Six weeks on (titolo originale, Sechswocenamt) di Jacqueline Jensen, presentato per la prima volta al Festival del cinema di Monaco (dove ha vinto il German Cinema New Talent Award), è ora al Riviera International Film Festival, in anteprima italiana.
Six weeks on è il primo lungometraggio della regista tedesca, che lo ha montato, prodotto, ne ha diretto il casting e scritto la sceneggiatura.
Il film ritrae la storia dolorosissima di un lutto nel momento immediatamente successivo alla morte di una persona cara e le sei settimane dopo, fatte di incombenze e intralci, ma soprattutto di profonda solitudine.
Cast: Magdalena Laubisch, Gerta Gormanns, Suzanne Ziellenbach
Six weeks on: descrizione di un’insostenibile sofferenza
“Dopo la morte della madre, Lore torna nella sua piccola città natale in Germania occidentale e si ritrova a vivere il lutto nel pieno della pandemia. Per sei settimane deve muoversi tra uffici, restrizioni sanitarie, rituali religiosi e convenzioni familiari, cercando un modo tutto suo per salutare la madre. Un dramma intimo sul dolore quando non fa rumore, ma si annida nei gesti ripetuti, nelle attese e in tutto ciò che resta da sbrigare quando qualcuno non c’è più”.
Abbiamo riportato la sinossi ufficiale del film, nella quale è evidente un errore. In realtà Lore non arriva a Erkelenz, in Renania, dopo la morte della madre (Suzanne Ziellenbach), ma è al suo capezzale quando avviene. Nei primi cinque minuti del film, preceduti dall’ultimo respiro della morente, Lore è sola nel momento della separazione da Martha. Le accarezza i capelli, le bacia ripetutamente le mani e si lascia andare al pianto, senza nessuno con cui condividerlo.
Esordio e ritmo della narrazione
La scena è di un realismo spiazzante. L’ultimo respiro, i baci, il pianto. Finalmente un film che non si lascia sedurre dal potere ricattatorio della musica, evitando che si frapponga fastidiosamente tra Lore e noi, contaminando la solennità di sequenze così intime.
“Ho avuto tutto il tempo paura di disturbarla mentre se ne andava. Continuavo ad accendere candele, perché pensavo che quando si spegnevano si sarebbe spenta anche la mamma. Poi la mamma è morta e la candela ha continuato a bruciare.”
Nella prima parte del film, tempo della storia e tempo del racconto quasi coincidono. Lore lascia l’hospice e torna nella casa della madre, poi raggiunge la nonna in un incontro altamente commovente. La narrazione ha un ritmo lento, quasi documentaristico, per prendere sempre più corpo a mano a mano che la giovane è costretta a fare i conti con le cose pratiche. Soprattutto organizzare da sola il funerale, esattamente come la madre lo avrebbe voluto.
Linearità del racconto
Non sappiamo nulla di Lore al di fuori di queste sei settimane. C’è una sorella che non si degna di venire a seppellire la madre e qualche contatto appena accennato. Nessun rimando evidente alla sua vita lontano da lì, nessuna anticipazione, in una sobrietà narrativa che ci fa rimanere insieme a lei nel presente, nell’affanno di adempiere ai suoi doveri di figlia. Riuscirà a disperdere le ceneri in mare e, nello stesso tempo, a rispettare la tradizione della cerimonia funebre dopo sei settimane, nonostante le difficoltà organizzative e, soprattutto, l’incomprensione dei parenti?
Lore viene ripresa in momenti quotidiani, eppure di notevole straordinarietà. Scegliere i vestiti della madre per la sepoltura, cominciare a svuotare la casa, mentre ascolta i messaggi di Martha sul cellulare che si ripetono come un mantra nell’insostenibilità dell’assenza.
Il tabù della morte e il cinismo
Intorno a lei, un mondo fatto di freddezza e cinismo, ancora più radicali perché siamo all’inizio della pandemia: le prime mascherine, insieme alle prime notizie allarmanti dall’Italia. Un disagio che accomuna un po’ tutti, ma che non giustifica il fatto di lasciare sola una ventenne a cui è appena morta la madre.
Le persone con cui Lore è costretta a relazionarsi non dimostrano un briciolo di empatia. Dalla portinaia che, subito dopo le condoglianze chiede i soldi per il taglio del prato (Martha ultimamente non ha provveduto!), al prete che si presenta solo per acquistare i mobili, speculando sul bisogno della famiglia. Ai parenti tutti che pretendono un funerale classico per mettere a tacere i pettegolezzi e perché rifugiarsi nelle consuetudini è di per sé rassicurante.
Essenzialità della narrazione
E così, mentre anche la nonna sembra sostituire l’affetto iniziale con la freddezza del rifiuto, l’amore per Martha con la paura del giudizio altrui, Lore continua la sua battaglia in una solitudine, che non può distrarla dal dolore, ma che dà senso a queste giornate di comunione con la madre. Lore e Martha contro tutti, loro due insieme anche dopo la morte.
L’interpretazione di Magdalena Laubisch, dalla disperazione iniziale alla tenacia delle sue sei settimane, restituisce la sofferenza del lutto che attraversa il suo viso così giovane, così pulito, eppure già provato. Davanti agli altri ha espressioni di controllata risolutezza, per piangere quando si trova sola, arrabbiarsi con la sorella lontana, compiere incredula i gesti che amplificano il vuoto dell’anima.
La regista non sottrae e non aggiunge nulla all’essenzialità della recitazione, degli eventi, delle ambientazioni. Six week on è stato giustamente definito dalla critica tedesca “semplice, onesto e profondamente toccante”.