Il Trento Film Festival ci insegna che la montagna non è mai un paesaggio statico, bensì un linguaggio in continua evoluzione. Sotto la direzione di Mauro Gervasini, il festival si conferma nuovamente come un avamposto dove il cinema non si limita ad osservare le vette, ma interroga le comunità e sfida i confini di genere. Con un programma di ben 126 opere, si aggiudica come il primo festival che si dedica pienamente al tema della montagna. Seguito successivamente da altri 27, tra cui Ulju Mountain Film Festival. Quest’anno, il viaggio di Destinazione ci porta infatti proprio in Corea del Sud, un Paese dove la modernità più frenetica convive con un rispetto ancestrale per l’altura.
L’anno scorso il focus era sull’Argentina, quest’anno invece troviamo la Corea del Sud. Mentre il cinema argentino è spesso contemplativo, quello coreano è proprio celebre per il suo ritmo e la sua estetica. Come cambia lo sguardo del Trento Film Festival in questa transizione e cosa abbiamo da imparare dalla cultura coreana nel rapporto con la montagna?
Allora, piccola premessa. La sezione dedicata al paese ospite del Trento Film Festival si chiama Destinazione. Si tratta dell’unica sezione che non ha come tema centrale quello della montagna, dell’esplorazione e degli ecosistemi complessi che dominano invece tutte le altre sezioni del festival. Però nel caso della Corea del Sud, ovviamente, qui si coniugano perfettamente entrambe le cose. In un certo senso la Corea comincia ad avere una sua tradizione di cinema di montagna. Soprattutto comincia ad avere un grande interesse nei confronti della cultura di montagna, non soltanto cinematografica.
Il Trento Film Festival è stata la matrice di un network di festival di cinema di montagna; ce ne sono 27 nel mondo. Il Trento Film Festival è stato il primo da cui poi sono emanati tutti gli altri. Posso dire, senza tema di smentita, che uno dei più importanti che ci sono adesso è Ulju Mountain Film Festival della Corea del Sud. Questo per dire che noi abbiamo comunque un rapporto molto stretto con loro.

Questo leggendario climber coreano che si chiama Um Hong Gil, al quale è stato dedicato un film che si intitola The Himalayas. Si tratta di un film di finzione, quindi lui nel film è interpretato da un attore, ma racconta una storica impresa, anche drammatica, che lui scrisse anni fa. In Corea ha avuto un grande successo. Ovviamente il film è nella nostra programmazione e ci sarà lui, Um Hong Gil, in persona a presentarlo.
Rispetto ad altri paesi ospiti, per esempio due anni fa avevo voluto l’Irlanda, la situazione è diversa. L’Irlanda non è un paese di montagne; la montagna più alta dell’Irlanda è di 1300 metri. Non ha certo una tradizione alpinistica, anche se ci sono degli alpinisti irlandesi che devono andare altrove per trovare la loro forza agonistica. In questo caso con la Corea siamo riusciti a mettere insieme le due cose. Voglio naturalmente anche un occhio di riguardo ai grandi maestri.
Con mia grande sorpresa abbiamo fatto due film che io pensavo veramente specialistici e li avevo messi come atto dovuto: Old Boy e Memorie di un assassino. Invece mi hanno fatto sold out tutte e due le proiezioni. La maggior parte delle persone presenti in sala non aveva visto Memorie di un assassino. Un po’ di più avevano visto Old Boy, ma l’hanno voluto comunque rivedere in sala perché la stragrande maggioranza di loro li aveva visti su uno schermo piccolo. Era come rivederlo per la prima volta.
Sono entrambi bellissimi film, fa piacere sentire che siano andati sold out. Ero curiosa di sapere se secondo te questi tipi di film possono comunque raccontare la montagna effettivamente come sono. E a tal proposito se pensi che il futuro documentario di montagna debba necessariamente passare anche attraverso il blockbuster per avvicinare proprio lo spettatore a questi tipi di film.
Allora, The Himalayas sì, è stato un grande successo in Corea. È un film di finzione, ci tengo a sottolinearlo. La questione del documentario è molto sentita e molto viva qui al Trento Film Festival. Storicamente il Trento Film Festival è un festival di documentari. Io ho cominciato a lavorare qui nel 2023 e sto cercando in qualche modo di cambiare un pochettino anche la percezione, perché mi sto aprendo molto alla fiction e anche a dei discorsi un pochettino più pop. Fermo restando che qui c’è uno zoccolo duro del pubblico che vuole vedere i film di alpinismo. I film di alpinismo sono, nella stragrande maggioranza dei casi, dei documentari; quindi questo è un punto fermo.
Noi quest’anno abbiamo 19 film in concorso. In realtà solo una piccola percentuale di questi è scopertamente di alpinismo. Di questi 19 film, 13 sono lungometraggi e soltanto uno è un film di finzione. La proporzione è un pochettino questa. Come stanno cambiando le cose? La risposta è molto complessa. Posso dire che l’innovazione della tecnologia sta permettendo a tanti la possibilità di realizzare dei documentari in montagna e dei film di alpinismo, facilitando le riprese. Parlo di meccanismi tecnologici come i droni, piuttosto che la GoPro, piuttosto che lo stesso smartphone. Ci sono delle possibilità in più.
