Master Blaster al PerSo-Perugia Social Film Festival

Master Blaster ci racconta del Per.So (Perugia Social) film festival, una strana creatura, nata in primis dallo sforzo organizzativo della fondazione “La Città del Sole” e del suo presidente Stefano Rulli

Il mio negozio, primi di ottobre, colonna sonora “Tutti pazzi” dei Negazione.

Ho sempre amato l’Umbria.

Se è vero ed è vero, che Ravenna è la città dove ho lasciato il cuore, è altrettanto vero che l’Umbria è la regione che mi irretisce i sensi.

Fin dagli anni ormai lontani in cui vi espletai i patrii servizi, ogni scusa è buona per tornarci.

Vuoi per la splendida gente, la più ospitale e di cuore (che ti resta nel cuore!) di tutto il bel paese, vuoi per l’arte e la storia che trasudano da ogni pezzo di marmo, vuoi per la cucina che dovrebbe essere considerata arma di distruzione di massa per tutti coloro che sono a dieta,  vuoi per la cultura che viene ancora considerata un valore primario, a differenza di quanto avviene nella quasi totalità dell’Italia del governo Salvini (o forse era Conte…?), insomma l’Umbria era e resta un posto in cui vale sempre la pena andare.

Si, ok, lo so!

Non scrivo per una maledetta guida turistica, quindi non vi parlerò d’arte e non parlerò nemmeno delle delizie gastronomiche, visto che al Gambero Rosso non mi hanno voluto.

Quindi nella mia modesta veste di redattore di Taxidrivers, per quanto possa sembrare strano, insisto nel voler parlare di cultura.

Solo di cultura?

Beh non proprio.

Siamo tutti concordi nel dire che il cinema è una forma di cultura, altrimenti io non starei a scrivervi e voi non stareste a leggermi.

Ma come definireste un festival di cinema dove l’oggetto del discutere non sono i sogni di cellulosa, ma le persone, le loro relazioni con gli altri e il contesto sociale (talvolta solidale) in cui si muovono?

Già perché l’evento che sono andato a vedere in qualità di media partner è un qualcosa che mi ha lasciato a lungo dubbioso sulla categoria nel quale iscriverlo.

Un festival di cinema? Un appuntamento militante? Una rete di solidarietà? Un momento di coscienza critica?

Sto parlando del Per.So (Perugia Social) film festival, una strana creatura, nata in primis dallo sforzo organizzativo della fondazione “La Città del Sole” e del suo presidente Stefano Rulli che probabilmente è tutte queste cose insieme, senza esserne nessuna fino in fondo e che lascia la scelta di come definirlo a chi decide di parteciparvi sia come autore che come spettatore.

Diciamo subito che non tutti gli organizzatori sono addetti ai lavori in campo cinematografico.

E questo lo capisco fin dal mio arrivo, quando vengo accolto alla stazione da Eleonora.

Certamente la runner più alta che abbia mai visto in vita mia, capace di incutere una certa soggezione anche al mio rispettabile metro e ottantatré centimetri di statura.

Nel percorso fino al quartier generale del Per.So, in una macchina cosparsa di scarpe a caso (cosa che non poteva che farmi simpatia), mi spiega che non è stata la passione per la settima arte a farla avvicinare al Festival, ma il suo impegno sociale nella “Fondazione Veronesi”.

Il quartier generale poi è spiazzante già per la location.

Un centro diurno per persone con disagi mentali, ma le sorprese non finiscono qui!

Nello staff, sono ugualmente compresi gli utenti del centro e i cosiddetti “normali”, tant’è che sul momento non riesco a distinguerli.

Poco male! Un secondo di stupore e saluto tutti quelli che mi accolgono con eguale calore. Poi mi immergo nell’atmosfera.

Infatti al di là delle sale cinematografiche dove si svolgono le proiezioni il vero cuore pulsante dell’evento è proprio quello.

Lì si svolgono i corsi (no! Workshop non lo dico!) di sviluppo per progetti di film, tenuti da Giovanni Piperno e Luca Ricciardi, lì si mangia in maniera comunitaria e lì si ha la possibilità di parlare in un clima disteso con tutti, ma proprio tutti.

Autori, docenti, organizzatori, staff, giurati.

Ed è proprio sui giurati che vorrei spendere due parole, prima di iniziare a parlare dei film e degli altri eventi connessi al festival.

