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INTERVISTE

Gunda: intervista al regista Victor Kossakovsky

Presentato in anteprima mondiale al 70esimo Festival di Berlino nella sezione Encounter, Gunda ha l'ambizione di raccontare il mondo guardandolo dal punto di vista di una scrofa e degli inquilini di una "fattoria degli animali". Abbiamo chiesto al regista russo Victor Kossakovsky come ci sia riuscito

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Dal punto di vista della forma, Gunda è un film d’osservazione. Sembra limitarsi a registrare ciò che sta di fronte alla macchina da presa e invece a poco a poco costruisce una trama, con tanto di inizio e fine, in cui ad andare in scena sono temi come la vita e la morte e il senso di solitudine.

Da quello che dici mi fai apparire un bravo regista, qualità che non mi riconosco. In realtà, è stato facile, molto facile (ride, ndr), perché così è la vita. Riprendo Gunda, (nome della scrofa protagonista del film, ndr) mentre sta crescendo e impariamo a conoscerne la personalità. Viene separato dalla madre e queste situazioni creano le scene. Io non faccio nulla. Se hai notato, l’unica cosa in cui ho interferito sono state le riprese effettuate dalla porta del recinto dei maiali. La prima inquadratura parte proprio da lì, poi mi sposto sulle galline e quindi vi ritorno, ritrovando sempre il maiale nella stessa posizione. Quando poi mi sposto sulle mucche, per poi tornare al punto di partenza, lei viene alla porta e poi scompare all’interno. Questa è la struttura del film, il resto è semplicemente ciò che accade. Anche il montaggio è risultato facile, perché si trattava di far vedere il suo quotidiano. Ho ripreso per circa sette ore, ma voi ne vedete solo novanta minuti. Il montaggio è durato  una settimana: ho ripreso due giorni la galline e due le mucche, poi per circa tre o quattro giorni i maialini appena nati. Abbiamo sospeso le riprese per circa un mese finché una volta cresciuti abbiamo ripreso a girare per finire il film. E questo è tutto. È stato il lavoro più facile della mia vita.

Colpisce il fatto che i maiali siano del tutto a loro agio di fronte alla macchina da presa, come se la sua presenza non ne disturbasse la quotidianità. È stato proprio cosi?

Prima di realizzarlo ho studiato molto, letto libri e parlato con scienziati, inglesi, brasiliani, americani e norvegesi. Ho guardato molti documentari scientifici. Questi luminari li osservano costantemente nelle fattorie e il loro scopo non è la comprensione ma la resa produttiva. Quando ho iniziato il film sapevo quello che potevo fare e non fare. Ho visto il luogo dove vivevano e l’ho ricostruito dandomi la possibilità di osservarlo a 360 gradi. Avevamo telecamere e otto microfoni all’interno della loro casa. Senza che io e la troupe siamo dovuti entrarvi, abbiamo potuto riprendere ogni suo movimento. Siamo stati in grado di filmare i nostro esemplari da ogni angolo possibile.

Vedendo il film si evince che di fronte abbiamo degli animali con determinate caratteristiche, ognuna ben definita e differente dalle altre. Insomma, siamo di fronte a dei veri e propri caratteri.