L’abuso di questi mezzi tecnici secondo me sta impoverendo il documentario di montagna alpinistico. Infatti questo è un po’ il problema. In concorso ci sono dei film di enorme bellezza estetica, ma i film di alpinismo non sono all’altezza molto spesso proprio perché si stanno tutti un po’ standardizzando. Ci sono naturalmente delle eccezioni e sono quelle che cerco di prendere.

Parla proprio di film d’autori? Oppure anche di autori che si improvvisano proprio e magari dicono “ok stiamo facendo effettivamente queste escursioni, cosa abbiamo a disposizione?” Intendo proprio questo tipo di cinema un po’ più amatoriale.
Dunque, se rimaniamo nel campo del documentario di alpinismo, diciamo che anche registi bravi e veramente importanti in questo campo si sono facilitati la vita utilizzando in maniera massiccia questi tipi di meccanismi. Il problema è che utilizzandoli tutti poi i film finiscono per assomigliarsi tutti quanti. Questo è un pochettino il grosso problema. Ripeto, ci sono delle eccezioni. Per esempio, noi abbiamo avuto qui un film di alpinismo che si intitola Energia Vitale (A visual journey between Milano and the Alps) di Achille Mauri. È un mediometraggio che dura 36 minuti. Secondo me Mauri, che è un regista piuttosto giovane, ha fatto un ottimo lavoro utilizzando questo tipo di tecnologie. Mi piace andare a cercare e scoprire i film che potrebbero sembrare inseriti perfettamente nel canone, ma che hanno un’inventiva e una grande originalità. Energia Vitale è uno di questi.
Mentre adesso volevo spostare un attimo il focus sul fatto che comunque la montagna è sempre stata molto di dominio maschile. Ho visto che comunque nel programma c’è anche un buon dominio femminile quest’anno: ad esempio un film come Fémene di Elena Guatelli o il tributo a Junko Tabei in Climbing for Life. Quindi il Trento Film Festival racconta una conquista dello spazio della montagna sia fisica ma anche politica. Qual è secondo te il contributo unico rispetto al solito che lo sguardo femminile sta portando oggi nella narrazione?
Hai citato due film rappresentativi di questi interessi che il festival ha, ma che sono estremamente differenti l’uno dall’altro. Fémene non è un film di alpinismo. È un film che racconta il difficile percorso di emancipazione delle donne in una cultura sicuramente patriarcale e rurale come quella del Trentino, dal momento in cui sono cominciate le lotte femministe tra gli anni ’70 e gli anni ’80 fino a oggi. Chiaramente è un film che ha una dimensione locale, ma in realtà abbraccia tematiche universali.
Invece un film come Climbing for Life, che peraltro è il nostro film di chiusura, è un film misto: documentario di lavoro con archivio ma anche di finzione. Si prende in considerazione la vita straordinaria di un’alpinista ed è la punta di diamante di un tentativo di narrazione al femminile che ha trovato molto spazio quest’anno all’interno del festival. In concorso, per esempio, c’era un film che si intitola Girl Climber. È una storia recente: mentre Climbing for Life racconta la prima donna ad aver raggiunto l’Everest che purtroppo non c’è più.

Girl Climber racconta l’impresa di un’alpinista che si chiama Emily Harrington. Lei è in attività e sta cominciando a lottare contro i propri limiti fisici perché non è più giovanissima. Si confronta costantemente con un ambiente che è “male oriented”, cioè molto maschile. Nel film ci sono momenti in cui fanno osservazioni sulla sua muscolatura, e sono i maschi a farle, come se ci fosse un termine di paragone. Questo è molto interessante. È una tendenza importante che noi monitoriamo con molta attenzione. Devo anche dire che tra le collaboratrici che mi aiutano, soprattutto nella scelta di film di alpinismo, c’è Linda Cottino che è estremamente attenta a queste tematiche. Ogni anno mi aiuta a trovare dei film di qualità che siano di autrici femminili o che raccontino storie di alpiniste.
Vorrei soffermarmi su un’altra tematica che mi ha incuriosito molto nel programma: quella dedicata ai più piccoli, quindi ai bambini. Ho visto che c’è questo seminario medico sulla montagna in formato famiglia dove si parla di temi tecnici come ad esempio la fisiologia del respiro e il pronto soccorso. Mi rendo anche conto che, vivendo io prima in montagna, non ci fosse questa attenzione. Ho apprezzato dunque che ci fosse questa sezione nel programma. Adesso c’è molto più turismo in montagna, con spesso famiglie un pochino più impreparate. In quest’epoca, complici i social, spesso viene banalizzata la montagna come se chiunque potesse farcela. Quanto è importante dunque educare questi bambini alla montagna fin da subito e come avete strutturato effettivamente queste attività legate ai più piccoli?