Infatti a fianco di una giuria “normale” composta da addetti ai lavori vi è una giuria speciale composta da soggetti che qualcuno potrebbe definire liminali.

Ovvero: rifugiati, detenuti e studenti (e fidatevi, essendo stato studente lavoratore e squattrinato, so bene come ci si possa sentire ai margini).

Questo potrebbe sembrare il minimo sindacale in un festival che ha l’ambizione di definirsi di cinema sociale. Ma nell’Italia di questi strani tempi non è cosa da poco essere volutamente fuori moda.

Ma in fondo nemmeno troppo.

Tutto sommato dobbiamo pur sempre riconoscere che questo è il primo governo della storia della Repubblica a poter vantare tra le sue fila un ministro degli interni nonché  (vice?)-premier extracomunitario.

Da quel che so io infatti, la Padania non fa parte della comunità europea, quindi…

Ovviamente essendo io un antipatico per natura, non potevo perdere l’occasione di intervistare gli esponenti di quella che forse oggi è la categoria più odiata nel nostro paese.

Quindi mi armo di carta e penna e vado a scambiare quattro chiacchiere con i giurati-rifugiati.

Sono emozionatissimi e prendono molto sul serio il loro primo “lavoro” Italiano.

Certamente sono vestiti meglio di me e mostrano un rispetto, una curiosità e un amore verso il cinema che forse io stesso, dopo anni di pratica e frequentazione do per scontato.

Per alcuni di loro è la prima possibilità di guardare un film su grande schermo.

Per altri c’è qualche difficoltà linguistica.

Ma tutti sono attentissimi e riconoscono in molte storie le loro storie.

Questa è un occasione per dire la loro, attori in prima persona, in un paese che spreca parole e fiumi di inchiostro sul fenomeno delle migrazioni.

Il più delle volte senza avere la benché minima idea dell’argomento trattato.

Non voglio sembrare buonista. Non lo sono affatto.

Riconosco che l’immigrazione e l’integrazione comportano problemi e richiedono sforzi da ambo le parti.

Tuttavia non sono uno di quelli che trancia con la semplicità degli ignoranti una questione così complessa senza conoscere tutti gli elementi in ballo.

Questa giuria è il riflesso allo specchio, il mondo in cui gli altri vedono il modo in cui li guardiamo.

Un ripetitore che assorbe le nostre paure e ce le rimanda amplificate nella forma e nella sostanza della loro paura.

E infatti il film che decidono di premiare per la sezione “percorsi/prospettive” è “Yousef”.

La storia di un uomo, reso indifferente dalla paura della paura stessa.

Va detto che il film meritava davvero di vincere la sezione, perché veramente valido.

Fin troppo valido, mi ricordo di aver pensato, quando nella scheda tecnica del film vedo che alla direzione della fotografia figurava il pluriblasonato Daniele Ciprì che tutti ricorderanno per le sue incursioni nel grottesco con “Cinico TV” o per film come “Il ritorno di Cagliostro”.

Questo lo dico anche chiaramente al regista Mohamed Hossameldin (italiano, con un accento romanesco più marcato del mio).

Una lunga chiacchierata con lui mi convince dell’autenticità delle sue doti e in più Mohamed mi confida che non è la prima volta che qualcuno, vedendo un nome pesante come quello di Ciprì, si lascia andare a qualche malignità.

D’altronde la sua risposta è troppo schietta per non essere sincera:  “Cosa dovrei fare? con Daniele mi ci trovo bene a lavorare”.

Il mio augurio è che questo sodalizio continui e che Mohamed possa farsi un nome tanto grande da non dover più aver problemi per il nome di qualcun altro nel suo staff.

In confidenza però, per la sezione in questione, le mie simpatie personali vanno a “My Tyson” di Claudio Casale.

Una storia di riscatto, integrazione, lotta e pugilato nelle periferie di Roma.

Per chi abbia mai girato i disastrati sobborghi della capitale è pacifico che il colore della pelle sia un fatto relativo.

Vivi in una zona di confine perennemente e ogni giorno è una sfida di sopravvivenza.

Qui, lontano dai quartieri della movida sono la condivisione di fatica e passione a generare un senso di riscatto che unisce.

Il corto è molto bello e rende con sentimento l’atmosfera tremenda, dura ma in qualche modo unica delle periferie dell’antagonismo romano.

