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‘Lucky’ , Bonnie senza Clyde

Anya Taylor-Joy è la protagonista di una serie piena di suspense, action e violenza. Una nuova antieroina pronta a tutto per sopravvivere e vendicarsi

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Lucky

Su Apple TV, dal 15 luglio, un nuovo crime-thriller di ampio respiro, Lucky, la miniserie creata da Jonathan Tropper. La serie è frutto di una co-produzione tra Apple e Hello Sunshine, la società di produzione di Reese Witherspoon. Protagonista Anya Taylor-Joy(qui in veste anche di produttrice esecutiva), affiancata da nomi di assoluto rilievo del calibro di Annette Bening, Timothy Olyphant, e Drew Starkey.

Il TRAILER – Lucky

Lucky ,  prova a prendermi!

Dopo un furto milionario e una serata di euforia nei casinò di Las Vegas, Lucky (Anya Taylor-Joy) si sveglia con una bruttissima sorpresa: suo marito Cary (Drew Starkey) sembra averla drogata ed essere sparito con la refurtiva. Inizia da questo momento un road movie e una fuga perenne per la protagonista, in balia non solo dell’FBI ma anche della pericolosa boss mafiosa Priscilla (Annette Bening), madre del marito fuggitivo di Lucky.

Oltre la vittima, oltre l’eroina– Lucky

Jonathan Tropper ha costruito la propria carriera raccontando personaggi sospesi tra moralità ambigua e violenza spettacolare. Da Banshee a Your Friends & Neighbors, il suo interesse non è mai stato quello dell’eroismo tradizionale, quanto piuttosto l’analisi di individui costretti a ridefinire continuamente la propria identità in condizioni di crisi. Lucky, adattamento del romanzo di Marissa Stapley, si inserisce perfettamente in questa poetica, ma introduce un elemento ulteriore: una protagonista femminile che occupa simultaneamente gli spazi della vittima, della criminale e della cacciatrice.

Il viaggio antieroico della fuga

Interpretata da Anya Taylor-Joy, Luciana “Lucky” Armstrong si presenta inizialmente come una donna in fuga. Un colpo finito male, un compagno scomparso, il denaro rubato, l’FBI alle calcagna e un’organizzazione criminale pronta a eliminarla delineano una struttura narrativa apparentemente classica. Tuttavia, sotto la superficie del thriller d’azione emerge una riflessione più complessa sulle trasformazioni contemporanee dell’eroismo femminile. Negli studi sulla serialità televisiva degli ultimi vent’anni, la figura dell’antieorina rappresenta una delle evoluzioni più significative della rappresentazione del femminile. Se la cosiddetta “Golden Age of Television” è stata dominata dagli antieroi maschili , da Tony Soprano a Walter White fino a Don Draper , la serialità più recente ha progressivamente elaborato figure femminili altrettanto ambigue, moralmente opache e narrative complesse; le “eroine” non sono più chiamate a incarnare un modello etico positivo.

Lucky

Anya Taylor-Joy in un altro ritratto femminile sublime e controverso

Al contrario, il personaggio acquista profondità proprio attraverso le sue contraddizioni. E Lucky appartiene pienamente a questa genealogia. Non è innocente, non è esemplare e non rappresenta una vittima assoluta. È una criminale coinvolta in un furto, ma allo stesso tempo è il bersaglio di un sistema criminale e istituzionale infinitamente più grande di lei. La serie costruisce dunque una costante oscillazione tra colpa e sopravvivenza, evitando accuratamente qualsiasi semplificazione morale. Una suspense che inoltre nasce proprio da questa ambivalenza: lo spettatore è chiamato a parteggiare per un personaggio che non può essere definito “buono”, ma la cui lotta per la sopravvivenza diventa immediatamente comprensibile.

