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INTERVIEWS

Luca Ciriello ci porta nel mondo del coupé decalé con il documentario L’armée rouge. Intervista al regista

L'armée rouge, in concorso al Festival dei Popoli di Firenze, è una contro narrazione. Il regista Luca Ciriello, attraverso la storia di Birco e il suo sogno di diventare qualcuno nel mondo del coupé decalé, genere musicale della Costa d'Avorio, cerca di mostrare, nel documentario, la realtà del luogo e dei suoi abitanti.

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Luca Ciriello

Dall’esperienza svolta in un quartiere di Napoli Est con un Atelier di Cinema del Reale FILMaP è nata per Luca Ciriello l’idea di questo documentario. L’armée rouge è la storia di Birco e del suo sogno di diventare il re del coupé decalé. Con Luca Ciriello siamo immersi nella quotidianità del ragazzo e della realtà della Costa d’Avorio. In concorso al Festival dei Popoli di Firenze il documentario ha tra i produttori, oltre a Parallelo 41 produzioni, anche la casa di produzione del regista, Lunia Film.

Com’è nata l’idea per questo film? Come sei entrato in contatto con il protagonista del film? E perché questo tema?

Volevo creare una contro narrazione ed avevo in mente di fare un film che parlasse di un genere musicale dal momento che sono un grande appassionato sia di musica e danza che di culture africane in generale. La prima idea era fare un film che raccontasse la danza e attraverso la danza una comunità. Io sono convinto che il racconto di un luogo, di una comunità, di un fenomeno parta dal racconto delle persone che lo vivono. Nel mio cinema la cosa importante sono gli esseri umani, le relazioni e le sfide che possono avere. Quindi ho cercato dei personaggi che potessero guidare il mio racconto. Tre anni fa ho iniziato delle ricerche in un quartiere periferico di Napoli, a Napoli Est dove svolgevo un Atelier di Cinema del Reale FILMaP. Qui ho conosciuto la comunità della Costa d’Avorio che viveva in dei container blu, edifici a due piani, fatti di amianto come strutture portanti. Da lì si sono organizzati in questo gruppo che si chiama “l’armée rouge” fondato da Birco Clinton. Sono entrato in stretto contatto con loro e sono subito andato oltre rispetto a dove vivono, da dove vengono, il disagio. Il film parte da oggi e racconta il futuro e le ambizioni di questi ragazzi. Non si pone domande sul passato, volontariamente. Sono dell’idea che ci sia troppa narrazione con protagonisti ragazzi dell’Africa subsahariana che è troppo stereotipata. Il mio obiettivo era raccontare la loro storia. E in questo caso l’obiettivo di Birco: organizzare feste, eventi per diventare il re del coupé decalé. Quindi ho voluto introdurre un argomento nuovo attraverso un personaggio molto forte.

Come si è sviluppata la preparazione del film?

Ho trascorso un anno e mezzo a stretto contatto con lui, ci vedevamo tutte le settimane. Per un certo periodo ho anche preso casa nel quartiere dove vivono Birco e la comunità della Costa d’Avorio e mi sono trasferito lì. Non ho portato la videocamera con me e trascorrevo le giornate con loro. L’ho fatto anche per passione e ho imparato anche la lingua. Sono stato con loro tanto tempo e abbiamo capito insieme quale fosse il momento giusto per fare il film. Un qualcosa che ha una carica sociale molto forte, senza partire da immagini passate o tragiche. Il racconto è che nonostante tutto Birco ha un sogno. La filosofia del coupé decalé è provare a ostentare e mostrare felicità, benessere e ricchezza per andare contro alla narrazione dove il ragazzo di colore deve raccontare sempre la sua sofferenza. È anche un po’ una provocazione che il protagonista ha accolto perché per lui questo è il film della sua avventura. Il suo obiettivo è che un giorno tutti i napoletani ballino il coupé decalé. Attraverso il film ci proponiamo anche di far conoscere un nuovo genere musicale. Credo che un film debba portare a incuriosirsi.