Si, sono così intelligenti. Come si può vedere nel film, ognuno di loro ha fin dalla nascita una propria personalità. C’è chi è aggressivo, chi è pigro, uno ha paura, uno è più libero, l’altro è timido. Tutti hanno delle regole da seguire: per esempio, quando bevono per la prima volta il latte, a differenza di un bambino appena nato, sanno che per fare i bisogni devono prima andare in un angolo. Dal momento della loro nascita sono obbligati a seguire delle regole. Sanno già quello che possono o non possono fare. Se sei presente e vedi come si comportano li rispetti immediatamente. Sono sulla terra da almeno cinque milioni di anni, mentre noi da “appena” 200-300 mila anni. Ci vivono da molto più tempo di noi e il loro sistema è molto più avanti del nostro. Prendi le mucche: non sono mai in ritardo, sanno che alle sette possono abbeverarsi e pur non avendo un orologio arrivano sempre puntuali. La gente non se ne rendeva conto, ma con l’arrivo di Google Maps si è notato che quasi sempre queste per la maggior parte delle volte guardano a Nord. Prima lo si ignorava. Il tono della loro voce è sette volte più alto del nostro. Può calare e poi alzarsi più di quello degli esseri umani. A noi il loro muggito sembra sempre uguale, ma non è così invece, ne sono stati contati almeno di trecento tipi. Se li registrate e li ascoltate velocemente e osservate poi il diagramma potrete vedere che non sono mai gli stessi. Ogni volta è diverso. Si è notato che in alcune occasioni particolari il muggito, che per noi sembra sempre uguale, cambia. È successo qualcosa di simile anche con Gunda: alcune volte mentre gridavo verso il mio team lei emetteva un “gruh”, come se volesse pronunciare qualcosa. Il tecnico audio avrebbe preferito non usare questo suono ma a me invece piaceva, perché ho capito che si trattava di un’espressione particolare, utilizzata per chiamare qualcuno. Per noi umani sembrano dei semplici grugniti, mentre sono dei suoni con dei significati specifici.

Dalla messinscena si evince che tu voglia rendere tutto molto realistico, ma per come li presenti i personaggi diventano delle figure mitologiche.

Sì, perché sapevo che gli esseri umani amano le parabole, la mitologia e le storie in generale. Ma per rispondere alla tua domanda, la mia idea di cinema è diversa. Sono dell’opinione che esso sia nato separato dalle storie e con una sola ripresa in grado di mostrare qualcosa che non hai mai visto prima o che potresti aver visto senza però notarla. Probabilmente hai guardato nella mia stessa direzione, ma quello che vedo con i miei occhi e con la mia macchina da presa è differente. Poi è anche possibile che dentro una sequenza ci sia una storia, ma questo è secondario. Per quanto ne so la nostra educazione ci porta ad apprezzare le storie e la mitologia. Per questo Gunda è un documentario ma cinema. Avete mai osservato un maiale e vi siete commossi osservandolo?

No.

E guardando il mio film ieri vi siete commossi?

Si molto...

Ecco, questa è la differenza. Avevi già visto un maiale, ma io posso fare questo.

C’è qualcosa che si possa fare per evitare agli animali tali sofferenze, quelle a cui sono sottoposte dalle regole del sistema produttivo?

È molto semplice. Un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile. Allo stesso tempo, nel nostro pianeta abbiamo un miliardo e mezzo di mucche e ogni mucca ha bisogno di acqua tre volte tanto rispetto all’uomo. Abbiamo quindi tre volte tanta acqua per abbeverare le mucche e non ne abbiamo per gli esseri umani. Per poterle nutrire abbattiamo foreste, ma così facendo il pianeta diventa arido. È un disastro. E poi immaginate che ogni anno ne vengono uccise un miliardo e circa cinquanta milioni di galline fanno la stessa fine. Per poter compiere il tutto abbiamo bisogno di edifici dove vengono uccise in un piano e poi trasportate al piano inferiore per squartarle. Poi devono essere congelate, confezionate e trasportate e infine vengono cucinate. Quello che stiamo facendo è sbagliato. Come avete visto nel film lei stava soffrendo e noi ne siamo consapevoli.

Tu mangi carne?

Naturalmente no. Ho smesso di farlo quattro anni fa, quando il mio amico è stato ucciso. Nemmeno i miei figli la mangiano.

Volevo tornare a chiederti qualcosa di più sul montaggio.

Come detto, è stato facile. In fase di montaggio avrei potuto mettere tutte le riprese che avevo fatto, ma sapevo che agli spettatori non sarebbe piaciuto guardare un film troppo lungo, così ho tagliato molto. Ho inoltre la fortuna di sapere fin da subito dove posizionare la macchina da presa in modo da poter avere la migliore inquadratura. Questo senza l’aiuto di un operatore, dunque nel momento in cui riprendo so già che quella scena in fase di montaggio verrà usata. Ciò vuol dire che mentre filmo sto già montando.

Come hai fatto a contattare Joaquin Phoenix per proporgli la produzione di Gunda? Gli hai prima parlato o gli ha mostrato subito il film?

