Presentato alla Giornate degli Autori della Mostra di Venezia 2025 e ora in concorso a UnArchive 2026, Do You Love Me è il film-saggio d’esordio di Lana Daher, regista e artista multidisciplinare beirutina. Un viaggio in Libano costruito interamente da materiali d’archivio – oltre ventimila le fonti – che attraversano settant’anni.
Do You Love Me | Come raccontare il Libano?
Il film funziona nel modo in cui funziona la memoria, rifiutando la cronologia e accogliendo salti, ritorni, anticipazioni, cortocircuiti. Le immagini non avanzano per causalità ma per associazione: il mare, poi le armi, i mezzi di trasporto che intasano il traffico di Beirut, il cibo, poi ancora le esplosioni, le macerie. Questa successione non è montaggio arbitrario ma la struttura stessa del trauma collettivo che non procede linearmente ma si ripresenta per assonanza, per odore, per dettaglio.
Daher non prova a spiegare il Libano, la sua complessità è la complessità di chiunque pretenda di comprenderlo, e il film lo sa. Allo spettatore non viene data in mano alcuna chiave interpretativa ma domande, dubbi, lasciandolo a fare da solo i conti con l’inadeguatezza del proprio sguardo: il disorientamento, è specificato nel corso del film, è parte del viaggio.

Una prospettiva locale e decoloniale
Do You Love Me è un film sul Libano visto principalmente attraverso le donne che lo hanno abitato e continuano ad abitarlo. In larga misura escluse dalla rappresentazione ufficiale della storia – quella dei politici, dei comunicati, dei telegiornali – diventano qui il filo conduttore di una memoria altra, incarnata, domestica e al tempo stesso fieramente pubblica. Daher esclude esplicitamente i politici dal materiale selezionato, come esclude i prodotti televisivi di propaganda o di intrattenimento istituzionale.
È una scelta che si inscrive in una precisa postura decoloniale che mira a costruire una prospettiva locale, al riparo dallo sguardo occidentale che storicamente ha guardato il Medio Oriente attraverso le proprie categorie e maniere. Il turismo di guerra, la pornografia degli edifici trivellati lasciati in piedi come monito ad una popolazione che vive già ogni giorno dentro le proprie ferite.
Ogni persona che appare nelle immagini è, nel senso più pieno del termine, un archivio. Come ha teorizzato Hans Belting, ciascun individuo porta con sé un repertorio di immagini, una biblioteca che, alla morte dell’umano, brucia. Do You Love Me custodisce allora le tracce che ha lasciato chi c’è stato e c’è. Scorrono e si mescolano materiali eterogenee come fotografie, VHS, bobine, provini, home movies, nella consapevolezza che le immagini sole sopravvivono, e sopravvivendo tengono in vita qualcosa di irriducibile.
La musica come struttura
Il titolo del film è quello di una canzone e non si tratta di un dettaglio secondario ma è la chiave d’accesso all’intera architettura del progetto, nato nel 2018 da una ricerca sugli archivi audiovisivi libanesi e dall’incontro con quel brano. La musica in Do You Love Me non è colonna sonora, non è accompagnamento ma ossatura narrativa, collante tra immagine e significato, tra passato e presente.
Il caso dei videoclip degli anni Novanta in Libano è un interessante caso. Appena conclusa la guerra civile, gli schermi televisivi libanesi si riempiono di abiti festosi e canzoni allegre in un’ondata di euforia mediatica a coprire una realtà esterna radicalmente diversa, in macerie. Quella distanza tra il dentro dello schermo e il fuori delle strade non è innocente ma propaganda del benessere, normalizzazione forzata, rimozione culturalmente indotta. Daher la porta alla luce con precisione chirurgica.
Le parole delle canzoni entrano nella narrazione come testo, non come sottofondo. Ciascuna ha un peso politico preciso e funziona soprattutto come dispositivo di rievocazione: per chi conosce quei brani, per chi vi si riconosce, la musica non illustra la storia, la riattiva. È memoria muscolare, memoria emotiva, l’esatto contrario dell’informazione che Daher qui volontariamente rifugge. La regista non vuole infatti raccontare eventi, fornire dati, non vuole ricostruire una linea temporale.
In un Paese in cui non esiste un archivio nazionale audiovisivo, dove non esiste un libro di testo condiviso che racconti il passato, quello che esiste è la frammentazione. Tanti archivi parziali, personali, locali, che insieme formano un unico archivio anch’esso frammentato. Daher li riunisce senza fonderli, lasciando visibili le cuciture, le lacune, i salti che meglio raccontano dell’esperienza emotiva della Storia che è ancora in atto e che riguarda chiunque non riesca a distogliere lo sguardo da ciò che ancora, oggi, brucia.
