Quando guardiamo Minority Report 2 cose ci sono subito chiare: Person of Interest era una bella serie che non ha inventato niente, questo non è un film sul futuro. È un film sul panico del presente travestito da fantascienza elegante.
Steven Spielberg lo dirige nel 2002, un anno dopo l’11 settembre, quando l’Occidente a stelle e strisce scopre che la parola “sicurezza” può giustificare qualsiasi cosa, purché pronunciata con voce ferma e accompagnata da qualche grafico. Dunque eccoci qui; Washington, 2054. La polizia non arresta più i colpevoli, ma i potenziali colpevoli. Il crimine non accade perché viene previsto. Fine della storia, applausi, sipario. O quasi. Perché ogni sistema che promette l’errore zero nasconde un errore fondativo: l’abolizione del dubbio. Spielberg non fa un film d’azione futuristico. Fa un film sulla gestione industriale della colpa.
Il sogno autoritario della pre-visione
Il cuore ideologico di Minority Report è semplice e spaventoso: se puoi prevedere un crimine, hai il dovere di impedirlo. Non è una distopia urlata ma piuttosto una logica ragionevole e condivisibile; chi di noi potrebbe mai essere in disaccordo. Ed è proprio questo il problema. Il sistema PreCrime funziona grazie ai Precog, una mostruosa aberrazione da Norimberga 2.0. un’entità atta solo alla produzione di dati. Visioni. Flussi. Sono l’embrione di ciò che oggi chiamiamo algoritmo decisionale: opaco, incontestabile, sacralizzato. La polizia non indaga più. Interpreta output.
Il giudice non giudica. Convalida risultati.
Il cittadino non è innocente. È solo temporaneamente non colpevole.
Il futuro non viene temuto. Viene gestito.
Tom Cruise: il poliziotto perfetto finché non diventa un problema
John Anderton è l’uomo giusto al posto giusto. Crede nel sistema perché il sistema gli ha dato un senso dopo la perdita del figlio. È la figura ideale del funzionario moderno: ferito, efficiente, convinto che il dolore personale possa essere curato con l’ordine collettivo. Quando scopre che il sistema lo accusa di un omicidio che non ha ancora commesso, non mette subito in discussione PreCrime. Mette in discussione la sua posizione dentro PreCrime. Ed è qui che il genio del nostro Spielberg impugna il bisturi e si improvvisa chirurgo: nessuno smette di credere al sistema quando funziona per gli altri. Il dissenso nasce sempre quando è te che fregano.

Tom Cruise in: Minority Report
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Il Minority Report: l’errore che non deve esistere
Il titolo è la vera bomba politica del film. Il Minority Report non è un dettaglio tecnico ma la prova che il futuro non è monolitico. Che esiste sempre una deviazione, una possibilità alternativa, un’incertezza. Ed è proprio ciò che il potere non può tollerare. Il sistema non crolla perché è sbagliato. Crolla perché non ammette di esserlo anche solo una volta. Inevitabilmente quindi; il Minority Report viene nascosto, sepolto, archiviato, perché incrina il mito dell’infallibilità. Non importa che salvi vite. Importa che non salvi l’idea di controllo totale. Qui Minority Report smette di essere fantascienza e diventa cronaca.
Sorveglianza, pubblicità, identità: il futuro è già qui
Le scene più profetiche non sono gli arresti preventivi, ma i dettagli laterali:
le pubblicità che ti chiamano per nome,
le retine scansionate ovunque,
l’identità ridotta a dato biometrico.
Spielberg intuisce una cosa prima di molti altri: il controllo più efficace non è quello che reprime, ma quello che personalizza. Ti conosce, ti anticipa, ti suggerisce. Non ti vieta di essere qualcuno perché sa già chi sei. Minority Report racconta un mondo in cui la libertà non viene negata, viene pre-calcolata, confezionata ed impacchettata. E tu la puoi comprare sullo scaffale alto del tuo Walmart di fiducia
La messa in scena: fredda, clinica, inevitabile
La regia è chirurgica. Colori desaturati, luce lattiginosa, vetro ovunque. Il futuro non è sporco, è asettico. Non c’è caos, c’è ordine. Ed è proprio questo a inquietare. Spielberg rinuncia al senso del meraviglioso e costruisce un mondo che non promette progresso, ma efficienza. Non c’è una distopia Cyberpunk ma la ricorda. Non c’è speranza ma c’è protocollo. La violenza è rapida, pulita, senza sangue. Come le decisioni amministrative che distruggono vite senza sporcarsi le mani.
Il finale: una concessione o una resa?
Il film si chiude con lo smantellamento del paradigma e un ritorno alla possibilità di scegliere. È un finale apparentemente ottimista, forse troppo. Ma letto oggi, suona meno rassicurante. Perché Minority Report non ci dice che il sistema è stato sconfitto. Ci dice che può essere rimesso in discussione solo quando diventa insostenibile anche per chi lo gestisce. E oggi, più di vent’anni dopo, non viviamo in un mondo senza PreCrime. Viviamo in un mondo dove PreCrime non si chiama così. Si chiama profilazione, prevenzione, analisi predittiva, sicurezza nazionale.
Perché Minority Report è ancora un film necessario
Perché non parla di tecnologia, ma di tentazione autoritaria.
Perché non demonizza il controllo, ma mostra quanto sia seducente.
Perché non accusa i cattivi, ma mette sotto processo i buoni quando smettono di dubitare.
Minority Report non chiede: “E se lo Stato fosse cattivo?”
Chiede qualcosa di molto più scomodo:
“E se lo Stato avesse ragione, quasi sempre?”
Ed è in quel “quasi” che la libertà, oggi come ieri, rischia di scomparire.
“quell’ultimo centimetro”
Un grande film non perché ha previsto il futuro, ma perché ha capito l’uomo.
E l’uomo, quando ha paura, è sempre pronto a rinunciare a qualcosa.
Di solito, a sé stesso.
Minority Report è disponibile su Paramount Plus: qui