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HBO Max

‘I Love LA’ è la nuova Girls?

Ambizione, nudità e autorialità femminile. Il nuovo dramedy di HBO Max sembra seguire la scia della serie cult di Lena Dunham apparendone però solo una copia sbiadita.

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I Love LA

Arriva finalmente su HBO Max la prima stagione di I Love LA scritta e diretta dall’attrice Rachel Sennott, volto noto nel cinema indipendente americano grazie alla commedia irriverente di Emma Seligman Shiva Baby. La serie, frutto di una co-produzione tra HBO Entertainment, Treacly Productions e Bizarro Brothers, oltre alla Sennott vede tra gli interpreti una delle attrici rivelazioni dell’anno Odessa A’zion, già apprezzata in Marty Supreme, l’ex star di Hunger Games Josh Hutcherson e l’esordiente True Whitaker (figlia del premio Oscar Forest).

Il TRAILER – I Love LA

I Love LA, ambizioni frenate e nuovi inizi

Dopo due anni come agente di talenti ma senza clienti, Maia Simsbury (Rachel Sennott) fatica ad essere considerata degna di una promozione. La sua vita losangelina viene ribaltata dalla visita della sua ex migliore amica e influencer newyorkese Tullulah (Odessa A’zion). Con il lavoro dei suoi sogni che le offusca la mente, Maia, assieme alla ritrovata best-friend e un gruppo di amici codipendenti, cercherà di realizzare le proprie ambizioni e di capire come la nuova relazione con Tullulah la potrà cambiare.

Lena e le altre

Girls, l’iconica serie creata da Lena Dunham, fin dalla sua nascita e soprattutto dopo la sua fine ha mantenuto nella storia della televisione i suoi indubbi tratti rivoluzionari. C’è sempre stata nella scrittura di Girls una novità aderente con la rappresentazione generazionale dei canoni della figura femminile. La Dunham, nel suo alterego di Hanna Horvath, è riuscita in un’impresa titanica: decostruire i canoni di bellezza ordinari in una costruzione antieroica e sporca della donna serializzata. Scomponendo abitualmente schemi standardizzati con la nudità pura e reale, l’anti-narrazione e l’evidente “soggettiva libera indiretta” pasoliniana.

Nel corso degli ultimi anni i prodotti seriali hanno cercato con risultati altalenanti di replicare il mondo dunhamiano; ci è riuscita ottimamente Phoebe Waller-Bridge con la sua Fleabag, e per certi versi lo stampo di Girls lo si rivede in un’altra serie HBO come Industry, mentre Too Much di Neflix (sempre della Dunham) fa molta fatica a rileggere le disavventure di Hannah Horvath in chiave contemporanea. In questi ultimi mesi si è molto parlato di I Love LA la nuova serie creata da Rachel Sennott e che aspira a ricreare l’universo di Girls, autoaffermandosi, già dai suoi primi episodi, come suo erede de facto.

Girls 2.0: il bivio tra emulazione e indipendenza

La struttura del primo episodio è volutamente in linea con stilemi e linguaggi dunhamiani; la serie si apre con la protagonista Maia in un’esplicita scena sessuale col suo ragazzo (interpretato da Josh Hutcherson), per poi terminare con una musica pop-punk e il titolo del dramedy che fa terminare la mini-sequenza introduttiva della serie, proprio come Girls. Ma le analogie non finiscono qui.

Anche se, a differenza di Hannah Horavath, l’alterego della Sennott ha il suo senso aspirazionale sapendo bene quali sono i suoi obiettivi (vuole diventare un’affermata agente di importanti star hollywoodiane), Maia assume su di sé il classico prototipo dunhamiano muovendosi in una Los Angeles che, come la New York di Girls, è volutamente svuotata dallo sfarzo patinoso della grande città nel tentativo di sviluppare la crisi del personaggio femminile all’interno di un linguaggio interamente collocato nell’arthouse generazionale del cinema indipendente.

From 'Marty Supreme' To 'I Love LA' Everyone Is Finally Witness To The Talents Of Odessa A'zion

La Gen Z secondo HBO

I Love LA si presenta come una commedia mascherata da dramedy generazionale, a tratti irritante nel suo sembrare irriverente e apparentemente “nuovo” rispetto ad altri show HBO, basando il proprio meccanismo episodico sugli eccessi e idiosincrasie della cultura digitale contemporanea. La serie parte subito nel caos, imbattendosi in una Los Angeles piena di open bar, amicizie tossiche e ambizioni più idealizzate che reali.

La sceneggiatura gioca eccessivamente con molti stereotipi di LA : influencer, stilyst, e nepo babies. Uno dei meriti della serie sembra essere la regia di Lorene Scarafia con un tocco sempre più spostato verso la sit-com e tradendo in parte il tocco più da commedia nera che le due protagoniste rappresentano.

