Il sacrificio del cervo sacro: Yorgos Lanthimos prosegue la sua riflessione sul destino dell’uomo ancora una volta da una prospettiva politica

Il sacrificio del cervo sacro, ultima fatica del talentuoso regista greco Yorgos Lanthimos (Alps, The Lobster), premiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes del 2017, è un film che gronda cinema da ogni fotogramma

  • Anno: 2017
  • Durata: 109'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Gran Bretagna, USA
  • Regia: Yorgos Lanthimos
  • Data di uscita: 28-June-2018

Prima di qualsiasi altra considerazione, è necessario premettere che Il sacrificio del cervo sacro, ultima fatica del talentuoso regista greco Yorgos Lanthimos (Alps, The Lobster), premiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes del 2017, è un film che gronda cinema da ogni fotogramma, laddove sia le questioni affrontate sia le soluzioni formali fanno costantemente segno a un fuori campo che riverbera costantemente sulle immagini che scorrono sullo schermo. Le prospettive esatte del cinema di Stanley Kubrick –  quei continui andirivieni nei corridoi dell’ospedale, seguiti da carrelli veloci e precisi -, oltre che l’inevitabile riecheggiare di Eyes Wide Shut dal corpo ‘anestetizzato’ di Nicole Kidman, il furore vendicativo del Robert De Niro del Cape Fear di Martin Scorsese e, non ultimo, il tema dell’espiazione del Flight di Robert Zemeckis: stavolta Lanthimos, pur trattando temi ancora una volta liminari, surreali, facendo sprofondare lo spettatore in un abisso di angoscia, mutua un’iconografia assai impressa nell’immaginario, torcendola e adeguandola alla sua specifica cifra stilistica.

Lo schermo nero all’inizio e alla fine del film rivela piuttosto chiaramente l’intento dell’autore di perseguire una sorta di accecamento dell’immagine, in direzione di un cinema anti-spettacolare, sebbene a livello diegetico Il sacrificio del cervo sacro non disdegni tempi e modi che consentono allo spettatore di mantenere alta la soglia dell’attenzione per l’intera durata, fino al drammatico epilogo. Dal buio si passa a un’inquadratura cruda, in cui al centro è posto un cuore che batte durante un intervento chirurgico: l’ostinazione di quel pulsare da un lato commuove e da un altro sgomenta; l’incommensurabilità del passaggio dalla vita alla morte è tutta contenuta nel mistero di quel movimento involontario, indomito e, in un certo senso, mostruoso, disumano. Viene subito mostrata la testardaggine di un desiderio di esserci a qualunque costo, una ferma opposizione a non rassegnarsi all’inorganico.

Con questo prologo il regista (che ha sceneggiato il film insieme a Efthymis Filippou) sembra quasi voler preventivamente neutralizzare il livello di drammaticità della tragedia che mette in scena, instillando il virus del non senso. D’altronde la perfezione della famiglia del protagonista, il medico Steven Murphy, interpretato da un buon Colin Farrell, è solo apparente, una mera rappresentazione attraverso cui si tenta di occultare una dimensione mortifera che congela tutti i membri in ruoli stereotipati e non autentici. La conferma a questa ipotesi è fornita dalla sequenza in cui si assiste all’accoppiamento dei due coniugi: la moglie si offre al marito simulando uno stato di anestesia totale, facendo precipitare l’Eros in una grottesca necrofilia che stride a tal punto con il consueto immaginario da provocare un riso amaro. Sotto l’ordine simbolico sventolato dai Murphy cova un baratro di orrore, di disperata mancanza di senso che si cerca in tutti i modi di nascondere.

Ecco che a smascherare questa finzione reiterata provvede Martin (un inquietante e bravissimo Barry Keoghan), il giovane figlio di un paziente che il medico non era riuscito a salvare, perché durante l’intervento si trovava in stato di ubriachezza. È come se l’economia psichica comunitaria penetrasse all’improvviso, e in modo devastante, in quella famigliare, rivelando quanto essa abbia precedenza logica e ontologica sulla seconda, e costringendo, quindi, il dottor Murphy a compiere un estremo gesto riparatorio, senza il quale il suo bel nucleo borghese e benestante è condannato all’annientamento.

L’espiazione e la vendetta ne Il sacrifico del cervo sacro rispondono alla logica di un rapporto di forza in cui uno dei due termini (la comunità) si pone in maniera antagonista rispetto a quello della conventicola famigliare, il più delle volte generatrice di egoismi e mancanza di senso di solidarietà con il prossimo (e qui si potrebbe scomodare il Platone de La Repubblica).

Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, ma anche i piccoli Raffey Cassidy e Sunny Suljic, si rivelano totalmente all’altezza della situazione, regalando prestazioni che difficilmente si dimenticano.

Con il suo ultimo film Yorgos Lanthimos prosegue egregiamente la riflessione sul destino dell’uomo, sulla vita e la morte, sempre all’interno di una prospettiva naturaliter politica sul cui sfondo vengono, di volta in volta, dipanante le questioni. Un cinema coraggioso, sincero e non furbo, il suo, che merita tutta la nostra attenzione. Il sacrifico del cervo sacro sarà nelle nostre sale dal 28 Giugno, distribuito da Lucky Red. Se riuscite, non perdetelo.

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