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CONVERSATION

Il senso del Cinema per l’Europa: intervista a Simone Catania, regista di “Drive me home”

Un film sull’amicizia e sull’amore in cui si affronta anche il tema dell’omosessualità, intesa come qualcosa di cui si fatica a parlare. L'esordio di Simone Catania alla regia, una pellicola che guarda all'Europa dal punto di vista dell'Italia

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In Drive Me Home la musica ha un ruolo fondamentale, perché oltre a commentare lo stato d’animo dei personaggi marca anche le differenze culturali e territoriali.

Per me la musica e il suono in generale hanno lo stesso valore della fotografia. Come hai visto, abbiamo lavorato moltissimo sui colori sia in fase di riprese che in post produzione e lo stesso è accaduto con la musica. Quest’ultima, in particolare, mi è servita per comunicare ciò che volevo raccontare e cioè la differenza culturale che abbiamo rispetto al resto dell’Europa. Noi ci sentiamo europei, ma alla fine il motivo per cui essa esiste è prettamente economico. La condivisione dei gusti e della cultura ne è solo la conseguenza. Ciò detto, quando vivevo all’estero ho potuto osservare da vicino questo processo di reciproca fusione trovandovi cose molto interessanti sotto il profilo della contaminazione musicale. Nel film sono stato coerente nella costruzione dei personaggi, nel senso che Agostino e Antonio sono due persone emigrate all’estero sulla base di un background intellettuale che non gli deriva da un percorso di studio e che perciò li costringe a lavori molto umili. Con la stessa coerenza ho cercato di restituire sullo schermo quello che è il senso musicale del territorio in cui vivono: trattandosi  del Belgio e della Germania, la scelta è andata a un tipo di musica molto ritmata, in cui si utilizza di frequente la grancassa e dove a essere preponderante è  l’uso di suoni elettronici.

Tra l’altro durante la Festa del cinema di Roma ho intervistato Giorgio Giampà, per cui sono felice di ritrovarlo tra gli autori delle tue musiche.

Questo è un esperimento che è nato proprio da lui, nel senso che è stato Giorgio a propormelo e io l’ho condiviso in pieno. La sua idea è stata quella di fare un super gruppo chiamato Air Kanada, costituito insieme a Davide Tomat e Gabriele Ottino, ovvero la band torinese dei Niagara, autori di una musica elettronica molto ricercata e sperimentale. Insieme hanno lavorato per creare i suoni del film nell’intenzione di andare oltre la semplice colonna sonora, per cavalcare la gamma di emozioni che la musica è in grado di raggiungere. Quindi, per tornare alla tua domanda, dico che anche per me si tratta di un elemento fondamentale dal punto di vista drammaturgico. Tra l’altro, c’è una netta distinzione tra la musica composta per dare vita alle canzoni del film, caratterizzata da timbri vicini allo stile anni Ottanta ma che in realtà sono pienamente contemporanei, nel rendere il senso di nostalgia della generazione a cui si fa riferimento, e quella con la quale Giorgio ha sottolineato il momento in cui la storia ritorna in Sicilia, quando, nella sequenza della madre che si rotola sul prato insieme ai bambini, c’è questa apertura molto orchestrale, vicina ai ritmi mediterranei e capace di entrare in un immaginario molto più epico.

Tu approfitti di quella che sta sentendo il personaggio di Marchioni per immergere il film in un’esplosione di musica elettronica. Questi suoni trasmettono la sensazione di un movimento in avanti che rappresenta anche la voglia dei protagonisti rispetto al superamento della condizione di impasse e di disagio che vivevano quando stavano in Sicilia.

C’è questo, così come il desiderio di far parte di un’altra cultura, atteggiamento, questo, che si verifica tantissimo tra i giovani ma anche in persone come me che lo sono un po’ meno. Spesso, quando si va in un altro paese capita di essere attratti dalla cultura del luogo e dunque dal cibo, dai colori, dal modo di fare, ma una volta tornati a casa è attraverso le sonorità di un determinato posto che riusciamo a riviverne le emozioni. Nel film ho cercato di fare la stessa cosa rispetto alla musica ascoltata in Belgio, dove esiste una forte sperimentazione sul versante dell’elettronica, e in Germania, in cui prevale quella techno. Ho ricreato queste contaminazioni tenendo conto dell’influenza delle sonorità anni Ottanta di cui è pieno il cinema del nord Europa, a cominciare da Drive che ha una delle più belle colonne sonore degli ultimi anni.

