Connect with us

DIRETTE EVENTI & FESTIVALS

14. RIFF: Intervista alla regista Alessandra Pescetta

Taxi Drivers intervista la regista milanese Alessandra Pescetta, finalista del Rome Independent Film Festival con il cortometraggio Ahlem, che affronta l’attuale e drammatico tema dell’immigrazione.

Publicato

il

Finalista della quattordicesima edizione del Rome Independent Film Festival, Alessandra Pescetta ha affrontato nel cortometraggio Ahlem (2014) il tema drammaticamente attuale dell’immigrazione. Taxi Drivers ha chiesto alla regista, che abita a Milano e si è diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, di parlare della ricerca che l’ha portata alla realizzazione di questo cortometraggio e degli altri suoi lavori.

 

Come è nata l’ambientazione di Ahlem in Sicilia?

Dal 2000, anno in cui ho girato il mio primo cortometraggio Ti Ricordi di Fox? ispirato ad una novella di Pirandello, mi sono innamorata della Sicilia. Fin da subito sono rimasta colpita dalla luce, quasi divina che penetrando nella terra nera etnea sembra raccogliere e restituire il mistero di cui è composta. Gli affascinanti raggi filtrati incontrano bellezza e contraddizione e lasciano scoperte delle crepe in cui si annidano e concentrano storie che si raccontano da sole. Ahlem è stato l’incontro con il mare, una porta che divide o unisce il destino di molte persone. Ho ascoltato storie di coloro che circa 20 anni fa sono riusciti a giungere in questo paese generoso e tellurico cercando ancora di trovare quel sogno che li ha guidati fin lì.

 

Come hai scelto le due protagoniste del cortometraggio?

L’associazione Apas di Paternò (CT), che si occupa attivamente delle tematiche relative all’integrazione degli immigrati e con la quale è nato questo progetto, ci ha dato la possibilità di fare delle interviste a giovani i cui i loro genitori sono stati tra i primi migranti in Sicilia una ventina di anni fa. Giovanni Calcagno, coproduttore del film, attore che oltre al cinema e al teatro si occupa di teatro di Cantastorie, insieme a Savì Manna, unico interprete professionista del film, sono riusciti a farsi raccontare le loro storie con tanta naturalezza che quando ho rivisto le riprese avevo davanti a me un caleidoscopio di storie, tutte molto diverse e intense. Mi hanno particolarmente colpita Ahlem Benjeannette, nata da genitori tunisini e Victoria Rzepa, da genitori polacchi, due 17enni immerse nei loro sogni eppure con un diverso rapporto con la loro cultura di origine che mi sembravano due estremi che contenessero tante sfumature. Inoltre i loro visi erano intensi, luminosi, trasparenti che riuscivano sempre a commuovermi. Non hanno avuto bisogno di un provino perché quello che avevano raccontato nell’intervista era già un vissuto che le aveva segnate, e ho deciso di farle interpretare se stesse.

AHLEM1

 

Il significato del nome della protagonista, che è anche il titolo del corto e che non sveliamo, è la chiave di interpretazione di questo tuo lavoro. Ma è anche il vero nome dell’attrice. E’ qui che hai tratto ispirazione?

Sono molto attratta dai nomi delle persone, in ogni nome c’è il tentativo da parte dei genitori di insinuare nel figlio un destino. Ci chiamiamo spesso con i nomi dei nostri antenati, e questo può limitare la possibilità di esprimere la nostra vera natura. Ahlem ha un significato nato al momento in cui è stato donato alla figlia da parte del padre, quindi una proiezione più ampia, che contiene una storia che può cambiare, che può prendere una forma desiderata da chi porta quel nome. E in quel nome c’era già una lunga storia da raccontare con il film.

 

Nei tuoi lavori c’è un’attenzione speciale per il mondo femminile?

Per anni l’ho evitato, era così inaccessibile anche per me stessa che quando cercavo di affrontarlo i fantasmi che si manifestavano mi creavano molto imbarazzo. Penso che il mondo femminile sia ancora poco esplorato, è un po’ ancorato ad una idealizzazione di cui ancora la nostra società non riesce a dissociarsi. Ci sono arrivata passando attraverso le figure mitologiche femminili: Medea, La Pizia (oracolo di Delphi), la regina delle Amazzoni Pentesilea; realizzando insieme a Giovanni Calcagno una trilogia di videoarte, riscoprendo la natura divinatoria femminile, e quindi l’ho poi esplorata nella quotidianità con i film più recenti.

 

Attualmente stai finendo di realizzare il tuo primo lungometraggio. Ce ne vuoi parlare?

La Città senza Notte è un film che racchiude molti temi ed esperienze artistiche che avevo affrontato precedentemente ma qui ho avuto modo di approfondirlo. Parla di un rapporto difficile tra una giovane donna giapponese (interpretato da Maya Murofushi, già miss mondo 2010) e il fidanzato siciliano (interpretato dal mio compagno Giovani Calcagno). Lo tzunami del 2011 in Giappone ha liberato i demoni di Fukushima sotto forma di immagini di onde radioattive che circondano Mariko e le impediscono di trovare il sonno. E’ girato a Catania, una città quasi irriconoscibile se vista dagli occhi di due persone che vivono in un mondo sempre più irreale. Il progetto è nato con l’etichetta discografica RareNoise di Londra, la cui filosofia è basata sull’idea di incrocio e contaminazione fra culture e suoni diversi, le musiche dei Berserk band composta dal bassista Lorenzo Feliciati e dal cantante e sperimentatore Lorenzo Esposito Fornasari (LEF)  come tessere sonore  originate da  influenze, generi e voci musicali diverse, dominano le atmosfere oniriche del film. La storia è ispirata al racconto “La Pace di Chi ha Sete e sta per Bere” scritta dall’amica Francesca Scotti, con la quale collaboro da qualche anno nella scrittura di soggetti. Il film utilizza molti linguaggi espressivi a cui ho lavorato in questi anni (videoarte, videoclip, cinema).

 

Oltre a realizzare film sei impegnata nell’insegnamento delle tecniche cinematografiche. Ce ne vuoi parlare?

Amo il contatto con i giovani, vedere nelle loro ingenuità i germogli di un modo originale di raccontare, cerco di fornire tecnica per esprimerlo. Insegno alla Laba (libera Accademia di Belle Art) in Trentino e a Brescia. Tengo spesso dei laboratori e delle masterclass. Recentemente con il Conservatorio di F.A. Bonporti di Trento. Da queste due istituzioni è nato un progetto di due opere liriche brevi che uniscono musica e video realizzata dagli studenti con la mia supervisione e regia video. La regia teatrale sarà in collaborazione con Giovanni Calcagno.

 

Quali sono, se ce ne sono, i tuoi artisti di riferimento?

Andrei Tarkowskij, Alejandro Jodorowsky, Marina Abramovich, Akira Kurosawa, Bob Wilson, Alain Resnais, Kim Ki Duk, Caravaggio.

 

Nel tuo lavoro di regista, cos’è che ti da maggiore soddisfazione e cosa invece non sopporti o vorresti cambiare?

Io credo che affrontare l’Arte sia una forma di guarigione. Qualsiasi lavoro è un modo per confrontarsi con se stessi e con gli altri. In quella fessura di confine ci sono molti fantasmi che possono ostacolare la possibilità di far fruire il lavoro agli altri perché non rimanga un’esperienza personale o circoscritta a coloro che vi hanno lavorato. La distribuzione è la parte più difficile, in un mondo così apparentemente pieno di finestre a cui affacciarsi (social network, festival, etc.) si rischia di dover sottostare a richieste di mercato o di generi.

Commenta