Visioni Proibite Volume 2: intervista agli autori, Roberto Curti e Alessio di Rocco

In un precedente articolo di questa rubrica vi abbiamo parlato di Visioni Proibite Volume 1, di Roberto Curti e Alessio di Rocco. Potete trovarlo qui. Per l’occasione dell’uscita di Visioni Proibite Volume 2, abbiamo fatto una chiacchierata con i due autori che ci raccontano la censura italiana di ieri, oggi e domani.

Mi risulta che il lavoro di ricerca per Visioni Proibite 1 e 2 sia stato “lungo una vita”, per così dire. Mi potete raccontare come è effettivamente avvenuto?

Innanzitutto, siamo partiti stilando un elenco dei film respinti, dal primo dopoguerra ad oggi. Non esisteva alcuna  fonte che li riportasse, tant’è che prima del nostro libro si credeva che gli unici casi fossero stati Totò che visse due volte e un paio di altri. A tale proposito, c’era e forse c’è ancora un equivoco di base quando si parla di censura: gli esempi che vengono regolarmente fatti, ad esempio, riguardano Ultimo tanto a Parigi e Salò, due film che in realtà sono passati in censura, magari con minimi tagli come quello di Bertolucci, per poi essere bloccati dalla giustizia ordinaria. A noi invece interessava indagare l’aspetto amministrativo, ossia il lavoro delle commissioni ministeriali di censura.

Una volta stilata la lista, che ha richiesto comunque un bel po’ di tempo, abbiamo consultato uno a uno tutti i fascicoli ministeriali relativi a queste pellicole, per conoscere le motivazioni delle bocciature, i tagli imposti, le “modifiche” cui sono state sottoposte per ottenere in tempi successivi il tanto agognato nulla osta di circolazione ne avrebbe permesso la circolazione in sala. A questo si sono aggiunti il lavoro in emeroteca e la collazione di più versioni di ogni film, per capire se le edizioni, diciamo così,  “pre-censura” fossero in qualche modo reperibili sul mercato. E ovviamente uno studio delle normative in tema: è fondamentale, ad esempio, tenere presente la legge sulla censura che nel 1962 innova una normativa che fino a quel momento era ferma letteralmente al periodo fascista, fondandosi su un regio decreto del 1923!

Quali sono i casi trattati che a vostro parete sono più emblematici, o che hanno maggiormente attratto la vostra attenzione all’interno della vostra ricerca?

Dal punto di vista storico-politico gli anni della censura andreottiana, in cui venivano colpite in massa pellicole legate al partito comunista (i documentari di Lizzani, ad esempio, o i film del blocco sovietico importati in Italia dalla Libertas Film, che era la casa di produzione e distribuzione del Pci) sono una vera e propria miniera per studiare l’Italia del dopoguerra, e ci consentono di toccare con mano il clima di contrapposizione tra i blocchi politici che si respirava al tempo. E poi, ovviamente, ci sono casi particolari, curiosi, divertenti (nel senso che si ride per non piangere): come quello di Olimpiadi di Londra 1948, un documentario sulle Olimpiadi bocciato dalla censura perché… non metteva abbastanza in risalto i risultati ottenuti dagli atleti italiani; ma ce ne sono tantissimi altri di assurdi, per i quali vi invitiamo a leggere i libri.

L’aspetto più interessante del vostro lavoro è che dipinge un quadro politico e sociale dell’Italia nei decenni. Eravate consapevoli di questa chiave di lettura durante la lavorazione?

A noi interessava fin dal principio studiare, attraverso la censura, i mutamenti del costume e della politica nella società italiana, ma dobbiamo riconoscere che dalla carte sono emersi spaccati che neanche noi avevamo considerato, quindi diciamo che il volume, anzi, i volumi, si sono arricchiti di sfaccettature mano a mano che ci lavoravamo. L’idea, insomma, era di fare qualcosa che andasse al di là del semplice libro di/sul cinema: un recensore l’ha definito un trattato di storia politica, ed è una definizione che ci inorgoglisce.

Oggi, da un bel po’ di tempo, in Italia vi sono dei temi, contenuti, toni, espressioni che non vengono censurati nel senso tecnico del termine, ma sono ignorati da produzioni e distribuzioni che vivono una immagine del cinema come congelata nel tempo. Atrofizzata in alcuni limiti che non solo equivalgono a evitare un tot argomento politico o sociale, non solo a mantenere i toni molto rilassati e innocui, ma anche evitare totalmente alcuni argomenti. Come vi spiegate tutti questi limiti autoimposti? In genere si tende a parlare di un volere dall’alto ma è possibile che sia semplicemente un prendere atto che l’audience non vuole un determinato prodotto perché non ha i mezzi per capirlo?

