La scomparsa di Josef Mengele del regista russo Kirill Serebrennikov (La moglie di Tchaikovsky, Limonov) già presentato all’ultimo Festival di Cannes, è stato proiettato in anteprima italiana al 37° Trieste Film Festival.
Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Olivier Guez, approda ora nelle nostre sale distribuito da Europictures.
Josef Mengele, uno spietato medico nazista
Laureato in antropologia e in medicina, militare, capo medico del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Josef Mengele (nel film interpretato da August Diehl, opportunamente truccato per rappresentare il personaggio invecchiato, alla fine dei suoi giorni) è stata una delle figure più agghiaccianti di tutto il periodo nazista. Mengele era noto per i suoi crudeli esperimenti medici e di eugenetica compiuti sugli internati, spesso handicappati e con malformazioni, utilizzati come cavie e poi spietatamente uccisi. Particolarmente attratto dalle sperimentazioni sui gemelli, questo feroce criminale nazista riuscì, al termine della guerra, a sfuggire alla cattura e al processo di Norimberga, rifugiandosi in America latina.
Il film di Serebrennikov ne narra la vita dopo la fuga nel continente sudamericano e inizia con un incipit ambientato ai giorni nostri quando un docente brasiliano, mostrando ai suoi studenti uno scheletro umano, ne rivela l’identità confermando trattarsi proprio di quello di Mengele.
Immediatamente dopo, con un flashback, veniamo proiettati negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, quando il medico nazista trascorreva la latitanza sotto falso in Argentina, Paraguay e Brasile. In particolare, con numerosi salti temporali avanti e indietro negli anni, il film si concentra su alcuni momenti della vita di colui che, per la sua crudeltà, era stato soprannominato l’Angelo della Morte.
Assistiamo quindi, in un periodo che va dal 1949 al 1979, al matrimonio con Martha (Friederike Becht), all’incontro traumatico con il figlio Rolf (Maximilian Meyer-Bretschneider) con cui non aveva più rapporti da decenni, agli anni trascorsi presso il campo di sterminio e quelli della latitanza durata circa un trentennio, sino alla morte avvenuta per ictus che lo coglie su una spiaggia brasiliana all’età di sessantotto anni.

Un film che gioca sull’alternanza fra il bianco e nero e il colore
La scomparsa di Josef Mengele è un film di buona fattura che si avvale di una estetizzante fotografia in bianco e nero. Gli unici inserti a colori sono quelli delle scene che lo mostrano, durante gli anni di Auschwitz, intrattenere una relazione affettiva con una giovane donna, Irene (Dana Herfurth) e compiere i suoi efferati esperimenti sulle sue vittime. In tal modo Serebrennikov e il direttore della fotografia Vladislav Opelyants giocando con l’alternanza del bianco e nero e del colore, evidenziano i due distinti momenti della vita di Mengele, quelli cupi della latitanza, sempre in fuga col timore di essere scoperto dai “cacciatori di nazisti” del Mossad, e quelli trascorsi al campo, evidenziandone, paradossalmente, la felicità e la gioia di vivere mentre procede allo sterminio dei deportati, inviandoli alle camere a gas al suono di una grottesca banda musicale composta da nani o uccidendoli di persona dopo averli utilizzati per gli esperimenti, per poi squarciarne e disossarne i corpi ormai privi di vita.
Si tratta di scene crude che in alcuni passaggi possono provocare disturbo, osservando i grossi contenitori ripieni degli organi eviscerati e del sangue dei cadaveri O assistendo all’esecuzione di un uomo e del suo vecchio padre affetto da una vistosa deformazione al rachide dopo essere stati misurati e osservati con l’occhio attento di un entomologo. Tutto accuratamente ripreso da parte dei militari per ottenerne dei filmini amatoriali. E il cortocircuito che si viene a creare assistendo all’esistenza dell’assassino latitante mai pentito e costretto a vivere nascosto sotto falso nome come un ratto in una fogna e la serenità della belva che tortura e uccide, rende ancora più ripugnante il tutto.

Quello che convince meno nel film di Serebrennikov
Serebrennikov ci mostra immagini che, se ancora ne dovessimo aver bisogno, ci ricordano quanta crudeltà è stata commessa ai danni di uomini e donne innocenti. Quello che, al contrario, convince di meno è una certa tendenza a non andare a fondo nel definire alcune situazioni e psicologie dei personaggi. In particolare resta abbozzato il rapporto fra Mengele e il figlio Rolf, un giovane profondamente segnato dal passato del padre e impossibilitato a perdonare l’uomo, ormai vecchio ma sempre profondamente convinto della giustezza delle proprie azioni. Come non emergono con l’effetto dirompente che ci si dovrebbe aspettare tutti i demoni che consumano dal di dentro la belva assassina.
Così La scomparsa di Josef Mengele rimane un film che non inquieta pur lasciandosi guardare sino alla fine quando il “Senhor Pedro”, nome con il quale era conosciuto l’Angelo della Morte negli ultimi anni della propria vita, ci concede un po’ di consolazione sparendo definitivamente dalla faccia della terra.
