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Approfondimenti

Danny Boyle: anatomia di un cineasta camaleontico

Un percorso filmico fatto di sperimentazioni e reinvenzioni.

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All’interno della sezione Zibaldone della 43ª edizione del Torino Film Festival viene proiettato il film 127 ore, di Danny Boyle. La sezione Zibaldone presenta 24 titoli di ogni genere e durata. Una libertà tematica che si riflette perfettamente nel cinema di Danny Boyle. 

Danny Boyle: un artista multiforme

Forse la parola adatta a riassumere il cinema di Danny Boyle è eclettismo. Il regista britannico infatti incarna perfettamente l’idea di metamorfosi artistica prendendo le distanze da quegli autori che si dedicano a perseguire una coerenza stilistica mirando invece a reinventarsi in ogni sua opera. 

La sua filmografia è camaleontica, muta, si evolve e sorprende. Il mezzo cinematografico per Boyle diviene uno spazio da esplorare più che un luogo da occupare e lo usa come un’estensione del proprio corpo creativo. Ogni film diventa per lui una sorta di laboratorio per mutare ed espandere la propria arte. Il suo linguaggio cambia in continuazione mantenendo però un filo rosso. Una sottile linea di fondo costante che è quella rappresentata dall’attenzione verso l’essere umano e la sua psicologia, le sue fragilità e i suoi impulsi autodistruttivi e, paradossalmente, allo stesso tempo vitali.

Nella sua carriera ha spaziato in vari generi, dalla commedia al dramma sociale, dalla fantascienza all’horror passando anche per il biopic. 

Danny Boyle nasce a Manchester nel 1956 da una famiglia di origini irlandesi, dove valori fondamentali come il senso del lavoro e della comunità divengono parte della sua poetica e spesso torneranno nelle sue opere, soprattutto quelle più specificatamente a sfondo sociale. 

La formazione 

Il percorso di Boyle per arrivare al cinema non è lineare e diretto, egli inizia dal teatro, lavorando alla Royal Shakespeare Company, per poi sperimentare all’interno della televisione inglese BBC

Queste esperienze sono state fondamentali per formare e arricchire la sua poetica. Durante il suo periodo televisivo inizia a favorire il racconto diretto, vicino alle persone comuni mentre grazie all’esperienza teatrale impara l’importanza del rapporto con l’attore, la cui recitazione diventa per lui motore emotivo di un’opera.

L’eclettismo della sua formazione si riflette nella sua carriera cinematografica. Nelle sue opere unirà un immaginario visivo intenso ma sempre ancorato a storie di personaggi vivi e in continua trasformazione.

I primi passi 

Il suo esordio al cinema arriva nel 1994 con Shallow Grave, in italiano Piccoli omicidi tra amici, in cui dirige un giovanissimo Ewan McGregor. Già in questa sua prima opera, un thriller cupo attraversato da una vena ironica, si delineano alcuni aspetti che lo consacrarono come una voce nuova e originale nel panorama britannico.

Il film ruota attorno a tre amici che si ritrovano a dover fare i conti con loro stessi nel momento in cui scoprono un cadavere e una valigia piena di soldi. Il montaggio frenetico, impulsivo quasi, si unisce a un gioco di ombre e colori che diventano parte fondamentale della narrazione riflettendo una storia moralmente disturbante.

Un cult universale

Due anni dopo mantiene l’ambientazione scozzese del primo film e gira Trainspotting. Tratto dal romanzo di Irvine Welsh, è destinato a diventare un cult per la generazione degli anni ‘90. Torna come protagonista Ewan McGregor, affiancato da Jonny Lee Miller e da volti più noti come Robert Carlyle. Ambientato in una Edimburgo che diviene metafora del dualismo esistenziale, bellissima e affascinante ma marcia e corrosiva allo stesso tempo, dirige qui una pungente storia sulle dipendenze. 

Il film si conferma come manifesto di un’epoca anche grazie al celebre monologo “Choose Life” che entrerà nell’immaginario collettivo e che rappresenta al meglio il cinismo, l’ironia e la disperazione di quest’opera. Trainspotting continua a essere un film estremamente attuale e universale grazie alle sue riflessioni sul desiderio di fuga, sul vuoto esistenziale di una generazione e sulla paura e non volontà di crescere. 

Lo status di cult di questo film è dato inoltre dalla colonna sonora iconica che si intreccia in maniera ineccepibile alla narrazione. Dall’ipnotico Born Slippy degli Underworld a grandi classici come Lust for Life di Iggy Pop e Perfect Day di Lou Reed. Quest’ultima, da sfondo all’overdose di Renton, dimostra come nel cinema di Boyle la sofferenza è raccontata come esperienza sensoriale capace di diventare, per un momento, persino sublime.  