Paradossalmente, il cinema era molto più libero in tempi in cui la censura era più vigile. Adesso passano cose con visto “per tutti” che trent’anni fa sarebbero state vietate ai minori oppure respinte, ma se si va al di là delle singole scene ad effetto e si analizzano i contenuti , è tutto molto innocuo, addormentato. Comatoso. Chi oserebbe proporre oggi, tanto per fare un esempio, un film come Le farò da padre di Lattuada, incentrato sull’attrazione fisica di un uomo verso una minore, per lo più disabile? La situazione odierna è il frutto di almeno vent’anni di profondi mutamenti politici, legislativi (la legge Mammì, con le conseguenze produttivo-distributive che comportò…), di costume. Giovanni Cesareo parlava di “greggismo mentale” dei giornalisti – fenomeno oggi più diffuso che mai, si vedano i titoli fatti con lo stampino, quando non copiati di sana pianta – per descrivere un conformismo diffuso frutto di pigrizia intellettuale ed emulativa. Hai ragione, i poteri forti, e/o occulti, c’entrano fino a un certo punto. Oggi si fanno film per il pubblico distratto dei selfie o del conformismo da social network, pollice alzato e via. E nel frattempo il cinema, ormai privo della centralità di un tempo, è regredito a una visione rose e fiori degna degli anni ’50 del neorealismo rosa, senza nemmeno la scusa delle ferite di un conflitto da lenire. Insomma, per dirla con Flaiano, “Coraggio, il meglio è passato.”

Perché far uscire Visioni Proibite proprio oggi? A mio parere l’Italia è il Paese che, tragicamente, ha saputo lavorare sulla censura in maniera più funzionale e sottile. Un veleno nascosto nel piatto favorito, un lavaggio del cervello degno della cura Ludovico ma consenziente, ma senza divaricatori oculari. Anche chi si dice contro la censura, ha la forma mentis del censore. A cosa ci porta questa riflessione?

Un libro come “Visioni Proibite” è necessario forse più oggi di ieri, in quanto la censura non è affatto morta, ha soltanto cambiato forma. Moltissimi film, classici e non, vengono stampati in home-video nelle edizioni tagliate per la televisione,  le derubricazioni sono all’ordine del giorno,  e c’è il serio rischio di compromettere un intero patrimonio cinematografico. Inoltre, essendo morto il dibattito, non c’è nessuno che denuncia questi misfatti, a parte pochissimi studiosi. E il panorama dei libri sul cinema ci propina sempre più opere fatte senza uno straccio di ricerca sul campo, assemblate sbirciando Wikipedia, e tramandando informazioni errate. Per cui il nostro è anche un discorso sul metodo. Riguardo alla vittima consenziente, hai perfettamente ragione. Basta sfogliare i verbali ministeriali per vedere come da parte delle vittime, ossia i produttori e i distributori, scattasse un atteggiamento di servilismo nei confronti del potere. E in alcuni casi, addirittura delatorio nei confronti di altri colleghi, come quel regista di documentari sexy che protestava asserendo che la vera oscenità era il sedere di Annie Girardot in La donna scimmia di Ferreri. Nell’introduzione al libro citiamo Kafka, ma questi racconti squallidi di censori e censurati a volte hanno il sapore grottesco delle 120 giornate di Sodoma sadiane, e non solo per gli elenchi spesso ottundenti di “oscenità” snocciolate dai severi commissari di censura.

In un rotocalco americano, critico sull’era Berlusconi, si diceva che il modello pseudo-democratico italiano aveva influenzato negativamente altre democrazie nel Mondo. Voi credete si possa dire ugualmente del modello censorio? E in che termini?

Questo magari no, ogni paese ha una sua censura, non parlerei di influenze reciproche. Noi non siamo stati neanche in grado di copiare il modello francese sulla pornografia, relegando il genere in un vuoto legislativo che ha portato di fatto a una situazione di vera e propria anarchia, con l’apertura delle sale a luci rosse. Anche i criteri cambiano di paese in paese.

Gianluigi Perrone

Utlima modifica: 6 febbraio, 2016



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