E appare questo il punto di forza dell’esordio della serie HBO : il suo essere meno impegnata e apertamente superficiale. Una lettura del genere per molti versi innovativa ma che ne rappresenta anche il suo più grande limite; una satira sull’esistenza-social dei nuovi vent’anni, piena di cliché  e dove le situazioni sembrano più vicine ad una storia Instagram che ad un reale racconto esistenziale e introspettivo. Insomma, non basta inserire qualche scena di sesso e lo spirito ansioso della generazione Z per risultare un prodotto tagliente e attuale.

Il difficile passaggio dell’iconoclastia femminile televisiva

La similitudine più evidente tra i due prodotti è rappresentata dal plot point della serie, la classica miccia scatenante che ribalta il mondo ordinario della protagonista. Odessa A’zion, Tullulah, non fa proprio nulla per distinguersi dalla Jessa di Jemima Kirke; è l’elemento che destabilizza le certezze di Maia, costruita anche esteticamente per emulare l’archetipo della bad girl del personaggio di Girls, oltre ad essere quel “motore” che muoverà la serie con altri personaggi emulativi rappresentati dal grottesco e vistoso Charlie e dalla nichilista Tessa.

Certo è che la Sennott, per non inquadrare I Love LA come una serie-omaggio, ha pensato bene di invertire i ruoli di attaccamento tra Maia e Tulullah, inserendovi una codipendenza affettiva per il personaggio di A’zion che pende verso Sennott. Girls e I Love LA sembrano quindi incrociarsi e scontrarsi continuamente nelle proprie ambizioni, nei collegamenti relazionali e nella scrittura dei reciproci personaggi. Ma basterà questo per essere la nuova Girls?

Maia ci prova ma non è Hannah Horvath

I Love LA, cosi come la Dunham fece con la generazione dei millennials, cerca nelle intenzioni di spostarsi sulla Gen Z inquadrando uno spaccato giovanile più fluido e costruito attraverso vari marker culturali (linguaggio social e sessualità performativa). La serie sembra parlare ad una generazione “adultizzata” e non ancora in formazione come quella di Girls. Ma invece di articolare un’esperienza collettiva riconoscibile, il nuovo dramedy HBO finisce per rappresentare dei soggetti generazionali astratti definiti più da intrattenimenti emotivi che da reali conflitti esistenziali.

Rachael Sennott non è Lena Dunham e lo si vede anche dall’organizzazione della scrittura. È la showrunner della serie ma scrive solo il primo e l’ultimo episodio, mentre nella prima stagione di Girls Dunham viveva di una massiccia scrittura autoriale ed estetica, scrivendo e dirigendo quasi tutta la stagione.

Rachel Sennott & Odessa A'zion on 'I Love LA' Controversy: 'It's Representing Flawed People' | Teen Vogue

I Love LA è la versione addomestica di un modello rivoluzionario

Oltre a ciò è interessante notare la distinzione applicativa del dispositivo narrativo. Hannah Horvath non è mai stata ideata per risultare piacevole, anzi la fortuna del uso personaggio e dell’intera serie è sempre stata costituita da un evidente processo apatico nei confronti dello spettatore al fine di funzionare come transfert critico-sociale: la sua incoerenza, il suo narcisismo, la sua incompetenza emotiva, erano un tutt’uno di un progetto più grande. Progetto che dialogava consapevolmente con la black comedy e il romanzo di formazione indipendente, quest’ultimo rafforzato da una rigorosa tessitura post-femminista e autofictionale. Al contrario Maia Simsbury, la protagonista di I Love LA, si arresta ad un livello prettamente performativo.

Come Girls,I Love LA gioca subito la carta dell’esibizione (l’insicurezza lavorativa, l’ansia generazionale, la sessualità disordinata), ma non costruisce mai un lavoro strutturale sul linguaggio, sui conflitti e sulle azioni della protagonista. In questo emerge la sostanziale distanza con la serie cult di Lena Dunham: Hannah Horvath usava la finzione come interrogazione sulla figura femminile, mentre Maia Simsbury non sembra voler mai porre domande a se stessa, trasformando la scrittura girlsiana autocosciente e scomoda in una versione addomestica a derivativa.

Girls - Il finale della serie - Serial Minds - Serie tv, telefilm, episodi :-)

I Love LA dovrà fare molto di più nell’intera stagione per dimostrarsi un valido e reale erede di Girls. Perché Maia ci prova a far riemergere la bellezza distruttiva di Hannah Horvath, rimanendo però, per il momento, una figura mimetica. Uno dei numerosi tentativi post-Girls ad altissimo rischio di futile imitazione.

I Love LA

  • Anno: 2025
  • Durata: 30'
  • Distribuzione: HBO Max
  • Genere: dramedy
  • Nazionalita: Usa
  • Regia: Rachel Sennott