Sguardi Altrove Film Festival: la sala del cinema gremita durante la prima serata

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Film di grande intensità per la prima giornata del Festival Sguardi Altrove, da The Blessed di Sofia Djama a Barrage di Laura Schroeder

Nella giornata di apertura del Festival si mantiene la promessa fatta in conferenza stampa, quella di una pluralità di sguardi, appunto, e di voci. Si inaugura così il primo pomeriggio la sezione Voci di donna (gli altri due appuntamenti saranno, il 14, su Elena Ferrante e Fernanda Pivano) e lo si fa con un libro: Audrey Hepburn immagini di un’attrice di Margherita Lamesta Krebel, presente in sala insieme alla direttrice artistica del festival, Patrizia Rappazzo.

Lamesta Krebel racconta di aver voluto rendere omaggio alla terza attrice più famosa nel mondo, dopo Betty Davis e la sua omonima Katharine, per rompere il cliché e rappresentarla soprattutto attraverso il suo talento recitativo. Un numero di film in realtà inferiore alla sua fama, ma tutti di grande successo, a dimostrare la sua capacità di scelta, senza seguire le mode del momento ma inventandone una tutta personale. I suoi personaggi testimoniano la volontà di emancipazione, se pure a volte maldestra, e di svelamento delle ombre femminili, di una personalità fragile solo in apparenza. Per questo, ci viene offerto uno spezzone di Colazione da Tiffany, proprio quello in cui Holly parla a Paul delle sue paturnie per concludere: Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany, comprerei i mobili e darei al gatto un nome. Rivoluzionario il suo ruolo, in un momento storico in cui andavano di moda le attrici vistose come Marylin (che Truman Capote, autore del romanzo, avrebbe voluto nel ruolo di Holly). Lei, invece, ha un carisma particolare, non appariscente, non dirompente, a suggerire il ruolo di amica più che di amante, ma che, guardata con occhio attento, rivela tutto il suo fascino. Certe luci della ribalta rovinano la carnagione, a una ragazza, per dirla insieme ad Holly, ma Audrey Hepburn ha saputo occuparla la scena, eccome, nella sua maniera originale e intramontabile.

Con ancora la leggerezza di Holly nello sguardo, il Festival propone il primo film in concorso, Les Bienhereaux (The blessed) di Sofia Djama, opera prima come la maggioranza delle pellicole di questa rassegna. The Blessed è stato presentato alla 74° Mostra di Venezia, nella sezione Orizzonti, dove Lina Koudri, l’attrice principale, ha ricevuto il premio per la migliore interpretazione femminile.

A due anni dalla primavera araba i personaggi, di estrazione borghese e ideologia progressista, si muovono all’interno di un’unica giornata, ad Algeri, la vera protagonista del film, che sembra contenere tutte le ferite della guerra civile e la voglia di lasciarsele alle spalle. In continuo conflitto tra il passato e il futuro, la voglia di andare e rimanere, la generazione di oggi e quella di domani. Amal e Samir (lei professoressa, lui ginecologo abortista) si preparano a festeggiare il loro anniversario, ma alle tenui carezze e agli sguardi affettuosi, e frettolosi, si alternano tensioni che covano da tempo. Anche l’incontro con gli amici che tornano dall’estero per un aperitivo prima della cena a due (un fallimento!), rivela tutte le fratture e il finto cinismo che si sono accumulati negli ultimi anni. Amal rimpiange di non essere partita e proietta sul figlio diciottenne, Fahim, il suo sogno irrealizzato; Samir non è pentito di essere rimasto e vuole che il figlio, come loro, resti. Da parte sua Fahim condivide il suo tempo con un amico la cui religione scivola verso un estremismo molto confuso (tanto da volersi far tatuare sulla schiena un versetto del Corano), ed una ragazza insofferente come lui nei confronti delle regole. Lei è più solare però perché ha una famiglia alla quale opporsi; lui, invece, con genitori troppo permissivi, e una società reazionaria, vive in pieno una crisi identitaria di difficile soluzione. Lo sguardo equidistante della regista si posa alternativamente sui ragazzi e sugli adulti, a registrare in maniera struggente i lasciti di un passato doloroso e di un futuro che ancora non si intravede.

The Blessed è un film di tante parole, dialoghi spezzati, ironie che non colpiscono nel segno, di rancori che emergono in superficie, pur senza esplodere platealmente; mentre Barrage, il film di Laura Schroeder fuori concorso, rappresenta sofferenze individuali che il tempo ha resto insostenibili, e che si sono ispessite nel silenzio. Tre figure di donne: la nonna, Elizabeth (Isabelle Huppert), la madre, Catherine (Lolita Chammah, figlia della Huppert nella realtà) e la figlia, la preadolescente Alba, contesa tra una nonna rigida, ma a suo modo protettiva, e una madre che per dieci anni è stata via ed ora reclama il suo ruolo, ma che riesce a stabilire un rapporto di sorellanza e mai di genitorialità. Anche qui il tempo dell’orologio è ridotto, appena due giorni e due notti, ma sono evidenti i rancori mai sopiti, tra desiderio di affetto e di autonomia, i conflitti e i confini e le rivalse. E il tentativo goffo, ma sincero, di Catherine per recuperare una maternità mai vissuta, che ovviamente non si può improvvisare. Anche Laura Schoreder nella regia di un dramma psicologico così intenso, guarda e dirige le sue tre attrici in maniera asciutta, quasi a non voler parteggiare per nessuna di loro, nella tragedia, quella dell’assenza di una madre amorevole, che è sempre universale.
Ci spiace che Lolita Chammah non sia potuta venire a presentare il film, come era stato programmato.   Avrebbe trovato la sala del cinema Oberdan gremita. E ciò fa ben sperare per il successo del Festival anche nei giorni a venire.



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