Bonnie senza Clyde? La tradizione della coppia criminale viene decostruita

Uno dei riferimenti più evidenti evocati dalla serie è inevitabilmente Bonnie and Clyde. Più che alla vicenda storica, Lucky dialoga con l’immaginario cinematografico inaugurato dal film di Arthur Penn (1967), che trasformava la coppia criminale in un simbolo di ribellione contro l’ordine sociale. La letteratura sul crime movie americano ha mostrato come Bonnie Parker sia stata una figura profondamente ambigua: emancipata ma subordinata, ribelle ma ancora definita dalla presenza maschile; la rivoluzione della coppia criminale di  Bonnie e di Clyde consisteva nell’umanizzare i fuorilegge senza mai cancellarne la violenza.

Lucky opera una torsione significativa di questo modello. La coppia criminale esiste soltanto all’inizio del racconto e si dissolve quasi immediatamente. L’uomo scompare, lasciando la protagonista completamente sola. È un’assenza strutturale: ciò che nel cinema di Penn costituiva il motore romantico della fuga diventa qui un dispositivo di emancipazione narrativa. La serie racconta infatti il passaggio dalla dipendenza alla solitudine, trasformando il paradigma di Bonnie e Clyde in quello di una Bonnie costretta a reinventarsi senza Clyde.

Il road movie che trasforma il femminile

L’intera costruzione dei primi episodi è attraversata dalla grammatica del road-movie, sebbene reinterpretata secondo i codici del thriller. Lucky attraversa motel, casinò, stazioni di servizio, parcheggi, periferie urbane e spazi di confine. Sono tutti luoghi tipici del cinema americano della mobilità, ma qui assumono una funzione diversa. Non rappresentano più la promessa della libertà. Sono invece spazi della precarietà permanente. Ogni ambiente diventa una trappola potenziale, ma anche una risorsa tattica. Tropper costruisce difatti molte sequenze sull’osservazione dell’ambiente: Lucky studia gli oggetti, calcola le vie di fuga, sfrutta dettagli apparentemente insignificanti per ribaltare situazioni disperate. Il movimento non coincide con l’avventura, bensì con una continua negoziazione della sopravvivenza.

Lucky

Da donna indifesa a predatrice sanguinaria

L’aspetto più interessante della serie riguarda però la costruzione del personaggio. Da una parte Lucky appare fragile, continuamente inseguita, costretta a improvvisare, spesso sopraffatta dagli eventi. Dall’altra, episodio dopo episodio, emerge una seconda identità. La protagonista smette progressivamente di reagire. Comincia invece ad anticipare. Come del resto accade alle Final Girl dei film horror, costrette a sopravvivere e ad affrontare i vari slasher, anche Lucky attraversa un percorso che la conduce dalla vulnerabilità all’aggressività. Tuttavia, mentre le Final Girl rimangono generalmente e moralmente pure, Lucky conserva tutta la propria ambiguità criminale. Non diventa un’eroina. Diventa una sopravvissuta capace di utilizzare la violenza.

La serie insiste continuamente su questo disequilibrio. La sua apparente delicatezza fisica, enfatizzata dalla presenza quasi eterea di Anya Taylor-Joy, entra costantemente in conflitto con una crescente capacità distruttiva. La violenza non viene spettacolarizzata come semplice empowerment femminile. È piuttosto l’effetto di una pressione continua esercitata dal mondo circostante. Più Lucky viene braccata, più sviluppa una soggettività offensiva.

Anya Taylor-Joy come dispositivo narrativo

Gran parte dell’efficacia della serie deriva dalla scelta di Anya Taylor-Joy. Il suo volto, spesso definito “alieno” dalla critica internazionale, produce un effetto di continua indecidibilità. L’attrice alterna vulnerabilità infantile e controllo glaciale con estrema naturalezza.

Negli studi sul divismo cinematografico l’accademico britannico Richard Dyer ha mostrato come il corpo dell’attore costituisca un vero e proprio testo culturale. Ed è proprio quello che fa in Lucky la Taylor-Joy portando con sé la memoria di personaggi sempre sospesi tra innocenza e il perturbante (The Queen’s GambitThe WitchLast Night in Soho), stratificazione iconografica sfruttata dalla serie stessa. Lo spettatore non sa mai se stia osservando una vittima o una futura carnefice. Ed è proprio questa oscillazione ad esserne, nei primi episodi, il motore del crime di Apple.

