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Quando l’Italia non era un paese povero

Nato come esercitazione durante gli anni di studio al centro sperimentale, “Quando l’Italia non era un paese povero” ha subito assunto, per la meticolosa ricerca del materiale e per la scelta dell’argomento trattato, la valenza d’un documentario di ben più ampio respiro.

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stefano misio

Nato come esercitazione durante gli anni di studio al centro sperimentale, “Quando l’Italia non era un paese povero” ha subito assunto, per la meticolosa ricerca del materiale e per la scelta dell’argomento trattato, la valenza d’un documentario di ben più ampio respiro.

Stefano Missio ha utilizzato i suoi 2000 metri di pellicola a disposizione per ricostruire le travagliate vicende che portarono Joris Ivens, celebre regista militante e viaggiatore, a dirigere nel 1959 un documentario il cui committente era l’ Eni di Enrico Mattei, ed il cui soggetto doveva esser quell’Italia affrancatasi dalla povertà di non aver risorse energetiche grazie al rinvenimento d’ insperati giacimenti, quali quelli di metano lungo il Po, e quelli di petrolio, in Lucania e Sicilia.

Ivens si mise a girare con la curiosità di confrontarsi con un “capitalismo di Stato” che faceva di Mattei un democristiano atipico e scomodo, e ne venne fuori un prodotto in tre puntate che la Rai avrebbe dovuto trasmettere nel 1960. Ma “L’Italia non è un paese povero”, questo il titolo, non si fermò a dipingere una gaudente nazione alle porte del boom economico. Le sequenze girate tra i sassi di Matera e quelle siciliane denotavano piuttosto la persistenza d’uno stato di profondo disagio, di miseria, di siderale distanza da quell’ottimismo di facciata che, nell’anno delle Olimpiadi romane e del fascisteggiante governo Tambroni, il servizio pubblico non aveva intenzione di mettere in discussione.

Il film di Ivens fu così tranciato di alcune sequenze e rimontato.

Stefano Missio ne ha ripercorso l’avventura, interpellando testimoni diretti come i fratelli Taviani e Valentino Orsini, collaboratori in fase di sceneggiatura e di regia, e Tinto Brass, che partecipò al montaggio e che fu colui il quale, per volere dello stesso Ivens, riuscì a trafugare e a portar all’estero alcune copie di quel montato originale che in Italia si è riuscito a riveder solo da pochi anni.

L’iter avventuroso d’una produzione diventa qui, attraverso la capacità di racconto degli intervistati, un’avventura carica di suspense e di passione per la celluloide. Servendosi d’un bianco e nero che, sospendendo la temporalità del girato, nega una precisa datazione delle immagini, ed immergendo in un’oscurità carica di suggestione quei volti parlanti dalle cui bocche viene fuori tutta la storia, Missio recupera, in quella che poteva restare semplice opera di documentazione, una cifra stilistica che smarca il suo film dall’orizzonte televisivo e ne fa un’opera di cinema pensato e vissuto con passione.

Salvatore Insana

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