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MISS VIOLENCE, il doppio sguardo

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone

Il sangue scorre, la pelle si ossida e colora la sublime arte di Garrone che rende visibile l’ambiguità esuberante e lercia dell’essere umano

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C’erano una volta tre regni:  una regina e due re.

La prima vuole un figlio a tutti i costi; il secondo ha una figlia e non la vuole dare in sposa; il terzo è un lussurioso figuro affetto da satiriasi.

Il desiderio compulsivo li affligge insieme alle perversioni più estreme.

La vorace madre regina si trasformerà in mantide assassina pur di partorire un figlio che avrà un gemello bastardo nato da una vergine, un Cristo del 17° secolo. La sua condanna sarà quello di non voler accettare che il figlio Elias sia  altro da lei e la maternità costituirà nella sterilità e nella fertilità la sua ossessione alienante.

Il re con la figlia Viola diventerà vittima della sua perversione per gli artropodi allevati a misura d’uomo; solo un orco ne riconoscerà l’odore della pelle e vincerà la figlia come sposa.

Il re satiriaco attirerà nel suo letto una donna, accecato dal buio della sua dipendenza, premiato dalla natura dell’elisir di giovinezza e truffato dalla fine dell’incantesimo.

Potere, sesso, maternità, desiderio, crudeltà, sapore, odore, derma,  incantesimo, visioni, abrasioni, mostri, nani, albini, sanguisughe, pulci, draghi, orchi, labirinti,funamboli….

La morte è la conditio sine qua non della vita e neanche la peggiore.

La pelle la scorza più narrante.

Una regina madre castrante, un re padre possessivo e morboso che tiene in ostaggio la figlia, un re seduttore accecato dalla compulsività.

Il racconto dei racconti

La famiglia, il complesso di Edipo e quello di Elettra; lo pseudoamore che è il fine che giustifica qualunque mezzo.

I mostri sono le vere vittime e gli umani troppo disumani, i carnefici di loro stessi.

Il buio della ragione partorisce i mostri dell’ignoranza e della dipendenza, manipolando qualunque possibilità di consapevolezza.

La favola della impossibile “fuoriuscita dallo stato di minorità” dell’Illuminismo di kantiana memoria; siamo nel più assoluto oscurantismo di una umanità eternamente tenebra.

Il potere logora anche chi ce l’ha e  le tre storie de Lo cunto de li cunti sono un affresco crudele, onnipotente e insaziabile.

Il sangue scorre, la pelle si ossida e colora la sublime arte di Garrone che rende visibile l’ambiguità esuberante e lercia.

Niente è corretto e il contenuto supera la forma; perché la superficie o è profonda o non è.

E’ il funambolo dello Zarathustra di Nietzsche a chiudere l’opera d’arte di Garrone?

L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, – un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo…………………..

La narrazione ricorre al funambolo come figura metaforica che rappresenta la condizione eterna e odierna dell’uomo, in equilibrio precario, in bilico sul filo sottile e teso dell’esistenza.

Un rigurgito di complessi freudiani, di identità di genere e di miti della giovinezza.

Niente risulta inesplorato e il contenuto esorbita se non si rimane banalmente incantati da un contenitore di immagini ipnotiche e indimenticabili.

 Beatrice Bianchini

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