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FilmMaker Festival

‘The Vanishing Point’: l’archivio ribelle di Bani Khoshnoudi

A Nasanin, Farrokhrou Parsa e a tutte le donne sparite che il regime ha voluto far sparire. Un film che rompe il tabù dell’Iran post-rivoluzionario.

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Come si racconta un Paese quando il cinema è controllato, tagliato, censurato? Come si restituisce un ricordo quando la storia ufficiale vuole cancellarlo? Il cinema iraniano oggi vive esattamente in questo punto di frizione: tra ciò che si può mostrare e ciò che deve restare un sussurro. E proprio qui, in questa frattura, arriva The Vanishing Point di Bani Khoshnoudi, presentato al Filmmaker Festival 2025 in Concorso Internazionale. Un film che non si accontenta di “raccontare”: scava, recupera, ricompone. Rende visibile ciò che il regime ha provato a sotterrare per decenni.

Dalla rivoluzione khomeinista al movimento Donna, Vita, Libertà, Khoshnoudi costruisce un viaggio politico e personale senza separare mai le due dimensioni. Le immagini degli archivi pubblici e privati non diventano solo memoria: diventano prova, resistenza, eredità. The Vanishing Point dialoga con il passato e con le strade dell’Iran di oggi, mentre l’autrice riordina la sua genealogia dell’assenza: Farrokhrou Parsa, la ministra giustiziata nel 1980; la cugina Nasanin, scomparsa nel carcere di Evin nel 1988; e tutte le donne che, ogni giorno, pagano il prezzo della libertà.

Case piene, Paesi vuoti: la memoria come resistenza

Immagini mancanti. Ricordi che svaniscono. Oggetti ricomposti. Stanze vuote che non sono davvero vuote, solo svuotate della vita che contenevano. È in questi spazi sospesi che Bani Khoshnoudi torna, con la cinepresa in mano, nella casa dei genitori a Teheran. Una casa abbandonata ma ancora gravida di tracce, perché come dice la madre della regista:

“Ti ho detto che colleziono cianfrusaglie.”

E sono proprio quelle cianfrusaglie, quelle reliquie domestiche apparentemente insignificanti, a contenere la miccia della storia. Dentro quelle scatole emerge anche il nome di Farrokhrou Parsa, ministra della Cultura, amica stretta della madre e della nonna della regista. Una donna cancellata dalla storia ufficiale, giustiziata con brutalità:

“Le hanno messo un sacco di patate sulla testa e l’hanno impiccata tra due prostitute.”

L’opera si trasforma sin da subito in un gesto politico: preserva i nomi banditi, ricorda le strade con i loro nomi originali, sottrae l’oblio a una genealogia di donne che il regime ha deciso di abolire.

The Vanishing Point: lo sguardo che mostra

Nelle strade di Teheran il formato cambia: un 4:3 stretto, quasi soffocante. Uno schermo che delimita, che impone bordi fisici e simbolici. È la forma che “mostra nascondendo”: la stessa logica della sorveglianza che regola la vita pubblica in Iran.

All’opposto, gli interni respirano. Lì, tra le mura della casa e le “cianfrusaglie”, si apre l’unico vero spazio di libertà. Lo dice la regista nel suo monologo, e lo sentiamo, lo vediamo. L’interno è dunque il luogo dove è ancora possibile ricordare senza filtri, senza paura. Il fuori nasconde. Il dentro custodisce.

Il ruolo del suono in The Vanishing Point

E poi il silenzio. Quel silenzio che non è mai vuoto, mai “pace”. È censura sonora. Per un momento vediamo gioia, ma non sentiamo nulla: persone che ridono, ballano, festeggiano, in silenzio. Ma non proprio, possiamo immaginarne il rumore, perché quella felicità è ormai un ricordo muto, non più vivo.

Bani Khoshnoudi costruisce una grammatica del silenzio che racconta la repressione meglio di qualsiasi parola. Come in La Antena, dove le voci scomparse diventano la prova dell’oppressione, anche qui ogni suono sottratto ricorda che la libertà, persino la banale risata, è stata amputata.

Il silenzio si ripete: negli spostamenti, nelle camminate, nei dettagli. E poi esplode nel funerale: immagini d’archivio accompagnate da un canto collettivo:

“Per la tua causa, quando hanno valore le nostre vite?”

Un urlo che attraversa il passato e arriva fino alle proteste degli ultimi anni. Le immagini d’archivio delle rivolte scorrono senza filtro: sono il suono possibile contro un regime che da decenni tenta di imbavagliare anche i morti.

Nasanin: la figura che ritorna

E poi c’è lei: Nasanin, la cugina della regista. Una figura diventata tabù familiare, impronunciabile per trent’anni. Una mujaddin arrestata e scomparsa nel carcere di Evin nel 1988. Nemmeno una dichiarazione ufficiale. Nemmeno un corpo. La famiglia ha taciuto per paura. La regista la rammenta così:

“Sono cresciuta sentendomi ripetere che ero una ribelle come mia cugina Nasanin, di cui non ho alcun ricordo. È morta quando avevo due anni. La sua figura mi ha attratta da quando ero molto giovane.”

E ancora:

“Il silenzio fa parte di un programma sistemico. Non si limita a oscurare chi è sparito, ma copre molto altro, permettendo a questo regime fascista di continuare a esistere.”

The Vanishing Point è il primo gesto pubblico che spezza quel silenzio.
Il film rompe il tabù familiare e trasforma la storia di Nasanin in una storia collettiva: migliaia di donne, uomini, famiglie che hanno vissuto la stessa cancellazione.

Dalle strade degli anni ’80 a Donna Vita Libertà

Le immagini d’archivio diventano un mosaico di resistenza: dal 2009 alle rivolte del 2019, fino alle piazze del 2022. Corpi che occupano lo spazio pubblico nonostante la violenza dello Stato. La regista lo dice chiaramente:

“Il muro della paura è crollato… Le giovani generazioni non hanno più paura. È una battaglia intersezionale: un gesto, una parola, un corpo che occupa lo spazio.”

Lo vediamo anche ne Il seme del fico sacro, il popolo è stanco, stufo, nutre il desiderio di reagire. The Vanishing Point  non è un documentario che osserva. È un film che partecipa. È un film che ricorda che, in una teocrazia, la resistenza è l’unico linguaggio possibile.

“Dobbiamo fare una rivoluzione. Questo sistema non può essere riformato.”

È un contro-archivio emotivo, politico, familiare. È un film che rende visibile ciò che il regime voleva cancellare: le donne, le loro storie, i loro corpi, le loro rivoluzioni. La dimostrazione che finché qualcuno continua a ricordare, a raccontare, nulla può scomparire.

The Vanishing Point

  • Anno: 2025
  • Durata: 104'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Iran, Francia, USA
  • Regia: Bani Khoshnoudi