Non so se è per il ritmo incalzante o per le nostalgie che sa suscitare a un ex romano come il sottoscritto, ma il lavoro di Casale è quello che sicuramente mi ha emozionato di più.

Toccante e degno di menzione “Sponde. Nel sicuro sole del nord”  di Irene Dionisio, che narra l’amicizia  nata per corrispondenza tra due uomini, il primo in Egitto, l’altro custode cimiteriale a Lampedusa, accomunati da un’opera di volontariato singolare: dedicare i propri sforzi alle salme di coloro che sono morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, fornendo a queste salme senza nome degna sepoltura, cura per le tombe e il conforto di una preghiera.

Senza curarsi del colore della pelle o del nome con cui costoro nella vita chiamavano quel Dio che per chi ci crede, dovrebbe essere unico.

In teoria, ad una prima visione mi aveva colpito anche “Il legionario” di Hieb Papou, che presenta il punto di vista originale di un celerino di colore che si trova a sgomberare uno stabile occupato in cui risiede anche la sua famiglia.

Tema originale, regia fresca e dinamica, tutto molto scorrevole finché non ho sentito parlare il regista che dopo aver realizzato un film a suo modo coraggioso, di denuncia e molto forte, si perde in un bicchiere d’acqua cercando di dare un colpo al cerchio (gli occupanti) e uno alla botte (i celerini), dichiarando che il suo è un film dove tutti sono buoni, con la convinzione di risultare simpatico a tutti.

Inutile dire e dirgli che si sbaglia di brutto.

Quando fai un film schierato, te autore, non puoi giocare alla diplomazia delle mantidi ed esimerti dallo schierarti fino in fondo.

Insomma, nell’incontro con questo regista mi sono trovato in uno di quei momenti massimamente imbarazzanti, in cui io, ateo marcio, devo ricordare a chi mi sta di fronte che “non potete servire due padroni” (Mt 6, 19-24).

Altro film che mi ha lasciato perplesso e manco poco, è stato “Lorello e Brunello” di Jacopo Quadri, per la sezione Per.So cinema Italiano.

Chiariamo subito che guardandolo come un puro esercizio di stile la pellicola risulta più che azzeccata e senza pecche.

Ottima fotografia, montaggio intrigante e di sicura esperienza, buona la sonorizzazione in presa diretta.

Tuttavia, arrivando alla questione dei contenuti e del gusto personale, devo proprio dire che una documentario di 85 minuti, incentrato sulle bucoliche vicende di due gemelli contadini della Maremma, impegnati a pascere il gregge tra una mietitrebbia difettosa e gli ungulati che sconfinano, non la trovo una tematica particolarmente coinvolgente ed originale.

Sicuramente il mio è un giudizio di gusto personale, condizionato forse dal fatto che vivo in campagna e quindi queste cose le vedo praticamente ogni giorno.

Dulcis in fundo l’ultima stroncatura dell’articolo la riservo a “Druzina/The Family”, un film sloveno la cui visione consiglio solo a chi fosse affetto da gravi forme di insonnia e/o mal di denti notturno.

Qui oltre al gusto mio personale che di certo non trova riscontro nelle vicende di un giovane “coatto” di paese, rimasto padre malgrado la sua evidente poca attitudine genitoriale, ci troviamo davanti ad un lavoro qualitativamente basso dal punto di vista stilistico.

Grandissimi momenti di vuoto sonoro, riempiti da un fruscio di fondo che forse nella mente del regista volevano essere una firma autoriale, non sortiscono altro effetto se non quello di essere disturbanti come il grattare delle unghie sulla lavagna.

Sequenze ripetute e rigirate, senza nessuna utilità allo sviluppo del contesto narrativo, danno l’impressione di loop seminati a caso tanto per fare minutaggio.

Lo squallore volutamente ostentato degli interni, sembra voler ricopiare senza talento lezioni non comprese a fondo del neorealismo italiano.

Di norma non sono così drastico nei miei giudizi. So quanto lavoro c’è dietro la realizzazione di un film, per quanto brutto sia.

Tuttavia in coscienza non posso non consigliare in via amichevole a Rok Bicek di guardare con interesse ad altre carriere, come quella dell’apicoltore, dove certamente avrebbe maggior successo.

