‘I diavoli’ (Director’s Cut), non più censurato e ancora incendiario
Uno dei film più scandalosi della storia del cinema restaurato in versione definitiva, dopo più di mezzo secolo di ostruzionismo. Il vertice espressivo e politico di Ken Russell, con le magnetiche interpretazioni di Vanessa Redgrave e Oliver Reed
Dalla sezione Classics dell’ultimo Festival di Cannes è approdato anche in Italia, alla XL edizione del Cinema Ritrovato di Bologna, il visionario e proibitissimo capolavoro di Ken Russell, in una versione restaurata Director’s Cut curata da Warner Bros. Clockwork, sulla base di una ricostruzione effettuata nel 2004 dallo stesso regista, scomparso nel 2011. Il più scomodo e inclassificabile tra i talenti del cinema britannico del secondo dopoguerra, infatti, non vide mai sul grande schermo la proiezione di I diavoli (The Devils, 1971) nella forma originale da lui concepita per affondare la sua poetica sfrenata e barocca nei sanguinosi fanatismi di metà Seicento: numerosi infatti furono i tagli e i divieti, che dal 1971 perdurano nel mondo ancora oggi.
La kermesse bolognese, che ha celebrato il suo quarantesimo anniversario in una programmazione appositamente XL, ovvero extra large, ha offerto la proiezione integrale in 4K di uno dei film più contestati della storia del cinema, sicuramente il più trafitto e deturpato nelle sue traversie censorie, il più osteggiato persino dai critici più autorevoli, ma anche quello più incendiario, oggi, alla prova del tempo, tra tutti gli eclatanti e divisivi prodotti che sfidarono la morale comune (più di altre epocali uscite di quel periodo, come Arancia meccanica, Ultimo tango a Parigi, Salò), schiudendo affrancati sguardi , audaci linguaggi espressivi, dibattiti sul costume.
Dissacrante e ipnotico
Da eventi realmente accaduti. La parabola discendente di Urbain Grandier (Oliver Reed), parroco di Loudun (nell’attuale Nuova Aquitania), che nel XVII secolo si scontrò contro il cardinale Richelieu, risoluto a imporre nella città restrizioni assolutistiche per conto di Luigi XIII. Progressista e libertino, Grandier, che ha sposato l’amata Madeleine, gode di popolarità in città per il suo carisma. MA quando suor Jeanne degli Angeli (Vanessa Redgrave) del collegio delle Orsoline, monaca forzata e deforme, manifesta segni di squilibrio e vaneggia sulle perversioni carnali e demoniache di Grandier, si avvia per entrambi un’indagine per eresia, blasfemia e sacrilegio. Dopo interventi di esorcismo e processi sommari, in cui spadroneggiano isterie, crudeltà e prevaricazioni, solo Grandier, pur professandosi innocente, viene condannato al rogo tra la folla esaltata, mentre Richelieu può dare inizio al suo progetto regale sulla città.
Una nuova via artistica
Una spirale intellettuale e allucinata di libertà deflagranti, maledetta per la sua licenziosità, battezzata però dal talento dei suoi creatori, a partire dal regista alle prese con la sua opera più militante, alla prestanza recitativa accentratrice di Vanessa Redgrave e Oliver Reed, fino al romanzo ispiratore di Aldous Huxley del 1952, I diavoli di Loudun (su cui si basò un testo teatrale omonimo di John Whiting del 1960).
Il restauro in forma definitiva di I diavoli, tra gli eventi festivalieri di maggior impatto, sancisce ufficiosamente il verdetto distributivo di eccezionalità artistica da preservare integralmente, con cui la Warner Bros., a partire dalla première a Cannes, si adopera dopo decenni a dissolvere le restrizioni della sua circolazione senza tagli alle sequenze più disturbanti, ai dettagli più famigerati, programmando la circolazione del Director’s Cut nelle sale per l’autunno 2026.
