“In Francia sono un autore; in Germania un cineasta; in Gran Bretagna un regista di film di genere; e, negli Stati Uniti, una nullità”
Parole forti, ricche di rammarico, pronunciate a fatica da uno dei cineasti più rilevanti di ogni tempo. Spesso ci si domanda per quale ragione l’incomprensione colpisca puntualmente i visionari, uomini capaci di comprendere i moti descritti dall’universo a cui appartengono. Poiché avanguardistici di pensiero, abili nell’intuire la direzione della società che rivendicano, manifestano le proprie idee, mostrano a quante più persone possibili il loro credo. Colpevoli di aver intuito e denunciato le criticità di un sistema, la sorte che spetta loro è di non esser creduti, venire minimizzati, non ascoltati.
Fedor Dostoevskij, rinomato autore russo dell’Ottocento, nel suo capolavoro Delitto E Castigo scrive di un personaggio, Marmeladov. L’uomo, alcolizzato cronico, si arrende al destino che la vita gli ha offerto. Inerme davanti alla sua stessa volontà autodistruttiva, rifugia ogni suo viscerale dolore all’interno dell’alcol, sperando di trovarne ancora nei gusci vuoti delle sue bottiglie. Durante un esasperato discorso si apre completamente, confessando le proprie colpe e piangendo la sua malata vita, riconoscendo come unico possibile futuro il dolore. Marmeladov è un ultimo, disoccupato, alcolizzato, emarginato da una società che ha scelto di ignorarlo, non riconoscendolo come uomo.
Differentemente dal personaggio di Dostoevskij, alcuni uomini non cedono al dolore, riescono a voltarsi lì dove lo sguardo grava maggiormente di secondo in secondo. Un uomo, nato a Carthage nel 1948, dona la sua intera esistenza all’ossessiva ricerca della verità. Estremamente deluso dagli Stati Uniti, sua stessa patria, ne denuncia ogni aspetto, mettendo “la terra delle grandi opportunità” a nudo, faccia a faccia con i suoi demoni più celati. Quest’uomo, autore di pellicole immortali, è John Carpenter.
Petali di magnolia, le origini di John Carpenter
Figlio di Howard Ralph Carpenter e Milton Jean Carpenter, John si espone immediatamente alle vibrazioni artistiche respirate tra le mura domestiche. Suo padre, fonte di estrema ispirazione da cui attingerà molta della sua filosofia, era docente di musica. Howard introdusse a piccoli passi il figlio nel suo mondo, spronandolo a sperimentare e sporcarsi le mani con pianoforti e tastiere. La formazione artistica del giovane John si biforcava in due rami. Sebbene suo padre lo esponesse alle correnti musicali classiche ed elettroniche, sua madre Milton lo sensibilizzò con la potenza della narrazione per immagini. John, diversi anni dopo, disse: “Mia madre mi ha regalato la fantasia, mio padre la musica. Due regali non da poco.”
Dall’età di undici anni Carpenter si approccia all’universo cinematografico, innamorandosi del fascino delle pellicole di fantascienza e horror. Opere come La cosa dell’altro mondo (Christian Nyby 1951) e La notte dei morti viventi (George Romero 1968) colpirono l’animo del nascente regista, insidiando in lui il pensiero di poter un giorno dirigere una propria pellicola. La cosa dell’altro mondo mostrò a Carpenter le potenzialità del cinema di fantascienza, unificando il tema fantastico con un’abbondante dose di critica sociale e ricerca sociologica. La notte dei morti viventi giocò il medesimo ruolo, sostituendo nell’equazione il fantascientifico con l’horror.
Munitosi di una cinepresa 8mm, inizia a forgiare un legame indissolubile tra sé stesso e lo strumento di ripresa, filmando scene della sua quotidianità. Le sequenze girate ritraevano spesso amici, sconosciuti e familiari, atti a ricreare grossolanamente momenti iconici delle pellicole a cuore dell’autore. La predilezione verso il genere horror si nota fortemente nella produzione dei suoi primi girati. Seppur fortemente amatoriali e completamente privi di volontà propriamente definite, Carpenter si diletta nella costruzione di trucchi pratici di impressionante qualità -considerati i mezzi- creando scenari tetri e paradossalmente evocativi.
