The Wife – vivere nell’ombra, presentato al Toronto Film Festival 2017, è adattato dal romanzo del 2003 di Meg Wolitzer. Questo solido dramma pone al centro della storia una situazione in cui il contributo della moglie diviene fondamentale nel successo del marito. Il film di Björn Runge può vantare un cast di spicco grazie, in primo luogo, alla sua eccellente protagonista, Glenn Close. La sua straordinaria interpretazione nel 2019 le ha regalato il Golden Globe per la migliore attrice in un film drammatico. Ma soprattutto la nomination per la miglior attrice protagonista agli Oscar 2019, l’ottava della carriera.
Accanto a lei c’è Jonathan Pryce nelle vesti del marito. L’attore statunitense offre un ritratto stoico di uno scrittore, confermandosi un veterano di pregio della recitazione. Nel cast si annovera anche Max Irons nei panni di un figlio che necessita di approvazione paterna. Inoltre risultano intriganti le versioni giovanili dei due personaggi principali: l’inglese Harry Lloyd e Annie Starke, nota soprattutto per spettacoli a Broadway.
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Un’introduzione al film
La narrazione ruota attorno a una donna sposata con un uomo che scrive per professione. Un giorno quest’ultimo riceve una telefonata da Stoccolma, con la notizia di aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Tutta la famiglia è estasiata, gli amici sono felicissimi. Sostenitori e giornalisti inondano il partner di lodi. Sembra che tutti vogliano prendere parte alle celebrazioni, ma nella moglie ribolle altro. Sentimenti contrastanti iniziano a rosicchiarla, perché sa di essere stata gravemente sfruttata per l’ascesa professionale del marito.
Se a una prima lettura il letterato sembra avere tutte le colpe della frustrazione della consorte, la realtà non è mai come appare.
È questa la premessa dietro al film di Bjorn Runge, The Wife.
Qui il regista mescola la sua longeva esperienza teatrale con il gusto per i dettagli, dando vita a una perfetta allegoria del matrimonio. I tanti archetipi presenti nella vicenda (il successo, la letteratura, i rapporti interpersonali) potrebbero facilmente servire da cliché. Sorprendentemente, Runge decide di non gravitare verso troppe ovvietà. Piuttosto incide personaggi ricchi di sottili sfumature, portandoli in direzioni inaspettate. Segue questa via anche la sceneggiatrice Jane Anderson, già vincitrice di un Emmy per Olive Kitteridge (2014). L’autrice naviga sapientemente nella struttura della trama in modo volutamente ambiguo e ingannevole.
Le scene ambientate negli anni ’60, per quanto ben rese, spingono comunque a voler tornare al tempo presente. Questo perché Pryce e Close riescono a comunicare enormemente un’intimità lunga decenni. C’è anche una scena intensa in cui i due ricordano Richard Burton ed Elisabeth Taylor in Chi ha paura di Virginia Woolf?. La scelta di questo classico cinematografico non è così casuale. Infatti nel lungometraggio del 1966 di Mike Nichols si affronta proprio, seppur in chiave diversa, la tristezza e la disillusione femminile.
The Wife – vivere nell’ombra
Il racconto si sviluppa durante i primi anni ’90, con flashback che riporta agli anni ’60, cioè a quando i due protagonisti si sono conosciuti. Nel presente, Joan Castleman (Glenn Close) e Joe (Jonathan Pryce) sono sposati da quarant’anni e vivono nel Connecticut. Una sera del 1992 ricevono la chiamata per la vittoria del Nobel alla letteratura da parte dell’uomo. Entusiasti ed euforici volano verso Stoccolma insieme al figlio, David (Max Irons), scrittore in erba. Nel mentre iniziano a intersecarsi al presente numerosi flashback del passato.
Quindi vediamo la talentuosa studentessa Joan che incontra il suo professore Joe, già sposato e con un figlio. Si capisce che tra i due a breve scoppierà l’amore. Lei inizia a lavorare nel mondo dell’editoria affermandosi in un universo maschile. Prevedibilmente, per non intralciare l’ascesa letteraria del consorte, decide di fare dei passi indietro. Nel presente, la consegna del prestigioso premio letterario al marito diventa l’evento rivelatore di quello che è stata la sua vita. Perennemente a cavallo tra compromessi, segreti e tradimenti accettati dolorosamente. In modo inaspettato, questo evento cruciale coincide con l’inizio di un cambiamento che rivoluzionerà per sempre la vita di Joan e di chi le sta accanto.
