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Archivio aperto

‘In Retrospect’: la memoria nascosta nelle fondamenta

Le immagini d’archivio e le voci dei lavoratori raccontano l’impatto del razzismo strutturale.

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Il centro commerciale Olympia di Monaco non è solo un luogo di consumo, ma un nodo della memoria europea. Costruito tra il 1970 e il 1972 dai cosiddetti “Gastarbeiter”(lavoratori ospiti), fu all’epoca il più grande centro commerciale d’Europa, diventato ben presto il simbolo della modernità stessa proiettata verso il benessere e il costante rinnovo.
Tuttavia dietro le vetrine si nascondeva fin dall’inizio un prezzo altissimo. Migliaia di migranti provenienti dall’Italia, Jugoslavia e Turchia erano costretti a vivere nell’invisibilità. Considerati lavoratori di categoria B, necessari, ma mai riconosciuti. Trattati solo come forza lavoro.

Non a caso In Retrospect (Rückblickend betrachtet) di Mila Zhluktenko e Daniel Asadi Faezi scelgono di far dialogare immagini d’archivio, memoria, cronaca e poesia. Una narrazione presentata in anteprima mondiale alla 75ª Berlinale, che ora arriva Bologna, ad Archivio Aperto alla sua 18ª edizione.

La memoria inscritta nelle fondamenta

Il cortometraggio si apre con una scrittura su sfondo nero, come se ci trovassimo davanti alle pagine di un libro. Nei primi minuti non c’è una voce narrante,  veniamo, invece, invitati a leggere, immaginare, entrare lentamente nella storia. È qui che affiora un legame con Addresse Unknown di Sohrab Shahid Saless. Un film quasi introvabile, ritrovato dai registi persino su un canale Telegram in lingua farsi. Saless, già negli anni ’80, raccontava la vita di una giovane donna tedesca che lascia il proprio marito per convivere con un architetto turco disoccupato a Berlino Ovest, e con essa il peso del razzismo quotidiano. In In Retrospect questa memoria filmica torna come un’eco, un ponte che ci collega a un passato che sembra ormai rimosso, ma mai davvero cancellato.

Gli stessi registi spiegano:

“Quando abbiamo iniziato le riprese all’Olympia ci siamo accorti di nuove connessioni che non erano mai state rese visibili. Sentivamo l’urgenza di mostrarle.”

Ed è proprio questa urgenza a guidare la costruzione del film, che mescola immagini di archivio, interviste ai lavoratori immigrati, filmati in 16mm e 35mm girati oggi nello stesso centro commerciale. Lo sguardo diventa dunque un insieme intimo e politico. Le testimonianze hanno una semplicità toccante, in grado di mostrare con chiarezza l’impatto del razzismo strutturale su chi ha costruito e vissuto quei luoghi. La costruzione diviene dunque duplice, la costruzione di un luogo, ma anche di una nuova vita.

In Retrospect  e le vite di categoria B

Il cortometraggio non si limita a registrare il passato, ma lo mette in dialogo con la violenza del presente. Dal ricordo della costruzione del centro commerciale, fino ai disegni delle piante, i cantieri, la fatica di chi lavorava senza tutele. Per poi passare alle testimonianze delle famiglie colpite dall’attentato del 2016:

“Anche mio nipote è stato ucciso all’OEZ”.

Ogni voce rimanda all’idea che ci siano vite che contano meno di altre, sacrificabili, intercambiabili. Un pensiero che trova un parallelismo anche in The Settlement di Mohamed Rashad, altro film presentato a Berlino, dove la morte di un operaio viene liquidata con indifferenza, come se un lavoratore valesse l’altro.

La domanda che rimane sospesa è: come è possibile che le stesse società che hanno costruito la loro ricchezza sulla pelle dei migranti oggi li rifiutino, li stigmatizzino, li cancellino? Lo stesso Muro di Berlino vede persone che posano sorridenti davanti a esso, senza pensare alle vite spezzate che quel confine ha generato. È il paradosso della memoria selettiva, che cancella le sofferenze e conserva solo le immagini patinate.

Il cortometraggio come forma di resistenza

Zhluktenko e Asadi Faezi sottolineano quanto per loro il formato breve sia anche un laboratorio di libertà:

“Il cortometraggio ti permette di rischiare e sperimentare. Puoi concentrarti su un dettaglio, colpire una corda e lasciare che la vibrazione svanisca.”

In Retrospect è esattamente questo: un gesto di concentrazione, un atto poetico che riduce tutto all’essenziale per amplificarne l’effetto. Lo sfondo nero con le parole scritte, la voce narrante che si alterna tra maschile e femminile, le immagini d’archivio che riaffiorano come fantasmi: ogni elemento diventa un modo per resistere alla censura, per restituire voce a chi è stato reso invisibile.

In fondo, questo cortometraggio ci interroga su un punto fondamentale: quanto siamo disposti a ricordare davvero? Non basta parlare di storia, bisogna saper guardare le fondamenta delle nostre città, ascoltare le voci che quelle stesse pietre hanno inciso. È un cinema che non offre risposte facili, ma che ci costringe a restare nella complessità.

In Retrospect

  • Anno: 2025
  • Durata: 15'
  • Distribuzione: Square Eyes
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Germania
  • Regia: Mila Zhluktenko e Daniel Asadi Faezi