Un altro aspetto legato a ciò che stiamo dicendo è la coerenza nell’uso della lingua usata dai protagonisti. Vivendo all’estero da parecchio tempo ne rispecchi la realtà chiedendo agli attori di parlare il fiammingo (Marco D’Amore) e l’inglese (Vinicio Marchioni). Questo ti permette di tradurre in maniera concreta quell’appartenenza all’ Europa a cui facevi cenno.

Si, c’è anche una piccola parte in tedesco. L’idea era quella di raccontare anche un po’ l’Europa, tenendo conto che Drive me Home l’attraversa – in maniera molto reale – dal Belgio alla Sicilia. Alla maniera del documentario, in cui non si deve inventare nulla se non affidarsi a ciò che ti sta di fronte, ho cercato di restituire la sensazione vissuta abitando fuori dall’Italia. Come per la musica anche ascoltare una lingua diversa dalla propria produce una fascinazione e un senso di appartenenza tale da spingerti a impararla il meglio possibile. Marco e Vinicio sono stati bravissimi a farsi interpreti di questa volontà. Marco, in particolare, ha recitato pure in fiammingo, un idioma non facile da parlare.

Infatti! Guardando il film mi sono stupito molto della precisione della sua performance.

Marco ha lavorato tantissimo su questo aspetto e devo dirti che l’ha restituita con l’inflessione di quel tipo di lingua. La cosa che ho premesso fin dall’inizio agli attori è stato il mio approccio documentaristico, improntato a creare situazioni reali e avendo come obiettivo quello di fare un film sincero più che perfetto. Sapevo fin dall’inizio che un’opera prima ha i suoi difetti per via del poco tempo e dei pochi soldi; per questo ho puntato soprattutto a preservare la purezza del messaggio e a mantenere intatte le sfumature, tipo quella di far parlare i personaggi come deve farlo chi mastica da lungo tempo una determinata lingua. Questo per me è ciò che fa la differenza. Agli attori ho detto che il film non era mio ma  loro, nel senso che lo scopo della regia era di renderli personaggi reali e veri. Raggiungere tale obiettivo avrebbe annullato qualsiasi difetto tecnico.

Alla pari della fotografia, anche la musica fa da spartiacque esistenziale e geografico dell’evoluzione dei personaggi e dello sviluppo della narrazione: appare evidente l’attenzione con cui l’hai curata anche dopo la fine delle riprese.

Anche qui si trattava di confrontare le differenze esistenti tra l’Italia e gli altri paesi. Nel nord Europa la luce è molto diversa da quella del sud: in quest’ultima riesci a definire perfettamente l’ombra, mentre al nord c’è questo sole pallido che, complice la nebbia mattutina, rende i contorni del paesaggio più morbidi e fa sì che i colori arrivino in maniera prepotente in un contesto spesso grigio. Per farti un esempio, nella Londra degli anni ottanta Toni&Guy si sono inventati i capelli colorati e la città ha acquisito una vivacità cromatica che in realtà non gli appartiene, essendo grigia allo stesso modo di Milano. La differenza, dunque, la fa in qualche modo la maniera in cui la dipingi. Da qui il lavoro fatto sui colori da Paolo Ferrari (direttore della fotografia, ndr) e in post produzione da Andrea Maguolo. Abbiamo cercato di ricreare il contrasto tra vivacità cromatica e freddezza della luce. Un’opposizione a cui hanno contribuito anche i colori molto più caldi della Sicilia, destinati a entrare in campo attraverso il passato dei personaggi, il periodo che riguarda la loro giovinezza.