Close e Pryce in The Wife
Lo svelamento lento e intrigante dei segreti
The Wife mostra gradualmente come il personaggio principale sia riuscito a mantenere segreti e intrighi. Avere il talento di Glenn Close è la ricetta segreta di Runge per affrontare e carpire una protagonista così ricca e piena di sfaccettature. Il ritmo meravigliosamente misurato consente all’attrice di eliminare ogni emozione dal suo alter ego. Proprio in questo risiede il piacere del film: mano a mano che la tensione sale, vediamo il profondo tumulto che è stato imbottigliato per tanti anni in Joan. Close risulta particolarmente abile nel nascondere il riserbo interiore per quasi tutto il film. La sceneggiatura massimizza il ritmo consentendo di rivelare un’enorme quantità di dramma familiare, senza bruciare i momenti clou.
A conferma di quanto detto sopra, la storia usa un interessante stratagemma. Servendosi del giornalista Nathaniel Bone (Christian Slater), tramite alcuni flashback, viene confermato che l’uomo ha iniziato da tempo a indagare sulla reale mancanza di talento di Joe. Una delle migliori sequenze del lungometraggio vede proprio la protagonista e il giornalista in un dialogo intelligente e illuminante. Qui è la donna a sviare ironicamente e abilmente alle domande sibilline dell’uomo. Sarà solo il figlio, insoddisfatto e stanco di non essere all’altezza del padre, a scuotere realmente Joan, che, in un finale inatteso, esplode con tutta la sua forza e compattezza. Ed è attraverso la rabbia di David verso il papà, quindi tramite un filtro, che la signora Castleman rinasce.
Se da una parte il nocciolo di The Wife sta nel far aprire continuamente domande, dall’altra tutto è sfuggente. Difatti, il lavoro del regista non permette di cogliere limpidamente le implicazioni massicce della condotta di Joe su Joan. Per unire i pezzi è necessario ripercorrere le loro versioni giovanili. I flashback agli anni ’60 servono a stratificare l’esperienza passata della coppia, al fine di districarci meglio nella complessità del loro lignaggio famigliare.
Joan Castelman (Annie Starke) in un flashback
Un’analisi sul ruolo della donna nella società
La pellicola non è una storia in bianco e nero. Piuttosto si tratta di una narrazione di potere, lo stesso a cui Joan rinuncia e che cerca in seguito di recuperare. È lo specchio di un mondo che non prende in considerazione l’idea che una donna possa raggiungere prestigi e onori sociali alti quanto gli uomini. Il personaggio di Close fa parte della generazione delle nostre madri, nonne, bisnonne. La sua forza risiede nel fatto che le sue lotte con la creatività, la maternità e la realizzazione risuonano potenti ancora oggi. La protagonista è dotata di curiosità, concentrazione, acume e di un’immaginazione selvaggiamente fertile. Ma la sua mancanza di fiducia e la poca autostima provengono dal clima culturale di cui fa parte.
Nella costruzione del personaggio di Joan si intuisce che il lavoro combinato tra Close, Runge e Anderson sia stato quello di delineare una figura frastagliata. La signora Castleman non è né angelo del focolare né donna totalmente emancipata; non è una vittima passiva e non si percepisce come tale. Il discorso si insidia in tele più capillari e complesse, che intrecciano compromessi necessari ad altri comportamenti remissivi, figli del proprio tempo.
L’interprete di The Wife si inserisce in una narrazione interessante di ritratti femminili non canonici. La stessa linea che per esempio ha seguito Elena Ferrante con Lila e Lenù ne L’amica geniale (prima nei romanzi e in seguito nella serie).
Nel racconto napoletano le protagoniste hanno personalità inafferrabili, mai totalmente chiare. Sono due figure significative, forse degli archetipi che Ferrante ha creato per mostrare le tante sfaccettature femminili. La sua potenza sta nel non voler far cogliere sempre i pensieri alla base delle azioni delle sue due straordinarie eroine. Difatti ciò che governa la vicenda è una comprensione parziale del loro modo di agire o pensare, da parte dello spettatore.
