Abbiamo aperto l’incontro, organizzato dal Torino Film Festival, con Olivier Assayas con una domanda apparentemente semplice, ma in realtà impossibile: Vladimir Putin si riconoscerebbe nel ritratto che Il mago del Cremlino fa di lui? È una questione che tocca il cuore stesso del film e, più in generale, il rapporto tra potere e rappresentazione. La risposta di Assayas è netta, quasi immediata: no. E non per una questione di accuratezza o di fedeltà storica, ma perché il potere, per sua natura, non si riconosce mai nello sguardo che lo osserva.
Le volevo chiedere immediatamente: secondo lei, Putin ha avuto modo di vedere questo film e, se l’ha visto, crede che il ritratto che questo film fa del personaggio possa combaciare con la realtà che lui sente di se stesso?
No. No, no, davvero penso di no, perché la realtà è una cosa e il modo in cui si vede se stesso in questa realtà è una cosa molto diversa da un film. Quando fai un film sulla realtà, con un personaggio reale, in situazioni realistiche, il protagonista istantaneamente non riconosce i luoghi, non riconosce i sentimenti, non riconosce nulla, anche se tutto è veridico.
Non so se Vladimir Putin abbia visto questo film, non so se lo vedrà, ma se lo vedesse lo troverebbe falso, sbagliato e sicuramente non in sincronia con la sua politica. Questo film, come tutti i film, è una versione della storia, una versione della realtà che prova a essere giusta, storicamente giusta, ma non può essere un documentario.
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Il cinema storico secondo Assays
Il discorso si allarga naturalmente al metodo di Assayas nel cinema storico, già sperimentato in Carlos e in Wasp Network. Il regista rivendica una distinzione molto chiara: libertà assoluta sul piano psicologico, umano, emotivo; rigore totale sul piano politico. È un equilibrio fragile, ma necessario, soprattutto quando si lavora su figure reali destinate a essere analizzate, contestate, sezionate.
Assayas racconta come Carlos sia diventato, col tempo, una delle ricostruzioni più complete oggi disponibili su quella vicenda, proprio perché capace di tenere insieme tutti gli elementi conosciuti in una forma coerente. Non una verità definitiva, ma una verità cinematografica che resiste nel tempo.
Il mago del Cremlino: un romanzo sul potere
Con Il mago del Cremlino il punto di partenza cambia. Non più il lavoro dei giornalisti, ma un romanzo. Assayas rivendica la “libertà romanzesca” del testo di Giuliano da Empoli come strumento per dire qualcosa che non è semplicemente politico, ma sulla politica. La collaborazione con Da Empoli e il confronto con Emmanuel Carrère diventano fondamentali per costruire un mondo che non pretende di essere esaustivo, ma significativo.
Il film non racconta il potere dall’esterno: lo osserva mentre si costruisce, mentre si giustifica, mentre si normalizza.
Il casting come Atto politico
La scelta degli attori per Il mago del Cremlino diventa parte integrante di questo discorso. Paul Dano, pensato fin dall’inizio per Baranov, incarna una complessità inquieta, capace di passare dalla fragilità alla minaccia in un istante. Jude Law, invece, non è scelto per somiglianza fisica a Putin anzi sembra essere stata una non scelta. Sembra che l’attore abbia compiuto un lavoro di documentazione talmente profondo da risultare indubbiamente più qualificato di chiunque altro. Ma la scelta non è ricaduta su di lui per null’altro che per la sua capacità di comprendere e restituire le stratificazioni del personaggio.
Assayas racconta un lavoro di ricerca condiviso, quasi una co-autorialità, in cui l’attore diventa un collaboratore, non un semplice interprete. Un approccio che rifiuta la caricatura e punta alla comprensione del meccanismo, non del volto.
Xenia e la generazione perduta
Ne Il mago del Cremlino, il personaggio di Xenia assume un peso molto maggiore rispetto al romanzo. È una scelta deliberata: Xenia rappresenta l’energia, la speranza e la possibilità mancata della generazione russa post-sovietica. Per Assayas, è il controcampo morale del film, la voce che costringe Baranov a uscire dal cinismo e a confrontarsi con le proprie scelte.
Xenia incarna ciò che la Russia post anni 90′, una Russia che il nostro ha avuto modo di toccare con mano, una Russia che avrebbe potuto essere e che non è mai diventata, schiacciata dal ritorno di una logica stalinista e totalitaria.
L’incarnazione del manifesto politico di Assayas
Quando gli viene chiesto che tipo di potere rappresenti oggi Putin, Assayas non usa giri di parole: per lui, Putin rappresenta il male. Non un male inconsapevole o accidentale, ma una posizione accettata, adottata, rivendicata. Tuttavia, il regista rifiuta l’idea che il cinema possa “guardare in faccia” il potere e svelarlo una volta per tutte.
Il ruolo dell’arte, insiste Assayas, non è dare risposte, ma porre le domande giuste. Se lo spettatore esce dalla sala con un’eco di quelle domande dentro di sé, il cinema ha già fatto il massimo possibile.
A.I. La domanda di oggi
Sul tema dell’intelligenza artificiale, Assayas mantiene una posizione lucida e non apocalittica. La considera una trasformazione tecnologica enorme, come lo è stata Internet, capace di produrre cose affascinanti e altre inquietanti. Ma quando si parla di arte, il punto resta la soggettività umana.
Non è lo strumento a interessarlo, ma chi lo usa e perché. L’arte, per Assayas, resta un’espressione del punto di vista umano, e difficilmente una macchina potrà sostituire questo sguardo.
Una città che torna ciclicamente
L’incontro si chiude con una riflessione condivisa su Torino, città che Assayas frequenta da anni e che considera un luogo fondamentale per il cinema indipendente italiano e internazionale. Torino, per il regista, è una città di cinema libero, inventivo, profondamente cinefilo, capace di accogliere e far dialogare le forme più vive della cultura cinematografica.
Un riconoscimento che suona anche come un atto d’amore verso una tradizione che continua a resistere.
In conclusione
Più che un’intervista, l’incontro con Olivier Assayas si è rivelato una riflessione aperta sul cinema come strumento di interrogazione del presente. Il mago del Cremlino non pretende di spiegare il potere, né di smascherarlo definitivamente. Si limita, con rigore e inquietudine, a mostrarne i meccanismi, lasciando allo spettatore il compito più difficile: guardare e continuare a farsi domande.