Luca Ciriello

Con questo documentario sei riuscito a raccontare qualcosa di lontano da noi (la cultura e la comunità della Costa d’Avorio), ma al tempo stesso anche vicino. Avevi già un’idea di base dalla quale partire o ti sei basato sulla vita e la quotidianità di Birco?

Ho vissuto un anno in Tanzania, in un paesino sperduto e quindi ho conosciuto anche quel tipo di Africa, poi ho vissuto in città gigantesche, in Senegal, vedo molti film africani. Insomma creo nella mia mente un immaginario di osservazione. Leggo romanzi di scrittori africani che fanno vivere un romanzo e una vita a 360°. Questo è una base per la mia cultura. La mia vita e il documentario si intrecciano continuamente e da qui creo la struttura del film. Tutte le scene che vediamo le ho già vissute e osservate personalmente, ancora prima di girarle. E secondo me le immagini del film sono cariche proprio di questa esperienza che avevo già vissuto. Con Birco abbiamo capito che era bello filmare la festa più grande di tutte che è coincisa con il Natale perché è una festa quasi universale e lui l’ha scelta insieme ai suoi amici. Ed è una festa alla quale io sarei andato comunque anche se non avessi fatto il film. Ho trascorso tanto tempo con loro e quando dovevo filmare potevo prendermi il lusso di non dare nessuna indicazione ai ragazzi. Tutti mi avevano già visto e anche avere la telecamera non era così strano. Birco è un personaggio molto estroverso che sta sempre in giro, quindi non è stato difficile per me. Eravamo molto invisibili come in tutti i lavori che faccio dove preferisco una troupe piccola e una videocamera non troppo grande per stare al limite, non invadere troppo, ma nemmeno scomparire.

Quindi si può dire che è nata anche un’amicizia tra Birco e Luca Ciriello?

Sì, si è creato un bel legame. Molti ragazzi che hanno fatto il film sono andati in Francia. Birco, invece, è ancora qua perché per tutti loro il sogno era la proiezione pubblica. Intanto sta facendo quello che gli piace per vivere e vorremmo riuscire a raccontare questo aspetto. Credo che, per combattere quello che viene definito “razzismo sistemico” che viene da piccoli gesti e che è dentro le persone, serve anche un tipo di narrazione come questa, che racconta il sogno di un ragazzo che può essere chiunque.

Un elemento interessante è la scelta di mantenere più lingue all’interno del documentario. Ha una valenza particolare questa decisione di lasciarle tutte in maniera indistinta?

Per me è una chiave di lettura del cinema fondamentale. Per esempio, prima di questo documentario sono stato alle Giornate degli autori a Venezia con un cortometraggio (Quaranta cavalli), girato tutto in chioggiotto, il dialetto di Chioggia; il film sul quale sto lavorando, invece, è nella lingua dello Sri Lanka. L’armée rouge è in quattro lingue (nouchi, djoula, francese e italiano) che si intersecano tra loro e per me era fondamentale perché così non ci sono storpiature. In generale il film è davvero poco guidato, così come la lingua. E poi è stato montato a metà con Simona Infante che non parla queste lingue. Io mi diverto a conoscere queste lingue e per me sarebbe bello poter imparare ogni volta la lingua del film al quale lavoro, ma mi rendo anche conto che per lo spettatore c’è lo sforzo di leggere i sottotitoli.

Una scena che mi ha colpito particolarmente è stata la sequenza iniziale che è veramente spiazzante. Hai voluto iniziare in questo modo per “preparare” lo spettatore in qualche modo a quello che vedrà nel documentario?

C’è una scelta chiara di montaggio dietro a quella sequenza. Io cerco di fare il cinema del reale vivendo il flusso degli eventi. Il racconto iniziale è una parentesi atemporale perché quella cosa poteva succedere in una qualsiasi giornata tra i ragazzi. Ed è un po’ un’epifania del documentario. Il racconto che fa il ragazzo è un racconto di sofferenza, di una storia successa in Costa d’Avorio. Ma non ci stiamo a interrogare o a indagare su questa storia; la racconta agli amici e agli spettatori dando degli indicatori. La situazione iniziale serve per introdurre allo stato d’animo in cui si trova a Napoli e all’elemento dei soldi e della povertà. Volevo mettere in primo piano una difficoltà concreta e pragmatica.

