Isabella Ferrari: “Faccio il cinema con i miei anni, e nei nostri anni….”

Scena 1. Interno. Giorno. Laura, il personaggio interpretato da Isabella Ferrari, è alle prese con una composizione floreale, quando, nel suo negozio di fiori, improvvisamente, si trova di fronte Neval, il personaggio interpretato da Serra Ylmaz. Il film è Saturno contro, diretto da Ferzan Ozpetek nel 2007.

Neval rivolta a Laura dice: “…mi hanno detto che lei fa composizioni floreali per matrimoni, feste e battesimi. Ne fa anche per i divorzi? ….”. Laura è sbigottita, in qualche maniera replica: “…no, questo non mi è mai capitato…”. E Neval: “…strano, perché sta facendo in modo che ne avvenga uno…”. A questo punto Laura smette di lavorare: “Lei chi è, scusi?…”. Neval: “sono qui per Antonio…”. Laura: “l’ha mandata lui?…”. Neval:   ”no…”. Laura: “…sua moglie ha scoperto tutto…?”. Neval: “non l’ha scoperto, gliel’ha detto lui. Non l’ha ancora avvisata  eh…”. Laura: “è sua moglie che la manda qui allora?…”. Neval: “No, anzi, se lo sa mi ammazza. Sono io che mi impiccio. Ho questo difetto. Quando voglio bene a qualcuno voglio sapere tutto di lui. Ma lei lo ama?…”.

Ecco, questo è un ruolo che i registi considerano perfetto per la Ferrari: la femme fatale, la donna passionale, quella calda ed animale, in qualche maniera. La donna di puri istinti. Aveva detto Ferzan Ozpetek in un nostro precedente incontro:  “Isabella è una presenza che si impone. Una presenza che, anche se resta immobile, emana una irresistibile forza erotica”. Poi Ferzan Ozpetek aveva ricordato: “…in una scena di Saturno contro le costumiste avevamo messo addosso ad Isabella un vestitino scollato, un sexy proprio banale, da bancarella rionale.. L’ho guardata un po’, poi gli ho suggerito un maglione, grigio, da uomo, informe, e le ho detto di camminare al fianco di Stefano Accorsi, ma senza guardarlo, nemmeno sfiorarlo. Il risultato finale mi pare sia stato molto sensuale”. È vero. Noi assolutamente condividiamo il giudizio estetico di Ferzan Ozpetek, Isabella Ferrari nella sua beltà semplice, decisa, lo colma tutto. Ma noi ci eravamo accorti di Isabella Ferrari soprattutto attrice, e sin dai suoi primissimi film. La profondità dello sguardo, innanzitutto, già ci aveva colpiti, in maniera profonda, proprio agli inizi della carriera, nel 1983, nei film Sapore di mare  e Sapore di mare 2: un anno dopo, ma anche in Domani  mi sposo, Chewingum  e Fracchia contro Dracula, girati subito dopo. Insomma, già allora avevamo sposato soprattutto la statura di Isabella Ferrari attrice. Ed era un azzardo, decisamente, affermare questo nel periodo deputato. Noi comunque amavamo sfidare già i grandi miti della critica autorevole esponendo certamente solo le nostre effettive certezze. Ed Isabella Ferrari, naturalmente, nel tempo è poi cresciuta, e cresciuta molto. C’è voluto   il suo onesto tempo, naturalmente, c’è voluta una maturità raggiunta per gradi insomma, proprio nella maniera più corretta, più naturale, e Isabella Ferrari in seguito di traguardi importanti ne ha tagliati moltissimi.  Oggi sicuramente è una delle attrici più importanti della nostra pur depressa cinematografia. Bellissima, ironica, imprevedibile, coraggiosa, sono gli aggettivi che, secondo noi, fortificano e consolidano la sua carriera. Scindere la finzione dalla realtà, essere Emma insomma, il personaggio di Saturno contro oppure Isabella?