Il percorso accademico di John Carpenter
Ultimati i suoi studi liceali, Carpenter si iscrive alla University of Southern California School of Cinematic Arts, una delle scuole di cinema più prestigiose degli Stati Uniti. Appena entrato, si distingue per l’audacia dei suoi progetti. Progredendo dall’8 mm al 16 mm, l’autore gira dei corti più strutturati e complessi, giocando con l’utilizzo della luce e montaggio. La messa in scena minimalista e impattante, aspetto chiave della sua futura produzione, prende forma in un’incantevole magnolia dove ogni petalo costruisce un tassello fondamentale dell’autore che diverrà negli anni. Durante i corsi di montaggio e regia, Carpenter sviluppa la sua filosofia artistica: Girare film che rispecchino la sua visione autoriale, senza badare a dinamiche di mercato né cedere a pressioni di produzione.
Captain Voyeur, (gratuitamente disponibile su YouTube) primo corto girato professionalmente nel 1969, traduce in forma visiva quelli che saranno i punti fermi dell’autore. Raccontando la storia di un uomo ossessionato dal proprio vicinato, l’autore trasmette allo spettatore la decadenza visiva propria della sua estetica. Suspence, utilizzo della soggettiva e manipolazione della tensione tramite montaggio e sonoro. La narrazione ci porta nella mente di un uomo malato, assurdamente conciato, l’inquietudine della messa in scena -seppur estremamente acerba- disturba la visione, mettendo in luce le infinite potenzialità del cineasta. Il corto rappresenta una svolta artistica nella carriera di Carpenter. Mostrando ai professori dell’università la sua capacità di abbracciare le sfumature del tetro, il nascente regista è pronto a debuttare con il suo vero primo lavoro, Dark Star (1974)

Captain Voyeur
Origini politiche e culturali, il concepimento di Dark Star
Il contesto socioculturale statunitense di metà anni 50’ sino agli anni 70’ forgiò l’identità antistituzionale tipica delle pellicole carpenteriane. Il “sogno americano” venduto all’occidente attraverso il piano Marshall per un’americanizzazione dell’Europa iniziava a mostrare le prime significative problematiche. Quattro eventi cruciali locati temporalmente in quel preciso ventennio sconvolsero gli Stati Uniti (e il mondo), minando la quiete collettiva e forgiando futuri rivoluzionari: La campagna militare in Vietnam (1955-1975), l’efferato assassinio di John Kennedy (1963), l’omicidio di Martin Luther King (1968) e lo Scandalo Watergate. Inoltre, di assoluta rilevanza per il periodo, bisogna ricordare quanto le condizioni generali di allerta fossero ai massimi storici. Se si prende come riferimenti il 55’, la Seconda Guerra Mondiale era terminata da appena dieci anni.
Nonostante i residui di distruzione fossero ben lontani dall’essere superati, il pianeta si preparava a combattere un’altra guerra, potenzialmente ancora più distruttiva di quella appena trascorsa. Il conflitto, successivamente battezzato “guerra fredda”, vedeva protagoniste le due maggiori super potenze dell’epoca, Stati Uniti e URSS (attuale Russia). Risulta semplice comprendere come lo Scandalo Watergate e la guerra in Vietnam (considerata all’epoca dagli americani stessi una barbarie imperialista), compromisero definitivamente l’immagine pubblica degli Stati Uniti, forgiando idee rivoluzionarie tra i propri abitanti. Il pensiero anti-istituzionalista cominciò a dilagarsi rapidamente tra gli abitanti statunitensi, generando paranoia e sfiducia nelle istituzioni. Carpenter, scosso visceralmente dall’inafferrabilità fittizia del mondo americano, concepisce come primo lungo metraggio una pellicola che si pone in contrasto con le atrocità del quotidiano.

