere lasciate al piacere della visione. A essere interessante è il fatto che a un certo punto – e parlo della scena in cui Luce le confessa dell’arrivo delle mestruazioni – non si capisce se il tuo personaggio sia geloso del rapporto tra il padre e sorella minore o se, invece, la stia proteggendo da lui.  C’è poi il senso di colpa vissuto da Stella. Anche in questo caso l’interpretazione può essere duplice. Da una parte potrebbe nascere dalla responsabilità di essere complice del genitore, dall’altra dal fatto di credere alle cose spiacevoli che quest’ultimo le rinfaccia.  Senza svelare troppo del film, volevo chiederti che idea di sei fatta per poterti immedesimarti nello stato d’animo della protagonista?

Questo dualismo assumeva risposte diverse a seconda delle scene. Chiaramente, alla fine di tutto prevale il sentimento materno verso mia sorella, però è vero che la dinamica moglie-amante è molto forte. Non bisogna comunque trascurare l’istintività di una donna che si sente ferita, spiegando tale sentimento anche alla luce del trauma con cui la ragazza è cresciuta e che, appunto, ne ha deviato la personalità. È normale quindi che in momenti alterni venga fuori l’aggressività tipica della donna ferita e gelosa. Questo, per esempio, era quello che pensavo nella scena ambientata in salotto, in cui lei guarda il padre ballare con la sorella. Quello era il sentimento dominante, poi controbilanciato dall’istinto di progettare Luce.

La bellezza del film è che fino all’ultimo tutte le ipotesi sono plausibili. Nonostante l’origine della tragedia sia rimossa e lasciata fuori campo, la tua bravura è quella di farla sentire allo spettatore, che la può leggere nei segni presenti nella tua figura. Osservandoti è come se si potesse intuire quella deviazione originale senza che venga raccontata. Mi sembra una cosa non da poco.

Come detto anche sopra, si trattava di obiettivi fissati da Emanuela, per cui se questa cosa emerge vuol dire che abbiamo lavorato bene.

Dopodiché il film è a dir poco visionario rispetto al tempo presente. Le prime immagini, con mascherine calzate e distanziamento sociale, non lasciano indifferenti.

Sì, è incredibile.

Rivederne immagini polarizzate su uno stile di vita e secondo le accortezze che sono le stesse che oggi ci vengono chieste per evitare il contagio provoca una sensazione molto forte, soprattutto per chi ha avuto modo di vedere il film lo scorso Ottobre, all’anteprima organizzata da Alice nella città. Pensavamo che fosse fantascienza e invece adesso è realtà. A te oggi che effetto fa?

Prima che scoppiasse questa pandemia che ci sta costringendo in casa, con Emanuela parlavamo di Buio come di un film di genere a metà tra il fantasy e il thriller. La situazione di questi giorni, invece, rende il film drammaticamente reale e sicuramente la costrizione in casa può far immergere meglio lo spettatore nella sofferenza dei personaggi; probabilmente non c’è miglior momento per vederlo se non questo. La storia delle tre ragazze è universale e l’apocalisse al di fuori della loro casa, vera o fittizia che sia, pur sicuramente meno grave della realtà che sono costrette a vivere, è presente, perché noi viviamo in un mondo difficile. E questo Emanuela l’ha intuito. E come dicevi anche tu, la sofferenza si vede, perché la regia lascia molto spazio al dramma interiore dei personaggi, che a mio avviso trovano una cornice perfetta nella scelta di una fotografia piena di colori accesi, seppur cupi, e una scelta musicale dalla forte componente anni ’80, simbolo della nostalgia del padre, che è un altro personaggio fondamentale e molto complesso.

Quando abbiamo presentato il film a Tallinn (al Black Nights Film Festival), subito dopo la proiezione una ragazza è venuta da me, ringraziandomi per la forza della storia raccontata, sottolineando il bisogno di storie come questa. Spero che altri possano pensarla in questo modo e sentirsi ispirati dalla storia di queste ragazze resilienti (per usare un aggettivo menzionato da te prima).

L’attualità del film è legata anche al suo sottotesto e, in particolare, alla questione della violenza domestica e al fatto che siano le donne e non gli uomini a essere recluse a causa del sole malato.

Sì, diciamo che l’intento di Emanuela era di rappresentare in maniera anche un po’ estremizzata un ideale religioso ancora presente in certe province italiane. Lei, in particolare, faceva riferimento alle famiglie ultra cattoliche, in cui fino a non molto tempo fa era imposto alle donne di rimanere a casa. Tra l’altro, sto leggendo un libro, che non c’entra con il Cristianesimo ma con l’Islam. È del premio Nobel arabo Nagib Mahfouz e nella vita quotidiana che racconta, relativa a una famiglia molto religiosa, le donne non possono uscire di casa.

Conosco l’autore, ma non mi viene in mente il titolo.

Si tratta della trilogia del Cairo, in cui si racconta la storia di una famiglia benestante del Cairo. Chiaramente parliamo di un’epoca, il 1910, diversa da quella di oggi in cui la situazione è cambiata. Ciò non toglie che anche adesso la visione delle ali più estremiste impone alle donne di non uscire, anche se da nessuna parte è mai scritto questo: né nel Corano, né nella Bibbia. Per tornare a Buio, capisco la volontà rappresentativa di Emanuela e conosco esperienze di famiglie in cui è presente questa visione delle cose.