Dice Isabella Ferrari: “…ogni volta che interpreto un personaggio mi estraneo dalla mia vita e ne vivo altre. Ci sono personaggi poi che ti rimangono addosso per anni, altri invece che ti cambiano quasi, per la loro forza interiore…”. Isabella Ferrari a noi sta dando, sempre più netta, oggi, l’impressione che fa i suoi film (anche che ha fatto i suoi film, proprio nel passato), pur capendo a priori che saranno titoli che non incasseranno granché al botteghino, li interpreta solo perché nel determinato momento ha proprio l’urgenza, la necessità, di fare quel tipo di film. Ad esempio, Cronaca di un amore violato di Giacomo Battiato, Escoriandoli di  Antonio Rezza, Amatemi di Renato De Maria, E la chiamano estate di Paolo Franchi, La vita oscena  di Renato De Maria a noi sembrano opere che parlano un certo linguaggio. Ed è il linguaggio di un valore, di una certa identità, anche di un impegno ricercato.
Dice Isabella Ferrari: “…nella mia grammatica io amo scegliere ruoli che, insomma, possono farti anche capire qualcosa di inedito, di sconosciuto, della tua personalità… Dopo preferisco sempre fare il cinema con i miei anni. E nei nostri anni … ”. Oggi Isabella Ferrari si sta quasi caratterizzando per essere l’attrice che, più di altre, ama interpretare film la cui sceneggiatura è tratta da un preesistente testo letterario, insomma da un romanzo. Certamente questa sarà una condizione casuale, ma a noi piace considerare questa quasi unicità come una caratteristica. Infatti i suoi ultimi film, noi li elenchiamo ora in ordine cronologico, sono tutte pellicole tratte, in linea di massima, da importanti romanzi, da bellissimi testi letterari: Caos calmo dal romanzo di Sandro Veronesi, Arrivederci amore ciao dal romanzo di Massimo Carlotto, Un giorno perfetto dal romanzo di Melania Mazzucco, La vita oscena dal romanzo di Aldo Nove, Uno per tutti  dal romanzo di Gaetano Savatteri.  Questi titoli interpretati dalla Ferrari ci danno modo di riflettere ancora sulla necessità, in fondo, che potrebbe avere il cinema nei confronti della letteratura, perché i libri risultano molto spesso delle storie cinematograficamente già scritte. Molti romanzi oggi passano proprio per le immagini, la parola molto spesso è immagine, mentre l’immagine non è mai parola. Già a suo tempo lo scrittore Antonio Pennacchi ci aveva ammonito con il suo grido convinto, e alla nostra domanda “quale è lo scopo di un buon film?”  ci aveva nettamente risposto:  “raccontare una bella storia…”.  E dopo ci aveva assolutamente incalzato con “…molte volte queste storie il cinema le ha belle e pronte in tanti buoni libri.  Perché non approfittarne? …”, per poi aggiungere: “…anche perché in questo momento sono sempre più convinto che il cinema italiano non lo sanno più scrivere. E la sua grave crisi è innanzitutto una crisi di scrittura…”.

Dice Isabella Ferrari: “…un romanzo, un libro aiuta quasi sempre l’attore, lo aiuta molto. In presenza del romanzo l’attore attinge molto da lì. Avverte con più precisione anche i tratti somatici, le caratteristiche fisiche che poi l’attore può adottare o modificare secondo la propria indole caratteriale, persino i balbettii, se ci sono, o se ci possono essere, si individuano. Un attore avverte molto la fisicità del personaggio descritto in un libro. Difficilmente le sceneggiature originali sono così complete, dettagliate sui personaggi … ”. Un’altra cosa da aggiungere, e che modestamente accosta alla carriera della Ferrari anche il significato del coraggio,  è che i temi appunto, spesso trattati nella sua filmografia, quali il dolore e la malattia, sono risultati sempre dei freni per lo spettacolo, ed invece Isabella Ferrari non ha avuto paure e nemmeno inibizioni nel portarle in scena. Il romanzo di Aldo Nove, ad esempio, ed il film di Renato De Maria La vita oscena, di questo coraggio fondamentale ne sono una testimonianza diretta. Le sequenze girate in ospedale, ad esempio, veramente intense e veramente dolorose, descritte così drammaticamente da Aldo Nove nel romanzo, sono intuite ed interpretate dalla Ferrari in maniera magistrale e dal regista Renato De Maria colte e dirette con estremo pudore e realismo. E siamo a  La grande bellezza, il film premio Oscar di Paolo Sorrentino.

Dice Isabella Ferrari: “…ho una piccola parte in La grande bellezza, ma sono felicissima di aver fatto parte del progetto, che è grandioso. Aver recitato poi con Toni Servillo ed essere stata diretta da Paolo Sorrentino oggi lo vedo davvero come il risultato concreto di un sogno, quasi di un privilegio. La grande bellezza dopo è un film che amo molto anche come spettatrice…”. Certo La grande bellezza ha risvegliato le coscienze internazionali del cinema verso il prodotto italiano, ma in Italia oggi restiamo piuttosto convinti che il successo internazionale del film pare avere mosso, più che altro, insistiti salotti culturali di mero stampo provinciali (e senza mancare di riguardo verso le realtà provinciali) ,finanche un ginepraio assoluto risolto solo per interrogarsi comunque sulla prospettiva inutile di “a chi il film è piaciuto e a chi il film non è piaciuto”. Se ne sono sentite, e lette, naturalmente, di tutti i colori e di tutte le logiche, anche le logiche più impervie, e le impervie più illogiche. Quello che è restato, prima del silenzio definitivo sul film, anzi dello oblio più voluto, sicuramente è che La grande bellezza  in Italia ha fatto parlare soprattutto a vuoto, proprio a vanvera, ed è stato, pensiamo, un limite alla grandezza. Certo, il film era effettivamente, e strutturalmente, semplice, ma questo resta uno dei pregi, c’è una città, che è la più bella del mondo, Roma naturalmente, e c’è un uomo, Jep Gambardella/Toni Servillo, che osserva, domanda, ascolta, interiorizza, elabora, ricorda, ritrova, vaga, e la città è là, anzi  Roma resta là, prepotente, come estremo palcoscenico. Un suolo che diventa teatro, un po’ come nella vita dell’uomo nel suo proscenio sociale, dove tutti siamo ora protagonisti, ora comparse, ora figuranti, ora spettatori.  All’inseguimento o alla deriva? “…Cosa fai tu nella vita…”  domanda Gambardella, rivolto alla Ferrari, in una sequenza del film, dopo un incontro che si presume sia stato di sesso, soave è la risposta di Isabella: “…niente, sono ricca…”.  In ultimo ancora, ma  La grande bellezza  è un film bello?  Si, per noi, come per Isabella Ferrari, è bellissimo.

Giovanni Berardi     

Utlima modifica: 2 Maggio, 2016



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