Anatomia della censura
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1971, suscitò immediatamente scalpore e sdegno per i suoi contenuti espliciti e da molti ritenuti empi, urtando ovviamente il Vaticano, che chiese al festival il boicottaggio, attaccando il vicecommissario della Biennale, Gian Luigi Rondi, senza poter impedire che il film vincesse il Premio Pasinetti al miglior film straniero. Ma anche tra i critici stranieri più eminenti (Roger Ebert, Pauline Kael), la ricezione fu durissima e senza appello, ricevendo solo risicati plausi da altri recensori più indulgenti e ante litteram. Per le proiezioni inglesi, Russell dovette apportare piccoli tagli, che lievitarono per volere della major, fino a ottenere il certificato X (“vietato ai minori di 18 anni”).
Negli Stati Uniti si registrò una censura ancora più intransigente, con omissioni dai 114 minuti originali a 108 minuti, con il rating ‘X’, con profonda afflizione di Ken Russell. Ne seguì nei decenni successivi una distribuzione home video altrettanto problematica (anche per scelta commerciale della Warner Bros. stessa), sia sul mercato europeo che su quello statunitense, tra versioni di alterato minutaggio, copie pirata e immagini scadenti.
Il romanzesco più vero del reale
Una didascalia iniziale ci avverte che i personaggi e gli eventi principali sono storicamente veri: la regia previene in anticipo qualsivoglia dubbio lecito di verosimiglianza, di fronte all’iconoclastia, alle perversioni sessuali, alle persecuzioni clericali. Il caso dei diavoli di Loudun, una possessione demoniaca di massa registrata nella Francia del 1634, è materia documentata e studiata che infatuò Russell, che subito ne ravvide la potenzialità di un maestoso e lacerante film politico, un adattamento con margini propri solo per concessioni di magniloquenza.
“Il mio film più politico, anzi l’unico”. Ken Russell
Sulla scansione romanzesca e drammaturgica di John Whiting e Aldous Huxley, Russell estrapola dal suo estro inesauribile un microcosmico affresco clericale debordante e grottesco, ma anche una creatività millimetrica, più aderente alla verità di qualsivoglia altro film storico sulle eresie del Seicento.
L’alterità del film in costume
L’obiettivo di Russell non arretra di fronte all’esistente più turpe, soprattutto se soggiace una foggia politica-istituzionale, tra esibizionismo, torture, abusi sessuali, onanismo, morti violente (anche se con doverose omissioni nel fuori campo). Un’orgia del potere, di statura estetica fragorosa, il j’accuse di Russell contro la religione come instrumentum regni, dirottata per canoniche ipocrisie e repressioni verso una danza macabra della carne, in un girone infernale dell’intolleranza. Se il contenuto è incendiario, autenticamente provocatorio è solo il virtuosismo in purezza della cinepresa, che edifica una spazialità claustrofobica e sconfinata, esibisce l’invisibile (psicologico e spirituale) nel visibile più fagocitante, incede intorno ai corpi e ai calvari nella vertigine e nel voragine, avvinghia alla bellezza dei perforanti primi piani, connota il montaggio di tempestosa e fluida ritmicità, con una sincera passionalità narrativa ineguagliabile e mai senza compiaciuta morbosità.
La scenografia forgiata su spettacolari set da Derek Jarman, bicromatica, marmorea, felliniana e selvaggia, purché circoscritta a Loudun, pare rinchiudere secolari ingiustizie della Storia e la fragilità umana dell’intero universo, con una verticalità scenica e una polarizzazione di opposti con cui Russell scolpisce un parossismo libero e viscerale.Se Vanessa Redgrave iscrive nella sua intellettualità di finissima attrice tutta la poetica del regista, regalandoci con generosità un personaggio così ombroso e dolente da meritare un singolo prequel, Oliver Reed si fa discorso dell’accezione sfumata e contorta dell’amore, già espressa nel precedente e (non altrettanto) scandaloso Donne in amore(1969), che vantava proprio Reed tra i protagonisti.
Se il finale è dunque una condanna alle alleanze segrete tra Stato e Chiesa, I diavoli, che non si esaurisce in una progettualità di denuncia ma che su un’ideologia ‘contro’ plasma la sua filosofia filmica, sottoscrive con il suo innocente condannato a morte (che anche storicamente resistette alle torture senza confessare una falsa colpevolezza) la testimonianza di una qualche redenzione possibile per qualche stralcio di umanità (ma non per la Storia), in virtù di una coscienza civile e di una predisposizione genuina all’amore che conosce accuse ma non eresie.