Quindi si può considerare una sorta di premessa al film questa sequenza? Un’anticipazione ai temi trattati nel documentario?

Sì, lancia un’immagine, una premessa. Potrebbe anche spaventare perché sembra che il film vada in una direzione, ma poi dalle immagini successive si capisce l’intento.

Oltre che della regia e del montaggio il tuo nome Luca Ciriello appare anche nella fotografia, attenta a cogliere ogni passo dei personaggi. E una fotografia che cambia nel momento in cui cambiano i personaggi. Com’è stato lavorare anche da questo punto di vista?

L’intenzione era di stare stretto sui personaggi e anche le ottiche che ho utilizzato erano strette. La flessibilità è stata la linea guida. Questo tipo di racconto che è molto intimo e si sviluppa in spazi abbastanza stretti mi ha fatto pensare di seguire i volti dei personaggi e i dettagli. Quindi ho voluto raccontare sfumature e reazioni di quello che succedeva ai personaggi che incontrava Birco. Lui è un incantatore, ma è anche buffo. E queste sue caratteristiche le vediamo negli altri. La camera sta molto sulle reazioni ed è molto stretta. Ci sono dei momenti come quello in cui lui conta i soldi in cui si fa un passo indietro. Oppure ancora lui a figura intera che esce di casa e sta organizzando la festa, noi facciamo un passo indietro e localizziamo il mondo di Birco. In quel caso l’ottica è più larga e serve a farci stare lì con lui. Perché lo spettatore deve sentirsi partecipe, altrimenti è fuori dal tempo. Lui parla una lingua come un’altra, si ferma per fare una cosa e poi ne fa improvvisamente un’altra e dovevo rendere tutto questo in qualche modo. Poi c’’è anche la questione della color curata sempre da Simona Infante che dà una cifra autoriale.

La conoscenza di Birco, del suo modo di vivere e la realizzazione di questo documentario ti ha influenzato in qualche modo? Ha influenzato il modo di vedere il documentario per Luca Ciriello?

Secondo me tutti sono sempre in un processo di scoperta e conoscenza in cui affinano la propria visione e autorialità. Ci deve, però, essere sempre l’intenzione alla base, non si può cambiare strada facendo. Devi avere la tua visione chiara prima di girare. Nel mio caso la linea guida del lavoro corrisponde con le linee dell’osservazione, dell’ascolto, del vedere tanti film, dell’imparare la lingua. Poi ognuno si fa la propria visione considerando che si è sempre un essere umano. Gli elementi guida che avevo erano l’osservazione, lo stare tanto lì con loro senza avere fretta. Il documentario risponde a logiche più calme e lo studio ha i suoi tempi. Il momento di osservazione è la parte più bella e poi ci sono anche gli aspetti linguistici.

Progetti futuri per Luca Ciriello?

Sì, adesso sto lavorando a un documentario girato in Sri Lanka, la storia di un cercatore di serpenti un po’ bizzarro. Canta alle sagre, è molto buddhista. Lo chiamano se hanno un serpente in casa. Lui va sul posto, lo prende e lo va a liberare nel bosco. Quindi si tratta di un personaggio sui generis attorno al quale c’è anche un alone di mistero: Sri Lanka: the snake charmer. Poi sto scrivendo un nuovo film, ancora top secret. E poi lavoro con la mia casa di produzione con la quale, come produttore, sogno di fare fiction. Come autore, invece, il mio sogno è quello di poter fare sempre documentari.

Sono Veronica e qui puoi trovare gli altri miei articoli

L'armée rouge

  • Anno: 2020
  • Durata: 60'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Luca Ciriello