E ora, tolto il dente delle critiche negative passiamo decisamente a momenti più piacevoli con “Muchos hijos, un mono y un castillo” che a dispetto della lunghezza del titolo non è un film di Lina Wertmuller, ma dello spagnolo Gustavo Salmeron.

Un ibrido tra un documentario, una commedia familiare e un reality intelligente (il che lo classificherebbe anche come film di fantascienza).

Devo dire che è la prima volta che mi trovo di fronte ad un esperimento del genere, in  cui il regista ci spaventa con la minaccia di propinarci un filmetto familiare per sorprenderci subito dopo con un irresistibile collage di situazioni improbabili e un distillato di ricordi, anche amari, ma passati attraverso la lente di una tenera ironia che sa addolcirli fino a rendere esilaranti anche momenti drammatici come la perdita della casa (o del castello).

Certamente il merito del successo di questa operazione sta nella particolare stravaganza della famiglia Salmeron, in particolare della matriarca.

Un’inarrestabile e corpulenta matriarca con il vezzo della buona cucina, la compulsione agli acquisti ridondanti e un senso dei legami di sangue molto marcato.

Ma senza l’ironia di Gustavo che ha saputo esasperare i tratti comici, talvolta ripetendoli in piccoli ritornelli, probabilmente la pellicola non avrebbe avuto lo stesso smalto.

La narrazione inizia dall’infanzia fino ad arrivare ai giorni nostri.

L’infanzia è un momento di preparazione che ci permette di familiarizzare e identificarci con i personaggi.

Una storia vera con persone vere, con i loro difetti, le loro differenze e le loro stranezze che trovano un momento di solida unità proprio a ridosso della grande crisi economica iniziata nel 2008 e che ancor oggi perdura, in cui la famiglia benestante perde ogni suo avere.

L’incubo della classe media impoverita che sa restare umana grazie alla riscoperta di valori più solidi di quelli che la società dei consumi ci propina.

Veramente un bel film.

Da vedere ad ogni costo!

Altro giro, altra corsa per “Rèver sous le capitalisme” della belga Sophie Bruneau.

Una delicata perla distopica che obbliga a tuffarsi nelle pulsioni e nelle fobie oniriche di una società in cui il libero mercato è diventato il dogma inconfutabile, nonostante da ben 10 anni mostri che come modello di sviluppo non funzioni.

La risultanza di questi ultimi 27 anni in cui le società sono state modellate non secondo i bisogni delle persone ma secondo quelli delle aziende, ha portato una disumanizzazione nei rapporti interpersonali instillando un senso di alienazione che penetra fin nell’inconscio e da qui nei sogni.

Lavoratori, disoccupati, persone spinte ai margini del sistema e altre che lottano fino allo sfinimento per restare nel gorgo (cit. Ingrao) raccontano i loro incubi davanti ad una telecamera che li riprende di fronte a quelli che una volta erano posti di lavoro e oggi sono templi della disperazione.

Un film difficile, pesante.

Di sicuro non adatto per passare una serata di spensierato svago.

Ma assolutamente da vedere.

Un altro gustoso esperimento sociale lo si riscontra in “Country for Old Men” di Cravero e Jona.

Che ci portano in una cittadina dell’Ecuador, diventata meta nel corso degli anni di un numero sempre crescente di pensionati statunitensi, appartenenti all’ex ceto medio e in fuga dalla proletarizzazione in atto nel loro paese negli ultimi decenni.

Il documentario è ottimamente realizzato e scorre bene, ma al di là dei dettagli tecnici, sicuramente quello che colpisce è il tentativo, anche un po’ patetico di questi ex benestanti,  di voler ricreare a tutti i costi quella società e quelle dinamiche proprie del loro paese di origine e che evidentemente non funzionano così bene, visto che sono stati costretti ad emigrare.

Lascio per ultima, quella che per me, matto e militante, è stata una vera goduria di celluloide.

“SPK Komplex” del geniale Gerd Kroske.

Piccola premessa più che doverosa.

In occasione del quarantesimo anniversario della Legge Basaglia, gli organizzatori del Per.So. hanno pensato bene di dedicare un’intera giornata alla tematica del disagio mentale.

A partire dal primo pomeriggio con una serie di corti sulla sindrome di Asperger, dei quali parlerò in chiusura, fino a concludere la serata con questo capolavoro di film tedesco.