L’anno seguente continua il suo sodalizio con Ewan McGregor in un’opera minore, Una vita esagerata. Il giovane attore scozzese è qui affiancato da Cameron Diaz in una storia che mescola romanticismo e surrealismo; un’opera che dimostra come Boyle non abbia paura di sperimentare con l’eccesso visivo. 

Nel 2000 il regista britannico si sposta dalle ambientazioni anglosassoni per The Beach. Il film, tratto dal romanzo di Alex Garland, segna l’inizio di un sodalizio creativo tra i due autori. Ambientato in un paradiso tropicale narra la ricerca di Richard (Leonardo DiCaprio) di un Eden incontaminato lontano dal caos. Qui Boyle rende la bellezza incantevole della natura in maniera quasi illusoria, rappresentando il miraggio di una comunità perfetta.  

Sperimentazione e apocalissi 

Continua la collaborazione con Alex Garland che partecipa alla sceneggiatura di 28 giorni dopo, film del 2002. Boyle capovolge quello che era stato finora il rapporto dei suoi personaggi con la città. In 28 giorni dopo non c’è più il centro urbano che incombe con il suo caos perché Londra viene completamente prosciugata. La metropoli sembra divenire un’eco lontana, una città fantasma, teatro di un cataclisma che ha rivoluzionato il classico cinema apocalittico. Girato con una videocamera digitale il film è caratterizzato da scarsa qualità visiva, colori sporchi e grana evidente riflettono un realismo a tratti documentaristico. Nonostante si tratti di un film apocalittico il cineasta mette al centro una profonda riflessione sulla fragilità, sull’etica e sui rapporti umani dimostrando come il vero orrore sia frutto di una società disintegrata. 

Cillian Murphy in 28 giorni dopo (2002).

Nel 2025 torna ad occuparsi di infetti con il terzo capitolo della saga, 28 anni dopo mostrando come il Regno Unito sia rimasto abbandonato a sé stesso a causa dell’epidemia del virus della rabbia. 

Il successo mondiale 

La consacrazione globale arriva nel 2008 con Slumdog Millionaire in cui Boyle unisce melodramma, avventura, critica sociale. Dev Patel veste i panni di Jamal, un ragazzo cresciuto nelle baraccopoli di Mumbai che partecipa al format televisivo Chi vuol essere milionario?
Boyle costruisce la storia come un puzzle di flashback in cui a ogni domanda dello show si intreccia un momento della vita di Jamal. Il film ha un successo immenso vincendo ben otto Oscar tra cui miglior film e miglior regia

Con questo film Danny Boyle si conferma capace di uscire dalla sua realtà e raccontare storie lontane dalla propria cultura senza cadere in cliché e creando opere ricche di vitalità e realtà. 

Il 2010 è un altro anno di sperimentazione per il cineasta britannico che si dedica alla regia di 127 ore basato sulla storia reale di Aron Ralston, qui magistralmente interpretato da James Franco. L’intero film mostra la pressione psicologica e la lotta per la sopravvivenza di Aron, rimasto incastrato in un canyon. Il montaggio, che unisce visioni allucinogene alla realtà e split screen, rende questa un’opera angosciante e inquieta. 

Negli anni successivi si dedica ad altre opere che continuano a espandere il suo curriculum cinematografico. Con Trance (2013) sperimenta un thriller intricato dove sogno e realtà si ingarbugliano in uno dei suoi film visivamente più audaci. Si lancia anche nell’universo del biopic con Steve Jobs (2015) rappresentando l’imprenditore nella sua natura di genio tormentato. 

Nel 2017 torna sul grande schermo con il sequel del cult degli anni ‘90 con T2 Trainspotting. Un ritorno non tanto nostalgico quanto una sorta di restituzione. Questo film riflette sul tempo, sulle scelte fatte e sulle vite mancate. Rimane il tono ironico e la potenza visiva del primo che viene però alternato con una regia a volte malinconica e avvilente. Il monologo “Choose Life” c’è ancora ma diventa questa volta più amaro in quanto porta con sé la consapevolezza del mondo cambiato e di una vita ora difficilmente mutabile.  

La sua carriera poliedrica prosegue e nel 2022 si cimenta anche nella serialità con Pistol, una miniserie dedicata al gruppo dei Sex Pistols, una sorta di ritorno allo spirito più puramente punk dei suoi primi lavori.

Danny Boyle non ha mai smesso di sorprendere e stupire nella sua carriera dimostrando di saper raccontare la fragilità umana declinandola negli universi più disparati. Parrebbe quasi che egli stesso segua il motto di Trainspotting, invitando anche lo spettatore a non scegliere un genere ma a scegliere la vita, in tutte le sue varianti.