La lucciola di Fabrizio Bartolini, presentato al FilmMaker Festival, trascende la sua cornice di cortometraggio per offrirsi come un lucido saggio filosofico sull’identità, la percezione e l’invisibilità. Nato nel contesto sperimentale del workshop “Areainterna” con maestri del cinema contemplativo, il film ne eredita la sensibilità per il dettaglio e la narrazione minimalista, pur trovando una voce stilistica autonoma e potente.
La Lucciola incarna la metafora della Luce
Si presenta fin dal titolo come un’opera incentrata sull’effimero e sulla luce come metafora. La lucciola, con la sua intermittenza biologica, suggerisce un’esplorazione del visibile e dell’invisibile, un tema caro al cinema d’autore che riflette sul concetto stesso di rappresentazione. Il cuore pulsante dell’opera risiede nella sua audace scelta prospettica. Bartolini ci invita a vedere il mondo attraverso gli occhi dell’insetto, un punto di vista incerto, reso ancora più potente da un bianco e nero sfocato. Questa tecnica è usata non solo come scelta estetica ma soprattutto perché permette una traduzione visiva dell’incertezza esistenziale della lucciola diurna. L’insetto si interroga sul proprio destino e la propria posizione, muovendosi in un limbo percettivo: è un piccolo scarafaggio anonimo, ignorato da chi si ama, riposa o lavora, pur essendo testimone onniveggente della vita umana.
La sua peregrinazione attraverso l’ambiente agreste (un soggiorno, una vecchia stalla con una capra, gli innamorati al fiume, la persona che schiaccia un pisolino) disegna una mappa di assoluta invisibilità. L’insetto è testimone onniveggente dell’intimità umana e della placida vita animale, ma la sua presenza non registra alcuna eco: viene sfiorata, ma mai notata. Bartolini usa questo anonimato diurno come una potente metafora dell’alienazione: si può essere presenti ovunque, vicini ai sentimenti più profondi, eppure restare completamente irrilevanti. L’essere passa inosservato, il suo sguardo sfocato è il peso di chi osserva senza essere riconosciuto. L’identità si compie solo nel finale notturno. Negli ultimi, decisivi secondi, l’oscurità del paesaggio e il buio del cielo, illuminate solo dalle stelle, creano il palcoscenico per la metamorfosi.
Il cuore tematico del cortometraggio di Bartolini risiede nell’efficace contrasto tra l’anonimato diurno e la rivelazione notturna. Attraverso la prospettiva dell’insetto, il film disegna una mappa di assoluta invisibilità attraverso vari contesti di vita (intimità domestica, riposo, natura). L’essere si muove come testimone onniveggente di esistenze umane e animali, eppure la sua presenza non registra alcuna eco, venendo costantemente ignorato. Questo anonimato diurno è una potente metafora dell’alienazione, il peso di uno sguardo che osserva senza ottenere mai riconoscimento.
La lucciola è in programma al FilmMaker Festival.