Lucky

Il thriller come macchina della suspense

Dal punto di vista della costruzione narrativa, Lucky rimane innanzitutto un thriller estremamente classico. Tropper  costruisce un racconto fondato sulla progressione continua dell’azione. I primi episodi funzionano attraverso una concatenazione quasi ininterrotta di inseguimenti, fughe, imboscate e improvvise inversioni di prospettiva. Il ritmo raramente rallenta. Le pause servono esclusivamente ad approfondire alcune relazioni fondamentali,  soprattutto quella tra Lucky e il padre interpretato da Timothy Olyphant, oppure a fornire brevi informazioni retrospettive attraverso flashback ben dosati.

In questo senso la serie dimostra una notevole consapevolezza della propria natura di prodotto di genere. Non cerca di essere altro. Ma esegue con precisione i meccanismi della suspense. Anche le tante concessioni alle classiche situazioni in cui la protagonista deve sopravvivere grazie a improbabili esitazioni degli avversari, appartengono più alla tradizione hollywoodiana dell’action che non a una reale debolezza di scrittura.

I boss maschili e la crisi della mascolinità criminale

L’universo criminale di Lucky continua naturalmente a essere abitato da numerosi personaggi maschili, ma il loro ruolo appare significativamente ridimensionato. I gangster che inseguono Lucky agiscono spesso secondo modalità prevedibili, affidandosi quasi esclusivamente alla forza intimidatoria e alla violenza diretta. La serie li presenta come espressione di un potere ormai incapace di adattarsi alla complessità del presente. La boss interpretata da Annette Bening, al contrario, esercita un’autorità fondata sull’intelligenza relazionale e sulla capacità di leggere continuamente gli equilibri di forza. È una leadership meno spettacolare ma decisamente più efficace.

Lucky

In questo senso Lucky sembra partecipare a quella progressiva crisi della mascolinità egemonica che caratterizza molto il crime contemporaneo. Come osserva lo studioso inglese Steven Peacock negli studi sulla televisione post-Sopranos, il gangster moderno non coincide più necessariamente con la figura patriarcale dominante. Il potere si redistribuisce, si frammenta e diventa meno riconoscibile. La protagonista si trova così schiacciata tra due modelli opposti di dominio: da una parte la brutalità impulsiva dei criminali maschi, dall’altra la razionalità glaciale della boss interpretata dalla Bening.

Cosa accade quando una donna smette di essere solo oggetto di violenza ?

Più che raccontare una semplice fuga, Lucky mette in scena una figura femminile profondamente contemporanea. Una donna che non può essere ridotta né a vittima né a eroina, né a criminale né a sopravvissuta. La sua identità nasce precisamente dall’attraversamento di queste categorie. È fragile ma letale, inseguita ma predatrice, moralmente compromessa ma continuamente costretta a difendere la propria esistenza. In questo senso Lucky si inserisce in quella linea della serialità contemporanea che utilizza il thriller non soltanto come macchina dell’intrattenimento, ma come laboratorio per interrogare le nuove configurazioni dell’identità femminile.

Lucky

Sotto la superficie dell’action rimane infatti una domanda decisiva:

Che cosa accade quando una donna smette di essere semplicemente l’oggetto della violenza e decide di appropriarsi della stessa forza distruttiva che l’ha resa vittima?

È in questo centrale dilemma che Lucky trova la propria dimensione più interessante, facendo della fuga non solo una strategia narrativa, ma il luogo in cui prende forma una rappresentazione moderna di cosa vuol dire essere personaggi femminili nella televisione contemporanea.

Lucky

  • Anno: 2026
  • Durata: 50'
  • Distribuzione: Apple TV
  • Genere: thriller crime
  • Nazionalita: Usa
  • Regia: Jonathan Tropper
  • Data di uscita: 15-July-2026