Ed eccoci; al Festival di Cannes capita spesso di vedere film che parlano di desiderio. Più raramente capita di vedere un film che sembri direttamente uscito da una serata techno alle quattro del mattino dopo tre vodka tonic e una crisi identitaria.
Ed è esattamente lì che si piazza Jim Queen and the Quest for Chloroqueer.
Presentato nella sezioneCannes Premierecon una proiezione di mezzanotte, il film di Marco Nguyen e Nicolas Athane è stato già definito da molti come “il film animato più gay mai realizzato”. E sinceramente è difficile trovare una definizione più precisa.
Perché Jim Queen non entra nel mondo queer in punta di piedi. Ci si tuffa dentro con la delicatezza di una palla da discoteca lanciata contro una vetrata.
Un musical queer che apre direttamente dentro una palestra greca piena di culturisti
Come ogni classico film animato che si rispetti, anche Jim Queen si apre con un grande numero musicale introduttivo.
Solo che invece del villaggio Disney o del regno sottomarino, qui lo spettatore viene catapultato nel “Temple Gym”, una palestra decorata come un tempio greco popolata da uomini scolpiti, pose teatrali e un quantitativo di testosterone estetico sufficiente ad alimentare una centrale nucleare.
La sequenza iniziale, tra addominali impossibili, glutei scolpiti e un’esplosione continua di immaginario camp, chiarisce subito il tono dell’operazione:Jim Queen non vuole essere una rappresentazione “ripulita” o addomesticata della cultura LGBT. Vuole essere eccessivo, ironico, erotico, caotico e profondamente immerso nella nightlife queer parigina.
Ed è probabilmente proprio questa assenza di filtro a renderlo interessante.
Otto anni di sviluppo per raccontare una comunità raramente vista così
Il progetto nasce da un’esperienza molto personale.
Nel 2018 Marco Nguyen lavorava infatti come promoter di serate gay a Parigi, realizzando flyer e materiale grafico per club ed eventi. È lì che incontra Simon Balteaux e inizia a prendere forma l’idea di costruire un film capace di raccontare la comunità queer dal suo interno, lontano dalle rappresentazioni stereotipate o sterilizzate spesso presenti nel cinema mainstream.
E questa origine “dal basso” si sente parecchio.
Jim Queen sembra infatti molto meno interessato alla rispettabilità narrativa contemporanea e molto più vicino all’energia sporca, ironica e iperstilizzata della cultura clubbing europea. Un film che non chiede il permesso di esistere e che anzi sembra divertirsi parecchio nel rendere impossibile qualsiasi tentativo di normalizzazione.
Cannes e il ritorno del cinema queer senza freni
La presenza del film sulla Croisette racconta anche qualcosa di interessante sul momento attuale del cinema queer internazionale.
Negli ultimi anni molte produzioni LGBT mainstream hanno progressivamente inseguito una certa “neutralizzazione” estetica, cercando spesso di rendere il racconto queer più universalmente consumabile, più rassicurante, più compatibile con le piattaforme globali.
Jim Queen sembra invece appartenere a un’altra scuola.
Una scuola molto più vicina alla provocazione, al kitsch consapevole, all’eccesso visivo e all’idea che la cultura queer non debba necessariamente diventare elegante o sobria per essere legittimata culturalmente.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante del progetto:
la sensazione che il film non stia cercando di spiegare la cultura LGBT a un pubblico esterno, ma semplicemente di viverla sullo schermo con tutta la sua teatralità, la sua ironia e il suo caos emotivo.