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VISTI AI FESTIVAL

Debito d’ossigeno (Tekfestival 2010)

“Il tema del precariato ritorna sugli schermi del Tekfestival, per denunciare il silenzioso dramma di chi ha appena perso il posto di lavoro”.

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Il tema del precariato ritorna, sacrosantamente, sugli schermi del Tekfestival, per denunciare, attraverso le testimonianze di persone direttamente coinvolte, il silenzioso dramma vissuto da chi, fino al giorno prima felicemente impiegato, si ritrova all’improvviso nelle cattive e pastose acque della disoccupazione.

Fulvia, trentasettenne romana, vive nella provincia milanese col figlio di otto anni, e sopravvive con i contratti a termine che riesce a trovare; Daniele e Sabrina, anche loro con un figlio all’asilo, si ritrovano con un mutuo da pagare nel bel mezzo di una ristrutturazione aziendale di cui ignorano l’esito.

Giovanni Calamari conduce un’indagine per comprendere lo stato emotivo dei soggetti colpiti dalla iattura del licenziamento, cercando di far emergere i pensieri e le strategie elaborate per reagire alla crudeltà della logica di mercato.

Daniele e Sabrina perdono, incredibile a dirsi, contemporaneamente il posto di lavoro, varcando da un giorno all’altro la spettrale soglia della povertà, quella che si sente spesso sventolare nei telegiornali, e che pare debba essere attraversata sempre e solo dagli altri: ecco, stavolta, come recitava una non irresistibile canzone, ‘gli altri siamo noi’. Si, perché quando si è rimessi all’accadimento di un evento non prevedibile, e sul quale non si ha nessun potere, cessano davvero le differenze. Le disgrazie sono il fenomeno più democratico che ci sia. Ci ritroviamo quindi a seguire tutti gli affanni di questa famiglia: la mobilità, la cassa integrazione, gli indennizzi di disoccupazione, elargiti per non oltre sei mesi, al sessanta per cento dell’ultimo stipendio lordo percepito, l’incubo della rata del mutuo da pagare, il tenore di vita precedente che non si vuole perdere……

Fulvia, madre senza compagno, un po’ freak, è disposta, pur avendo una preparazione come restauratrice di beni culturali, ad accettare qualsivoglia impiego, pur di assicurare al figlio una vita dignitosa. Passa da un’occupazione all’altra (soprattutto call center), e il suo problema non è la flessibilità, ma la reale difficoltà di trovare, una volta che è scaduto il solito contratto a tempo determinato, una fonte di reddito che le permetta il sostentamento. Stipendi che si aggirano tra i mille e cento e gli ottocento euro, e che rendono necessarie vere e proprie acrobazie per sbarcare il lunario.

Il lavoro vale sempre meno, il margine di profitto nei paesi sviluppati sta diminuendo pericolosamente, non si producono più beni, ma solo servizi, quando non si trascende nelle virtualità della finanziarizzazione. L’orizzonte è più cupo che mai, e i risparmi accumulati dalle generazioni precedenti si stanno esaurendo. Consigli pratici per il futuro: non siate egoisti, ‘riproducetevi il meno possibile’.

Luca Biscontini

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