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‘A place far from home’, la vita non fa prigionieri

Non si smette mai di credere nella possibilità di essere liberi di ricominciare a sognare. Neanche nei posti più desolati, quelli reclinati nell'infinita attesa di un qualche cambiamento

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La rappresentazione di un mondo immerso nel punto di vista di un ragazzo di 9 anni, Olejka, costretto a crescere in fretta, nella complessa ricerca di una propria identità. Un esercizio di racconto estremamente difficile. Ambientato in un orfanotrofio di una remota località della Russia, vicino al lago Bajkal, e sorretto dalla magistrale prova attoriale di tutti gli interpreti. È questo A place far from home di Diana Mashanova. Un lungometraggio di pregio girato con uno stile classico, prosciugato d’ogni enfasi, con il predominio delle immagini sulle parole. Un omaggio al cinema più intimo dettato da un piglio essenziale, asciutto ed elegante. Irradiato dalla splendida fotografia di Grigory Maykov. A place far from home, presentato in concorso nell’edizione 2025 del Lucca Film Festival, vincitore del premio per la miglior fotografia nel precedente Atlanta Film Festival, è prodotto dalla stessa Diana Mashanova.

La nostra vita non è determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla

James Hillman

A place far from home, un respiro di speranza

La pellicola, diretta dalla regista originaria della Repubblica di Buriazia, è una storia dura, articolata, dai contorni tracciati con il piglio della tragedia imminente mentre il tempo, tutt’attorno, sembra muoversi senza scossone alcuno. Olejka è solo. Non ha nessuno a cui affidare i pensieri più reconditi del proprio cuore. Cerca conforto da una solitudine che non ha scelto. È ancora troppo piccolo per comprendere appieno e difendersi dall’ostilità di una comunità più confusa di lui. Giovani adolescenti che abitano le mura spoglie e fatiscenti di edifici preposti al preservare un’umanità persa, a volte rifiutata, a volte disperata. Come Clara, l’essere umano con cui Olejka lega di più, costretta a buttarsi via in una dimensione che non riesce o non sa governare. Con il corpo lontano dalla mente e i pensieri slegati dal suo presente. O come la matrona che gestisce quell’andirivieni senza passato e che di Olejka diventa ambiguo nume tutelare. Un Purgatorio nel quale le anime di tutti sono sospese nell’attesa di un Destino affidato ai volto imperscrutabile del Caso.

Il campo lungo

Oltre al bravissimo, eccezionale, giovane protagonista, Matvey Kazazayev, A place far from home ha un altro interprete principale.  È quello che disegna e determina molte delle scene fondamentali: il campo lungo. Una dichiarazione di potenza da parte di una natura al di sopra delle parti che osserva lo smarrimento dell’uomo che, a volte furente, a volte silenzioso, reietto tra le mura di un orfanotrofio, cerca una pace che non riesce a trovare. La visione di un sordido approccio alla vita che la Mashanova filtra attraverso la grandezza di quello che le sta attorno. Il bene e il male ordiscono trame a volte indistinte e altre chiarissime, liberando la macchina da presa da ogni intento voyeuristico. Indugiano a tratti, fomentati dalla sceneggiatura essenziale, della stessa regista, sulle forme e sulla postura dei corpi, senza mai tacciarli di un pregiudizio. Sono liberi di seguire l’istinto delle proprie azioni, di cercare di essere. Qualsiasi cosa questo comporti. Le angherie che progressivamente attanagliano la vita di Olejka risultano così parte di un percorso salvifico quasi inevitabile.

 

La giusta distanza

È la sua voce il tramite per la riproduzione di porzioni d’esistenza dell’agire dei personaggi in scena. Una normalità drammaticamente vera che in ogni suo raro dire si estrinseca e si identifica in un labirinto di sentimenti tra loro contrastanti che, tuttavia, non modificano mai il tono del protagonista. Quasi come se, per sopravvivere, avesse bisogno di mantenere una giusta distanza da tutto. Uno stacco per proteggere la speranza di un cambiamento, la volontà mai sopita di ambire a un futuro diverso. È la traduzione del mondo circostante, di quello che, seppur inerte, spiega  la routine del quotidiano e, come lacrime essiccate nel silenzio di un dolore inespresso, seleziona i suoni e i rumori a tutti più familiari. Quelli più semplici, legati alle piccole cose dell’esistenza: il mangiare, il lavarsi, l’accudire. Lasciando in disparte il fruscio delle stoffe, richiamo forse troppo forte a una normalità che non c’è e che, persino nel momento più spontaneo, quello del bagno nel lago, porta con sé il suo consueto frastornante carico d’angoscia.

  • Anno: 2025
  • Durata: 71 minuti
  • Genere: Dramma
  • Nazionalita: Russia
  • Regia: Diana Mashanova