Tra l’altro, entrando nei dettagli del film, Drive me Home adotta una struttura on the road con delle accortezze che riguardano per esempio l’assenza o quasi di flashback con cui di solito si spiega la biografia dei personaggi. Lasciandola fuori campo, negandone la conoscenza allo spettatore, tu fai un’operazione meta cinematografica dal momento che i protagonisti, e Agostino in particolare, fanno di tutto per cancellare il loro passato.

Sì, esatto. È stata una scelta molto azzardata e all’inizio anche criticata. In realtà, i pochi riferimenti al passato non sono flashback perché le immagini non hanno la funzione di raccontare eventi quanto, piuttosto, sensazioni, inserti che hanno qualcosa di reale e allo stesso tempo onirico: ci sono delle cose irreali, come la madre di Antonio che cerca i due bambini e, a un certo punto, urla nel bel mezzo della notte. Ad eccezione della prima sequenza, che fa da prologo al film, scene come quella appena descritta mi servono per raccontare un’emozione che il personaggio sta vivendo nel presente della storia. È ovvio che abbiamo ragionato sulla necessità di inserire o meno la scena che spiegava il motivo del conflitto tra Antonio e Agostino. La scelta di non averla messa risponde al fatto che la storia accade nel presente e dunque, alla pari del documentario, chi guarda non può riceve spiegazioni supplementari ed è  costretto a rifarsi alla propria esperienza per trovare una spiegazione. Se avessi fatto il contrario avrei allontanato lo spettatore dalla parte emotiva della storia, invece ho cercato di fare un film che comunicasse qualcosa senza diventare didascalico.

Secondo me questa scelta è uno dei punti forti del film poiché l’immersione nel “qui e ora” regala al presente della storia una concretezza destinata ad avere valenze drammaturgiche rispetto ai sentimenti di Agostino e Antonio.

Mi fa piacere, perché in realtà è una di quelle sfide che mi intimoriva per come poteva essere recepita dal pubblico.

Il tuo è un film sull’amicizia e sull’amore all’interno del quale trovi modo di affrontare anche il tema dell’omosessualità intesa come qualcosa di cui si fatica a parlare. Una difficoltà di comunicazione confermata dalla modalità utilizzata da Agostino, il quale la confessa ad Antonio non direttamente, attraverso una scena che, per come è girata, potrebbe essere addirittura onirica quindi mai accaduta. 

Fa parte della psicologia dei personaggi e, in particolare, di Agostino, che ha un grosso problema verso ciò che lo lega alla sua terra. Al di là dell’omosessualità, volevo raccontare il suo disagio nel comunicare con gli altri in un momento in cui è sempre più difficile farlo di persona, visto che la maggior parte preferisce utilizzare Facebook. Nel caso di Agostino si tratta di un blocco psicologico che in 15 anni si è ingigantito al punto che quando incontra Antonio non vuole quasi parlargli. Agostino lo ha sempre evitato, perché non vuole fargli sapere come è veramente. In qualche modo si vergogna al punto di dire: “So di farti schifo”. Una frase che ci fa comprendere quello che si porta dentro e la paura di essere giudicato, in virtù della quale ha rinunciato all’amicizia. Nel film  ho cercato di giocare sul pregiudizio e su come i personaggi possono sembrare diversi da quello che sono in realtà. Quando Agostino porta Antonio in sauna lo fa stordendosi e in modo ambiguo perché non ha il coraggio di dirgli la verità guardandolo in faccia.

L’ambiguità sta anche nel fatto che tutto questo possa non essere accaduto e che ciò che si vede sia solo una proiezione del desiderio dei protagonisti.

Esatto. Penso, comunque, che il disagio nell’esprimere i propri sentimenti appartenga un po’ a tutti e che sia il prezzo da pagare al cosiddetto neoliberismo e all’emigrazione dalle campagne alla città. Fenomeno che ha reso difficile anche confidarsi con gli amici, perché oramai il giudizio incombe su ogni cosa che si fa e si dice. I miei protagonisti sono figli di quest’epoca, ed entrambi hanno paura delle considerazioni altrui. Quando Antonio dice di essere stato uno “stronzo” sembra ammettere la colpa rispetto alla fuga dell’amico, poi però la questione viene fatta cadere, rivelando quanto sia circospetto il loro modo di comunicare: come in una partita a scacchi, non sapendo come dire una cosa, fanno un’azione anziché un’altra e questo mi ha aiutato a costruire un racconto in qualche modo imprevedibile.