In un momento in cui la politica si dimentica dei giovani, mi  pare che Buio annoveri tra i suoi meriti quello di segnalare la necessità di tornare ad occuparsene, mettendoli al centro del problema.

In fase di lettura della sceneggiatura insieme ad Emanuela, e successivamente in fase di riprese, questo tema non è venuto fuori. Nonostante ritenga che sia urgente il bisogno di riporre i giovani al centro della politica attuale, specialmente in Italia, non è questa l’urgenza di Buio. Piuttosto è un richiamo alla salvaguardia ambientale, alla crisi climatica, alle mostruosità edilizie che hanno distrutto panorami.

Hai lavorato con Nanni Moretti. Senza rivelare alcunché del film, mi piacerebbe sapere da te come è andata. Girare con lui è come andare all’università del cinema italiano. Hai già fatto due film, uno più riuscito dell’altro, e il terzo è destinato a confermare la tendenza. In attesa di vederlo, come è stato condividere il set con un autore così celebrato?

Guarda, è stata un’emozione. Ogni volta che andavo sul set ero emozionatissima e felicissima. Chiaramente ero un po’ in soggezione per il fatto di dover lavorare con Nanni, però lui ha la fortuna di essere circondato da una troupe che lo adora e lo rispetta tantissimo e, soprattutto, ognuno di loro rispetta e ama il lavoro che fa. Ti assicuro che non è assolutamente scontato. Stare in mezzo a un centinaio di persone che si rispettano l’un l’altro e a cui piace il proprio fare è bellissimo. Ho dei ricordi davvero felici. Sul set c’era anche una mia amica che lavorava come assistente alla regia, quindi per me era come stare in famiglia. È stato molto bello e poi mi sono davvero affezionata a Nanni.

Il “metodo Moretti” è entrato a far parte della narrazione cinematografica, soprattutto per quanto riguarda il numero di ciak necessari per ogni singola scena. Parliamo di una richiesta di attenzione che Moretti rivolge prima di tutto a se stesso e poi agli altri.

Ti dirò, è una esigenza che non ho mai trovata superflua. Noi facevamo magari un’inquadratura di una scena venti, trenta, quaranta volte, però ogni ciak era diverso. Non ce n’era uno in cui lui non venisse a dirmi: “ehi, magari questo fallo un po’ più così, o un po’ più colà o cambia il tono della voce nella battuta”. Magari sono dettagli piccolissimi, però sono cose che lui vede e nel suo quadro finale devono essere in un certo modo. Ne parlavo con questa amica prima di iniziare a lavorare con lui. Lei mi diceva di non essere in soggezione perché il rischio sarebbe stato quello di non capire più niente. Mi diceva che sarebbe bastato seguirlo per avere chiaro quando voleva una battuta chiusa in un certo modo e in un altro. In questo maniera venti ciak per un’inquadratura passano in un attimo.

È una domanda un po’ scontata ma te la faccio comunque: al termine di un’esperienza come quella immagino ci si senta cresciuti come attrice ?

Sì, assolutamente. Io penso che una persona dovrebbe passare un giorno sul set e poi capirebbe. Capirebbe, come dici, che girare con Nanni è come andare all’università.

Per finire, quali sono le attrici a cui ti ispiri e come spettatrice che cinema ti piace?

Guarda, mi ha fatto ridere, perché prima tu hai parlato di Lars Von Trier. Amo tantissimo il suo cinema, in un certo senso logorroico e tormentato, sia per le interpretazioni che per la scrittura. Il mio film preferito, anche se non tutti pensano sia il suo migliore,  è Melancholia; anche Dancer in the Dark lo è, ma il primo mi lascia sempre un qualcosa in più, mi tormenta e mi mette tristezza. Non è un sentimento bellissimo, però.

In qualche modo è catartico alla maniera della tragedia greca.

Si. Poi mi piace anche uno dei registi che mi ha fatto vedere Emanuela per prepararmi al film. Parlo di Lanthimos e del suo Kynodontas, che è stato uno dei nostri riferimenti. Anche il suo cinema è veramente disturbante. Quando ho visto ho pensato: “Mamma mia, se Emanuela lo prende come riferimento non ne uscirò viva”.

Invece, per quanto riguarda le attrici?

Io adoro Valeria Golino. Lei mi piace tantissimo. Ha una tale bellezza ed eleganza e poi è una donna super intelligente. Mi piace sia come attrice, sia come figura a trecentosessanta gradi.

L’idea che mi sono fatto al termine di questa conversazione è che tu stia “studiando” per poter, in un prossimo futuro, dirigere un film.

Mi piacerebbe tanto. Il film che sto scrivendo vorrei che si riuscisse a produrlo l’anno prossimo. Dico così perché bisogna essere sempre positivi, ma la vedo un po’ dura. Però, sì, mi piacerebbe molto andare in regia.

Si, si sente e quindi te lo auguro!

  • Anno: 2020
  • Durata: 98'
  • Distribuzione: Courier Film
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Emanuela Rossi
  • Data di uscita: 07-May-2020