Manifestazione americana contro la violenza in Vietnam
Dark Star, dapprima corto sperimentale e progetto universitario, rappresenta la prima opera effettiva della produzione carpenteriana. L’idea alla base era quella di creare un contesto perfetto per mettere in mostra le qualità di Carpenter in regia, montaggio ed effetti speciali. Il progetto si espande gradualmente, trasformando il corto in un film completo dalla durata di 87 minuti. Interamente girato in 16 mm con un budget esiguo, l’autore utilizza finemente effetti speciali pratici e modellini in scala artigianalmente costruiti. L’opera si presenta come una commedia fantascientifica, narrando la vicenda di alcuni astronauti statunitensi erranti per l’infinità dello spazio (Brian Narelle, Dan O’Bannon, Dre Pahich e Chal Kuniholm)
L’improbabile gruppo di ricercatori spaziali ha come compito distruggere pianeti, permettendo ai terrestri di colonizzare l’intero universo. I personaggi non mostrano mai alcun segno di riluttanza o compassione verso la distruzione planetaria, assumendo un atteggiamento che spesso scade in noia. L’intreccio cambia radicalmente quando un razzo scagliato dalla nave (la Dark Star) per errore assume una traiettoria non prevista, minacciando l’incolumità della nave stessa e di tutto il suo equipaggio.
Malgrado la semplicità dell’intero progetto, Dark Star possiede molte delle caratteristiche proprie di Carpenter. L’autore ama trattare un ristretto gruppo di uomini per renderlo sineddoche di un contesto estremamente più ampio. Nella prima opera del cineasta, lo sgangherato gruppo di astronauti diviene metafora per trattare l’interezza degli Stati Uniti. L’autore si prende gioco delle mire espansionistiche americane, attuate da uomini spietati e senza una reale competenza. Il missile che minaccia la vita dei personaggi rappresenta per Carpenter uno smacco al sistema americano, assolutamente certo di rimanere impunito alle proprie malefatte, destinato a distruggersi con le sue stesse mani.

Dark Star
Gli elementi chiave delle pellicole carpenteriane si mostrano timidamente, per estetica e poetica. La pellicola rivendica uno stile minimalista e ricco di tensione, signature riscontrabile in ogni opera dell’autore. La colonna sonora, interamente autoprodotta, accompagna la narrazione per la sua interezza. La messa in scena è semplice e dai ritmi serrati, l’utilizzo di ombre e luci rispecchia pienamente l’estetica truce e onirica delle opere successive. Dark Star riscuote un modesto successo nei circuiti indipendenti, permettendo a Carpenter di racimolare una somma per dirigere il suo primo capolavoro.
Assedio, eroismo e minimalismo – la poetica di Distretto 13 – Le brigate della morte
Distretto 13- Le brigate della morte (1976) tramuta filmicamente un’ideale, un concetto di protesta. Carpenter descrive per la prima volta il concetto di abbandono sociale. Senza filtri, brutale e diretto, cinema di denuncia nella sua forma più limpida. La narrazione ci porta all’interno del “tredicesimo distretto” di una Los Angeles derelitta e in crisi. Un gruppo di uomini capitanati dal poliziotto Ethan Bishop (Austin Stoker) deve sopravvivere un’intera notte all’assedio criminale di alcuni malviventi. Il tredicesimo distretto diviene luogo di orrori e omicidi, trasportando lo spettatore in un contesto di infernali battaglie.
L’autore si ispira ancora una volta a La notte dei morti viventi, rielaborando l’opera di Romero in chiave più realistica. Carpenter adotta il medesimo stile di assedio claustrofobico di Romero, sostituendo i non-morti con dei criminali senza scrupoli, simili per movenze e intenti. Un dollaro d’onore (Howard Hawks 1959) pellicola con il leggendario John Wayne, influenza grandemente l’opera carpenteriana. Il cult western di Wayne detta i ritmi di Distretto 13, ne influenza le ambientazioni e dialoghi, ricreando sequenze iconiche in chiave contemporanea.
L’intera opera ruota attorno al rapporto tra Ethan Bishop e Napoleone Wilson, (Darwin Joston) criminale condannato alla pena capitale. I due impersonificano i poli simmetricamente opposti della società: Bishop è la legge, il trionfo di principi e moralità, uomo incorruttibile pronto a morire per gli ideali che incarna. Wilson è un reietto, criminale di bassa lega, a un passo dalla morte. Pur considerate le estreme diversità, i personaggi si ritrovano armonicamente in simbiosi poiché entrambi dotati di rettitudine spirituale. Wilson è il primo antieroe della mitologia carpenteriana, successivamente presente in ogni pellicola.