Allora, c’è una persona dello staff del Trento Film Festival che si chiama Federica Pellegatti. Lei si occupa praticamente tutto l’anno di lavorare con i sistemi educativi dedicati ai bambini, quindi le scuole e non soltanto. Storicamente, da un bel po’ di anni, il Trento Film Festival ospita una sezione che si chiama T4Future dedicata ai bambini e alle bambine. Quest’anno per la prima volta il programma cinematografico ha ospitato anche film di animazione dedicati in particolare ai più piccoli. Abbiamo già fatto il primo slot e avevamo in sala bambini di 3-4 anni. Per molti era la prima volta in assoluto in una sala cinematografica. Erano stupefatti soltanto vedendo il “tappo” che c’è prima delle proiezioni; vedere un’immagine così grossa su uno schermo grande era una novità assoluta. Erano emozionati loro, ma eravamo molto emozionati anche noi.
In questo percorso, la proposta dei film è una specie di punto di arrivo. Il punto di partenza sono invece i seminari dedicati ai genitori e tutto l’apparato esperienziale. I bambini vengono portati attraverso il gioco, ma anche attraverso dei trekking dedicati. Quest’anno ne abbiamo organizzati due con gli alpaca che sono andati subito esauriti. Le famiglie ne hanno approfittato subito. Ce n’è anche uno molto interessante, leggermente più impegnativo, nella zona di Riva del Garda. Viene fatto per scoprire le caratteristiche floreali lungo un sentiero che porta ad un rifugio non lontanissimo, ma che richiede già un percorso un pochettino più impegnativo. Sì, questo tema dell’educazione alla montagna si sposa naturalmente con l’educazione ecologica e alla convivenza nel rispetto della natura. Sono due cose che vanno di pari passo.

Bellissima iniziativa. Adesso volevo fare luce sui temi del sociale. Ho visto che portate film come ad esempio Non c’è casa in paradiso che tratta la crisi abitativa, o il film palestinese Land of Canaan. Mi chiedevo come si bilancia la vocazione spettacolare del festival con questa necessità di portare qualcosa che sia una denuncia sociale e anche civile.
Diciamo che il punto di partenza è sempre la cultura di montagna. Uno potrebbe dire: “cosa c’entra la Palestina?”. Sarebbe un errore, perché in realtà tutta una parte geografica di quella zona del mondo che oggi conosciamo come Cisgiordania è d’altura e ha una cultura d’altura. Naturalmente sono montagne che hanno una morfologia diversa rispetto a quelle a cui siamo abituati noi, ma con una serie di tematiche molto simili. È un film che ha avuto un enorme successo e sono andate sold out entrambe le proiezioni. So che c’è una distribuzione italiana molto interessata.
È un film bellissimo che racconta la storia di una famiglia di palestinesi che da generazioni si occupa della coltivazione dell’ulivo nelle valli di Canaan. È una tradizione secolare: sono cinque secoli che si coltiva l’ulivo. Molto spesso queste coltivazioni vengono prese di mira dai coloni, perché sanno che colpendo l’ulivo minacciano un ecosistema senza il quale i palestinesi non avrebbero sussistenza.
Ci siamo innamorati di questo film perché non è oppositivo. Racconta, attraverso la quotidianità di questi contadini di più generazioni, come tutti collaborano alla raccolta e alla lavorazione. Abbiamo cercato di far vedere che un’altra immagine della Palestina è possibile. Esiste una Palestina che reclama l’esigenza di essere raccontata come un mondo dove succedono anche cose normali, senza negare l’incredibile situazione nella quale vivono. L’eco della guerra è sempre presente, anche se nel film non vengono riprese direttamente aggressioni. Le riprese si sono concluse poco prima dell’estate del 2023, prima che la situazione diventasse quella che stiamo vivendo adesso. Siamo in Cisgiordania, dove l’Autorità Nazionale Palestinese amministra senza intromissioni solo il 18% del territorio. È un film che, pur raccontando una delle zone più martoriate del mondo, trasmette un’energia e un’empatia centuplicate.
L’altro film che citavi, Non c’è casa in paradiso, ci porta più “in casa”. Racconta un problema rimosso in Alto Adige e in Trentino, che sono considerate province di benessere diffuso. Trento e Merano sono spesso nella top 5 delle città più vivibili d’Italia, però purtroppo c’è un problema abitativo con molti risvolti. Mentre in città come Milano l’emergenza abitativa è sempre in cronaca per l’innalzamento dei prezzi, in Trentino-Alto Adige il problema viene rimosso. Il film racconta queste problematiche: dalla mancanza di case popolari alla trasformazione di abitazioni in residenze turistiche. I registi Manuela Boezio e Federico Scienza sono stati molto bravi a trasformare questo tema in un discorso che abbia dignità cinematografica e non sia solo un’inchiesta televisiva.