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Due vite per caso

« “Due vite per caso” di Alessandro Aronadio denota l’impegno di volersi avvicinare quanto più possibile all’intangibile, a ciò che sta dietro, sotto, dentro di noi».

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Concediamo a questo primo lungometraggio di Alessandro Aronadio qualche via d’uscita. Perché Due vite per caso, anche se in maniera confusionaria e stilisticamente zoppicante, denota almeno l’impegno (e credo la necessità) di volersi avvicinare quanto più possibile all’intangibile, a ciò che sta dietro, sotto, dentro di noi. La partenza conteneva buone promesse: ci concentriamo su due giovani assolutamente (e apparentemente) al sicuro dentro un’instabilità esistenziale sotto controllo. Matteo alla guida e Sandro col pollice tagliato, in direzione del pronto soccorso. Piove. Matteo corricchia per fare veloce e tampona (e qui andrebbe chiesto al regista perché non rendere più credibile un tamponamento) un’auto che contiene due poliziotti in borghese. Quella notte, specie per Matteo, arriva l’incontro con il disvelamento. I due giovani subiscono la violenza e l’imposizione dell’autorità, la mancanza di libertà: picchiati senza ragione e privati di una dignità che non pensavano di dover mai mettere in discussione con nessuno. È uno shock e funziona. Lo cogliamo, arriva anche a noi e destabilizza. I giorni, i mesi a seguire non saranno più gli stessi.

Matteo comincia a vedere veramente, a scontrarsi con i compromessi di una denuncia alla polizia che non ha senso portare avanti per la sconfitta inevitabile che una tale mossa comporterebbe, avvicinandosi e assorbendo gli aloni di doppiezza fisicamente incarnati in Ivan (un credibile Ivan Franek), praghese al confine tra legalità ed illegalità. Conosce Sonia (un’Isabella Ragonese dentro un ruolo che la costringe a volare basso, purtroppo), cameriera dell’Aspettando Godard, bar lontano dallo spazio e dal tempo, limbo delle attese, condividendo con lei l’amore e la rabbia impotente che incede sempre più dentro se stesso. A questo punto, il regista fa ripartire tutto, cambiando prospettiva. Non c’è tamponamento, non c’è pestaggio: Sonia diventa la borghese Letizia, e Matteo non straccia più la risposta alla domanda di ingresso nell’Arma dei Carabinieri: ne parla col titolare della serra dove lavora… Basterebbe solo uno stipendio giusto, non da sottopaga, lui ama ciò che fa… ma di nuovo torna lo shock di una dignità pestata da un’autorità (economica) che non concede nessuna alternativa, che umilia e impone le proprie regole. E il giovane lascia, per vestire la divisa militare e un mondo nel quale far maturare la propria rabbia acerba. Le due insoddisfazioni, incarnate nei due Mattei, esploderanno in una manifestazione contro il razzismo, terreno di confronto opposto (carabinieri e manifestanti) alle due esistenze portatrici dell’identica necessità di sovrastare un ordine precostituito, in cui si sentono schiacciati e ingabbiati. Peccato che tutto questo venga raccontato con una grammatica filmica molto approssimativa: da un finale (e per colpa di una sceneggiatura e di un girato sbrigativo, nel senso peggiore del termine) per cui si giunge ad un dramma senza nemmeno capire come e, di conseguenza, senza minimamente attraversarci in alcuna sensazione se non nell’incredulità di un “Ma che ha combinato?!”, ad una omogeneità di una mdp troppo pigra, che non affonda se non in brevi guizzi (idem per la fotografia, troppo poco densa e veritiera), mantenendosi scollata dall’originalità del punto di vista da cui osservare, in prospettiva, il concetto di instabilità che, in questo momento storico, più che mai circonda la nostra vita.

E ingenuamente, solo così lo posso ritenere, perché per un addetto ai lavori che fa uso di maestri come Godard e Truffaut, appare un clamoroso autogol; Aronadio ci mostra la scarsa carica che il suo potenziale filmico traduce, contaminando la pellicola con tre minuti del finale de I 400 colpi (1959) di Truffaut: in quei tre minuti assistiamo ad una grande lezione di cinema nel dirompente incastro di fotografia, musiche, movimento di macchina, dentro un unicum di stimoli visivo-narrativi che ci fanno percepire l’impotenza e la voglia di libertà di Antoine Duanel. Il confronto di questi tre minuti e dell’ora e mezza di girato evidenzia, implacabilmente, come il fare cinema in Italia sia in preda a un letargo inspiegabilmente portato avanti proprio da chi dovrebbe essersi nutrito di lezioni e visioni di sostanza.

Maria Cera

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