Distretto 13 – Le brigate della morte
Seppur ancora un “prototipo” di eroe crepuscolare, rivendica le virtù dei medesimi personaggi “buoni”. Il cineasta lo descrive come estremamente cordiale, giusto e posato. Lo stato americano condanna a morte l’uomo più umano dell’intera brigata. Carpenter utilizza la figura di Wilson per scoccare dardi avvelenati contro il sistema penale statunitense, troppo approssimativo e ingiusto. La morte del personaggio avviene nella dimensione simbolica, già condannato. Ciò rende Wilson uno stoico eroe western, moralmente puro ma socialmente rifiutato. Lo sviluppo artistico dell’autore progredisce grandemente rispetto al primo lungometraggio Dark Star. L’estetica è urbana e minimalista, Carpenter rimuove il superfluo, immergendo lo spettatore in un contesto simil-documentaristico.
Los Angeles è ostile, spoglia e decadente, come i suoi abitanti. L’esplosione della violenza è improvvisa e scioccante, diverse sequenze mirano a impressionare e sconvolgere, restituendo un senso di atroce amarezza. La regia è asciutta, minimalista e controllata, servendosi di movimenti minimi e spesso statici. L’utilizzo della soggettiva fornisce una prospettiva propria del personaggio, riuscendo a colpire per precisione e contestualizzazione spaziale. Il montaggio presenta il numero minimo di stacchi, favorendo un ritmo incessante e stimolante, in nessun momento eccessivamente frenetico. La colonna sonora divine battito cardiaco dell’opera.
Per la prima volta il sonoro non si limita a accompagnare la narrazione, bensì rappresenta un vero e proprio personaggio costantemente in scena. Elettronica, minimalista e incessante, dirige le emozioni dello spettatore e dei personaggi, incantando con l’ipnotismo del suo ritmo. La tipica costruzione della tensione carpenteriana si propone nella sua forma più primordiale. Il connubio tra regia e sonoro coinvolge, manipolando la narrazione ai propri voleri. Quando l’inquadratura è statica, la musica anima la scena, pronta a ritirarsi quando l’azione esplode, creando degli spiazzanti silenzi.
Distretto 13- Le brigate della morte rivela al circuito indipendente la magnificenza autoriale di Carpenter, permettendogli guadagnare denaro per finanziare i suoi progetti.
Film di John Carpenter: da “La cosa” a “Halloween”.
Halloween – la notte delle streghe (1978)
Pellicola horror immortale, presenta per la prima volta al grande pubblico Michael Myers, villain di iconica riconoscibilità.
The Fog (1980)
Opera in pieno stile Carpenter, horror ricco di critica e riferimenti culturali al pop anni 70’.
1997: Fuga da New York (1981)
Capolavoro action con Kurt Russel, New York trasformata in carcere a cielo aperto. Poetica e estetica carpenteriana si fondono in una pellicola che brilla di splendore.
La Cosa (1982)
Picco autoriale dell’autore, opera considerata pilastro della cinematografia. Body horror senza tempo, scioccante e meraviglioso.
Il Signore del male (1987)
Pellicola viscerale e lovecraftiana, viaggio tra scienza e superstizione, opera più trascendente della sua intera filmografia.
Essi Vivono (1988)
Opera dall’immediata riconoscibilità cult. Action fantascientifico di profonda lungimiranza critica con Roddy Piper.

John Carpenter
L’eredità donata da Carpenter alla cinematografia contemporanea fa scuola ancora oggi, rendendolo uno degli autori più influenti della sua generazione. Cinema di protesta, anarchico e mai moderato, sempre pronto a schierarsi dalla parte degli invisibili. Un regista che ha tentato, tramite la settima arte, di risvegliare la coscienza collettiva con le sue opere. Il mondo necessita di autori privi di timore, uomini decisi a prendere posizione nonostante tutto suggerisca di non farlo. In tempi così efferati, dove un briciolo di umanità vale molto più di qualunque somma, necessitiamo di personalità disposte a sacrificare loro stesse per la collettività, in altre parole, c’è un concreto bisogno di John Carpenter.
Non mi interessa essere sottile, mi piace fare film perché è la cosa che più si avvicina a dipingere con la luce