Questo modo di operare è lo stesso di Joan Castleman, nel romanzo di Wolitzer e nel film di Runge. Non a caso Elena Greco (Lenù) diventa una romanziera di successo mentre Lila Cerullo (Lila) scrittrice lo diventa per se stessa. Così anche l’alter ego di Close sarebbe stata una straordinaria narratrice. La scrittura diviene per queste donne il mezzo per emanciparsi e per creare una propria identità. Di conseguenza, le vicende di queste personalità, immaginarie sì ma più vicine al reale che mai, ne sono una chiara prova.
Glenn Close The Wife
Una storia figlia degli anni ’90
L’uscita di The Wife arriva in un momento particolare. Tra il 2017 e il 2018 c’è stato uno scandalo che ha portato alla cancellazione del Premio Nobel per la Letteratura 2018. Ciò è avvenuto a seguito di una presunta violenza sessuale all’interno dell’Accademia svedese (l’organismo che sovrintende il premio).
Non a caso Sony Pictures ha fissato l’uscita al 2018 inoltrato, nonostante il titolo sia stato presentato al TIFF 2017.
Il film, uscito in piena epoca #MeeToo, non ha davvero connessioni volute con questo movimento. Piuttosto, il tema proposto evidenzia il maltrattamento delle donne e in particolare la loro emarginazione nel mondo letterario.
La regia lascia che fino alla fine si dipani questo argomento. I minuti finali sottendono un empowerment per Joan, ma più che un vero atto di coraggio si presenta come un suggerimento. Il lungometraggio potrebbe peccare quindi di aver mancato di temerarietà nel prendere una posizione più netta verso i temi di abusi e maschilismo. In realtà bisogna tenere presente che è ambientato nel 1992: negli anni ’90 non esistevano le campagne nei media digitali a svegliare le coscienze su alcune materie, che invece oggi sono all’ordine del giorno. Non c’erano neanche movimenti globali contro aggressioni o molestie sessuali, al fine di collocare questi problemi in modo esatto dentro alle discussioni quotidiane.
Il titolo cerca di riportare le maniere di agire del singolo e della società. Quindi ricrea fedelmente l’inizio di quel decennio, sia, come abbiamo appena visto, socialmente che su costumi e abitudini dell’epoca. I segni di quei tempi abbondano; ne sono un esempio i voli sugli aerei Concorde, la quantità elevata di fumatori nei luoghi chiusi, la telecamera a pellicola, i sontuosi banchetti dei premi Nobel. Testimoni di un tempo, almeno in apparenza, di generale benessere.
Un finale che riflette i rapporti umani
Le illusioni e le metafore sono intrecciate costantemente in The Wife. La mancanza di vero amore nel rapporto matrimoniale la si coglie solo comprendendo i decenni di servitù che l’uomo ha fatto passare alla moglie. È proprio qui che entrano in gioco alcuni simboli. La scena in cui Joe sta mangiando delle noci diventa l’allegoria rivelatrice della vera natura dell’uomo. Un intellettuale, o presunto tale, capace di attirare le donne più giovani ad amare la sua personalità, assoggettandole a lui. Successivamente sarà sempre una noce a causare l’esplosione del rapporto con Joan. La bellissima scenografia della Stoccolma innevata rappresenta la reale essenza della vicenda. La neve funge da idilliaca copertura di una realtà sottostante ben poco ideale. Questo paesaggio, reso delicatamente dalla fotografia di Ulf Brantas, rispecchia la natura superficialmente tranquilla della famiglia Castleman.
Siamo trascinati dentro al ritmo lento del film grazie alla colonna sonora calmante e sobria di Jocelyn Pook. The Wife ha un riserbo emotivo e narrativo potente perché racconta una storia a cui piace restare nel limbo, nell’imperfezione, nell’incertezza. La sua forza risiede proprio nel non precipitarsi a raccontare un finale troppo delineato e specifico, non affannandosi mai verso svelamenti anticipati. Al pubblico viene così data l’opportunità di cadere lentamente nel gentile regno dei Castleman, per poi comprendere la reale natura malvagia dei rapporti umani, soprattutto quando questi navigano nel non detto, nella non trasparenza, nei pensieri strozzati e rigurgitati.
Il grande valore del lungometraggio di Runge è quello di aver parlato per intere generazioni di scrittrici che non hanno avuto possibilità di sbocchi professionali.