Quattro mesi fa abbiamo avuto l’idea di proporgli il film. Dopo averlo visionato la mia co-produttrice americana,  Joslyn Barnes, disse che gli sarebbe piaciuto molto e che ci avrebbe aiutato a distribuirlo. Io non la presi sul serio, ma poi quando Phoenix fece quel discorso agli Oscar tutti iniziarono a chiamarmi e a dirmi “ Victor, lui ha ripetuto il tuo discorso. Ha detto esattamente quello che dici ogni giorno a proposito di essere vegetariani”. Alla fine siamo riusciti a fargli vedere il film e la sua reazione è stata incredibile. Ha detto: ”Voglio far parte di questo progetto, voglio che la gente lo veda. Ogni persona lo deve vedere”. Ci sentiamo ogni giorno e ci ha aiutato veramente molto. Non avrei avuto tutti questi spettatori senza di lui.

A un certo momento, ci sono delle inquadrature fatte dal basso davvero strepitose, per cui mi chiedevo se sei stato tu a realizzarle.

No, sono state fatte da Egli Håskjold Larsen. Ho scelto lui proprio per questo motivo. Avevo visto il film che aveva fatto in precedenza, mi pare si intitoli 69 minutes. Lo ha realizzato da solo, curando la regia e facendo il cineoperatore, con la steadycam intenta a filmare il viaggio dei profughi dalla Siria alla Svezia. Questi hanno viaggiato 69 giorni e lui ha seguito in particolare una bambina. È fatto molto bene. Tornando a Gunda, la cosa più importante nel cinema è comprendere la prospettiva. C’è una cosa molto importante che mi fa dire subito, fin dalle prime scene, se un film è buono oppure no. Solo i professionisti e chi fa film è in grado di capirlo ed è la distanza tra personaggio e macchina da presa. Di solito solo poche persone nel mondo del cinema non fanno questo errore. Se io mi avvicino troppo a te ti provoco un certo disagio, giusto? Al contrario, se mi allontano perdo il contatto. Funziona come in un rapporto, si tratta di riuscire a mantenere le giuste distanze. Lo stesso vale per la macchina da presa. Quando sei al cinema e guardi un film, sei nella stessa posizione dell’operatore: se stai troppo lontano non provi nulla, se troppo vicino non sei a tuo agio. Egli sa quali sono le giuste distanze. Quando ho visto il suo film ho detto: “Wow, questo è il mio uomo”. Ha girato 70 minuti di film senza alcun errore nella distanza delle riprese e per questo motivo gli ho chiesto di essere la “mia steadycam”.  E così è stato.

Fare un film su un maiale può apparire una cosa fuori dal normale. Immagino che il tempo necessario per poterlo fare sia dipeso dalla difficoltà di trovarne i fondi?

Si, è stato quasi impossibile trovarli. Ho iniziati a cercarli dal ’97. Mi trovavo qui alla Berlinale e quando dicevo che avrei voluto fare un film sugli animali nessuno mi prestava attenzione. Per vent’anni ho cercato qualcuno per riuscire a produrre Gunda. Chi ha accettato ha rischiato davvero molto. Abbiamo iniziato a girare senza alcun aiuto e solo dopo averlo realizzato abbiamo ottenuto il supporto del Norwegian Film Institute. Da quel momento in poi siamo di fatto cresciuti. Il problema principale è stato quello finanziario. Le riprese invece sono state uno spasso, semplici e veloci sotto tutti i punti di vista. Due giorni di riprese per le galline, due giorni per le mucche e una settimana per i maialini appena nati. Abbiamo poi fatto un mese di pausa e poi tre giorni di riprese quando questi ultimi avevano un mese di vita e poi un altro mese di pausa e quattro giorni di riprese alla fine, prima che si allontanassero dalla madre. Insomma, è stato più facile di quello che sembra e per il film è bene che sia così.

Per la traduzione dall’inglese si ringrazia Cristina Vardanega

  • Anno: 2020
  • Durata: 90'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Norvegia, USA
  • Regia: Victor Kossakovsky
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