In programma allo ShorTS IFF nella sezione Focus Slovenia e già presentato in anteprima al Locarno Film Festival Tako Se Je Končalo Poletje di Matjaž Ivanišin è un cortometraggio che lavora per sottrazione, affidando al paesaggio l’arduo compito di raccontare una storia che rimane costantemente in bilico tra realtà e suggestione.
La nostalgia come punto di partenza
Il titolo stesso contiene la chiave emotiva dell’opera. Tako Se Je Končalo Poletje (That’s How the Summer Ended) richiama immediatamente una memoria conclusa, un’estate già diventata ricordo. Ancora prima del suo inizio, il film genera una malinconia sommessa, quella tipica dei ricordi che riaffiorano senza un motivo preciso.
La fotografia immersa nella luce estiva, il ritmo lento e quasi sonnolento, il tempo dilatato contribuiscono a creare un’atmosfera in cui ogni gesto sembra appartenere più alla memoria che al presente.
Una storia piena di interrogativi
La vicenda è ridotta all’essenziale. Un uomo e una donna si incontrano casualmente e raggiungono un lago dove sono in corso i preparativi per uno spettacolo aereo. L’arrivo di un terzo personaggio modifica silenziosamente gli equilibri, suggerendo l’esistenza di un triangolo relazionale senza mai esplicitarlo.
Ivanišin evita qualsiasi spiegazione psicologica. I rapporti vengono suggeriti attraverso piccoli movimenti, pause, sguardi e distanze fisiche. Lo spettatore è costretto a leggere tra le righe di ciò che accade, senza ricevere conferme.
Come nei racconti di Raymond Carver, il film costruisce una situazione apparentemente banale che, proprio nella sua quotidianità, lascia emergere tensioni profonde. Ciò che interessa non è tanto l’evento quanto ciò che rimane invisibile tra un gesto e l’altro.
La macchina da presa che osserva
Uno degli aspetti più affascinanti del cortometraggio è il modo in cui la macchina da presa si rapporta ai personaggi, mantenendo quasi sempre una certa distanza. Non invade mai il loro spazio emotivo e non suggerisce interpretazioni morali. Li osserva con discrezione, lasciando che siano il pubblico e il tempo dell’inquadratura a costruire un significato. Questa distanza produce un’ambiguità costante. Lo spettatore avverte che qualcosa sta accadendo, ma non riesce mai a definirlo completamente. È proprio questa sospensione a generare uno strano senso di alienazione.
Volti che raccontano
I personaggi sembrano appartenere a un universo parallelo. Non rispondono ai consueti standard estetici del cinema contemporaneo e possiedono una fisicità quasi fumettistica, fatta di lineamenti singolari e profondamente espressivi.
Sono volti che sembrano custodire già una storia prima ancora di pronunciare una parola. La loro presenza diventa narrativa quanto il dialogo stesso.
In questa scelta di casting emerge una particolare dolcezza: quella di persone che sembrano estranee al mondo circostante ma che, proprio attraverso questa marginalità condivisa, costruiscono una piccola comunità, fragile e silenziosa.
Il paesaggio come vero protagonista
Più che fare da sfondo, il paesaggio sembra guidare l’esistenza dei suoi abitanti. Il lago, il bosco e il cielo non rappresentano semplicemente un luogo, ma diventano una presenza narrativa autonoma. La natura determina il ritmo del racconto e assorbe i sentimenti dei personaggi.
Lo stesso spettacolo aereo, che dovrebbe costituire il grande evento della giornata, rimane quasi marginale rispetto ai piccoli movimenti emotivi che attraversano i protagonisti. Le scie lasciate dagli aerei nel cielo introducono anche una sottile ironia visiva, quasi un contrappunto leggero alla tensione sentimentale che attraversa il film.
L’ambiguità come esperienza
Ivanišin costruisce un cinema dell’indefinito. Nulla viene veramente chiarito e proprio questa scelta permette al cortometraggio di continuare a vivere oltre la sua durata. Lo spettatore esce dalla visione con la sensazione che qualcosa sia cambiato, pur senza riuscire a identificare esattamente cosa. È un’inquietudine delicata, mai drammatica, che nasce dalla percezione di un futuro possibile ma invisibile. L’impressione è che i personaggi stessi non conoscano il proprio destino e che il paesaggio continui silenziosamente a custodirne desideri, speranze e paure.
Parlando della nascita del film, Matjaž Ivanišin ha raccontato come un’idea iniziale per un cortometraggio si sia progressivamente trasformata dopo il trasferimento della sua famiglia in un nuovo luogo. Camminando lungo sentieri sconosciuti, il progetto si è lentamente fuso con il paesaggio circostante, fino a diventare il film stesso.
Ed è proprio questa fusione tra spazio e racconto a rappresentare la forza di Tako Se Je Končalo Poletje. Un’opera che rinuncia alla spettacolarità per affidarsi alle sfumature, ai silenzi e alla presenza dei corpi, lasciando nello spettatore una malinconia difficile da spiegare ma impossibile da dimenticare.