Gli attori sono davvero bravissimi. Mi piacerebbe sapere perché hai scelto proprio loro e il tipo di lavoro svolto assieme a loro.

In realtà, penso che ci siamo scelti. Ho fatto un casting molto particolare. Nei primi colloqui con gli attori ho cercato di comprendere quali erano i reali conflitti della loro vita per creare un collegamento con quelli dei personaggi. Con Marco è stato un incontro splendido: la sceneggiatura gli era piaciuta moltissimo e aveva deciso di  lavorare con me. Gli ho chiesto se gli andasse di fare Agostino, perché sentivo che era adatto al ruolo. Inizialmente è stato titubante, perché probabilmente si sentiva più in empatia con l’altro personaggio. Alla fine, riflettendoci, ha capito che Agostino aveva qualcosa di simile a lui che non c’entrava nulla con l’omosessualità ma con il modo di rapportarsi al prossimo.

D’amore, tra l’altro, è chiamato a lavorare molto sugli sguardi, perché il suo è un personaggio introverso e, come tale, silenzioso.

Sì, esatto, sta molto in silenzio. Fondamentale è stato trovare la coppia giusta. Sono convinto che la cosa più importante per un film non siano i soldi, né la tecnica, quanto piuttosto la qualità della recitazione e gli attori giusti per il ruolo. In questo caso, essendo Drive me Home un film sull’amicizia, la scintilla è scattata quando, durante le prove, Vinicio e Marco sono diventati amici fuori dal set. Sono convinto che abbiano recitato un’emozione che faceva parte di loro e questo si percepisce guardando il film.

Volevo sapere qualcosa sulla tua formazione.

Mi sono diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Torino. Ho iniziato con l’arte contemporanea, sviluppando un approccio basato soprattutto su suggestioni visive. Ho vissuto in diverse città tra cui Roma e Londra,  passando a linguaggi più narrativi, come i cortometraggi e poi i documentari, di cui mi sono innamorato. Dopo aver fondato una casa di produzione a Torino (Indyca, ndr.), ho iniziato a produrre film di altri e, in particolare, il cosiddetto cinema del reale, che così chiamo per sottolineare il fatto che si tratta di film a tutti gli effetti. Drive me Home è la mia opera prima, a cui lavoro da anni e per la quale ho deciso di fare un fioretto e cioè di non tagliarmi i capelli, per ricordarmi di persistere nel cercare di portarla a termine.

E, ancora, conoscere il cinema che ti piace.

Amo molto i fratelli Coen e infatti il mio prossimo lavoro va in questa direzione. Di loro mi piace non tanto lo stile, ma la componente attoriale, il modo in cui riescono a caratterizzarla e a renderla credibile. Nel cinema americano è preponderante la finzione, mentre nei Coen vedi qualcosa di reale anche nelle cose minute e nei personaggi secondari.

Nel merito mi piacerebbe che mi facessi almeno il nome di un regista italiano.

Dato che mi piacciono i registi visionari, dico Crialese, uno abituato a lavorare sull’onirico. Lui è un grande ed è un peccato sia di fatto sparito dal cinema. Viktor Kossakovsky – straordinario autore visionario – diceva che “il bravo regista crea immagini che si ricordano anche nei momenti più assurdi”. Sulla base di queste parole Crialese ha creato sequenze destinate a rimanere nella memoria, come quella di Nuovomondo in cui vediamo la nave staccarsi dalla banchina. Quella è un’immagine che racconta tantissimo attraverso la composizione, il sonoro, il punto di vista della ripresa. Va oltre l’onirico per sfociare nel simbolo.

 

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  • Anno: 2019
  • Durata: 100'
  • Distribuzione: Europictures
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Germania
  • Regia: Simone Catania