Un documentario che ci riporta alla Germania degli anni ‘70, nel pieno sviluppo e consenso sia delle idee della R.A.F, sia delle tesi per un nuovo approccio alla psichiatria e alla cura del disagio mentale.

In questo contesto prende vita SPK Komplex, ovvero il collettivo dei pazienti socialisti, un’esperienza dove si affrontava il tema del disagio mentale e del percorso di terapia attraverso un approccio marxista che vuole nella società del capitale e delle sue sovrastrutture borghesi, la matrice di molti orizzonti dell’alienazione e della malattia mentale.

Una realtà che pur mostrando molti limiti terapeutici sicuramente è servita a separare il vero disagio mentale dai comportamenti, quali ad esempio l’omosessualità, che pur non avendo nulla di patologico erano percepiti come devianti dal comune sentire della mentalità borghese del tempo.

Il documentario ci racconta tutta la parabola dell’SPK, l’entusiasmo e l’interesse suscitati negli ambienti della psichiatria democratica, i benefici dei pazienti, l’inserimento di quella realtà nel contesto delle lotte di quegli anni che puntavano semplicemente all’abolizione dello stato presente di cose.

E il cielo solo sa, se non ce ne fosse più che mai bisogno anche oggi.

Ovviamente nel film, che pur guarda con simpatia al collettivo dei pazienti socialisti, non si manca di mettere in luce le ombre che inevitabilmente si affiancarono ad una tesi così rivoluzionaria: errori scientifici da parte del medico che iniziò l’esperimento e lo continuò arroccato in perfetta solitudine, isolandosi e  privandosi del supporto di colleghi che avrebbero portato un valido contributo; le invidie di un mondo accademico ingessato su percorsi di contenzione e soppressione di ogni devianza o presunta tale; i contatti con la lotta armata delle RAF tesa ad egemonizzare anche quella realtà da una parte; dall’altra le infiltrazioni governative tese a demolire e demonizzare l’esperienza SPK, anche servendosi di compiacenti baroni della medicina ben disposti a redigere valutazioni di parte e prezzolate.

Emozionante l’incontro con Carmen Roll, protagonista del film, membro non pentito della RAF, dell’SPK in seguito e oggi operatrice psichiatrica in Italia.

A conclusione di questo lungo reportage dal Per.So volevo spendere due parole sulla giornata del 20 settembre, in cui è stata ospitata una sezione dell’AS film festival.

Mi preme sia perché Giuseppe Cacace è un vecchio amico con cui curai insieme al cineclub Detour una delle prime edizioni della fortunata rassegna di cinema fantastico “La porta sul buio”, sia perché l’AS film festival è una realtà che ha il merito di aver voluto coraggiosamente scommettere sulle persone autistiche, includendole direttamente nei processi creativi e di direzione artistica con un ruolo attivo di primo livello, dimostrando che un’inclusione non è solo possibile e auspicabile, ma anche proficua.

La giornata consiste in una serie di corti in cui l’autismo è mostrato dagli autistici stessi non come una malattia invalidante, ma come una condizione che può essere vissuta normalmente e portare prospettive diverse sulla visione del mondo.

Ho incontrato i curatori, Marco Manservigi e Nicola Chiodi, e in effetti ci ho messo parecchio per accorgermi della loro condizione, anzi se non me lo avessero detto loro, probabilmente non ci sarei nemmeno arrivato da solo.

Sono entusiasti come me a vent’anni, quando mi avvicinavo alla meravigliosa realtà del cinema.

Dei due il veterano è Marco, al quale si aggrega Nicola nelle esperienze di analisi del testo filmico.

L’obiettivo a cui si dedicano con una passione e una serietà rara anche nei professionisti è quella di aprire al pubblico e al documentario lo sguardo degli Asperger.

Oltre a quello di creare una maggiore apertura e autenticità del prodotto cinematografico.

Spero di aver riportato esattamente il loro pensiero, anche perché attenti come sono se dovessi aver sbagliato qualcosa, di certo non gli sfuggirà.

Di una cosa sono certo, ed è che entrambi sono concordi nel riconoscere a Giuseppe una grande pazienza… e su questo ci posso mettere la mano sul fuoco, visto che ha avuto la forza d’animo di lavorare anche con uno come me.

Colonna sonora: “Io sono la tua fine” dei Nerorgasmo.



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