Soffio, l’intenso cortometraggio di Nicola Ragone. Intervista al regista

Soffio è un cortometraggio di Nicola Rigone, tratto da una storia vera, che racconta gli ultimi attimi di vita di una donna condannata a morte per aver ucciso il suo violentatore. È, quindi, il soffio di un’esistenza che continua a pulsare e che il vento porterà altrove verso uno spazio libero. La fotografia è del maestro Daniele Ciprì

  • Anno: 2019
  • Durata: 9' 41"
  • Genere: Cortometraggio
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Nicola Ragone

Soffio è un cortometraggio ispirato alla storia di una donna iraniana. Ne sei venuto a conoscenza tramite i fatti di cronaca o mediante un libro in particolare?

In realtà, ho letto un articolo di cronaca su Internet che mi ha particolarmente colpito: raccontava la storia di una donna che, dopo aver subito soprusi, era stata condannata a morte. Quest’avvenimento reale mi ha talmente impressionato che ho deciso di raccontarlo, ovviamente tramite il mio sguardo, astraendolo da un contesto territoriale politico-sociale specifico, ossia quello iraniano. Ho raccontato una vicenda universale attraverso uno sguardo che permettesse allo spettatore di sentirsi lì con la protagonista del cortometraggio e di vivere realmente gli ultimi suoi momenti di vita in una cella.

Dunque, non hai compiuto ulteriori ricerche su questa storia?

Non ho compiuto una ricerca ed era tra l’altro un momento particolare, in cui non avevo assolutamente intenzione di girare un cortometraggio. Ero concentrato su altri progetti, ma la lettura di quest’articolo mi ha molto toccato emotivamente, tanto da voler prenderne spunto per un racconto. Ho deciso anche di usare delle tecniche narrative differenti rispetto a quelle ortodosse: ne è uscito fuori questo piccolo racconto muto, di pochi minuti.

Come è stato raccontare un’esperienza femminile tramite il punto di vista di un uomo? È risultato semplice?

Per me è molto complicato raccontare l’universo femminile: sono delle circostanze a me completamente sconosciute.

La scelta dell’attrice, Lucrezia Guidone, è stata tua?

Sì, è stata mia. Lucrezia è la prima persona a cui ho pensato per far interpretare questo personaggio, che quindi ha subito accettato di partecipare a questo progetto. L’avevo vista più volte al teatro e mi sembrava la persona più adeguata. Recitare attraverso lo sguardo e il corpo, senza utilizzare la parola, non è assolutamente semplice. Lei è stata narratrice quanto me, è portatrice del racconto che avevo in mente. In questo senso, mi ha molto aiutato. È regista di se stessa in scena, proprio come accade in teatro. L’ho seguita con la macchina da presa senza essere invadente, lasciando lunghissime inquadrature per restituire allo spettatore il senso di realismo. Abbiamo concordato insieme dei movimenti: avevamo degli appuntamenti nello spazio. Non ha improvvisato, ma ha vissuto quelle sensazioni per la prima volta quando è stata ripresa. È stato un racconto live.

Il cortometraggio termina con la morte della protagonista. Qual è il significato profondo del finale?

È un superamento della sua condizione esistenziale. Lei non è una martire o una vittima nel nostro racconto, ma è una donna che combatte oltre la vita. Quindi, è un personaggio positivo. Non raccontiamo una donna in sofferenza, bensì una persona che cerca di vivere determinate sensazioni e che sfrutta il tempo che le rimane nel modo più poetico possibile: c’è anche l’auspicio di una nascita o il suo ricordo, quando l’attrice avvolge la coperta come se fosse un pargolo. Abbiamo deciso di lasciare questo dettaglio volutamente sospeso. La cella, in quel caso, diventa un vero e proprio schermo di proiezione.

La protagonista, poco prima della sua condanna a morte, invia un bigliettino alla madre per rassicurarla. La memoria, dunque, è vista come il superamento della morte?

Questo biglietto-lettera nasce dall’accadimento reale: questa donna l’ha veramente inviato alla madre e noi ne abbiamo tratto spunto. Con Lucrezia Guidone, poi, abbiamo lavorato sul testo, sintetizzandolo. La lettera originale è pubblicata online, è un accadimento del 2013. La madre ci tiene particolarmente a mantenere viva la memoria della figlia, tramite una pagina Facebook e altro.

Utlima modifica: 19 Novembre, 2019



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