Questo weekend, un consiglio semplice: lasciate alle spalle la frenesia della Design Week milanese e prendete quota, almeno simbolicamente, tra le vette del Trento Film Festival, giunto alla sua settantaquattresima edizione.
Tra i titoli in programma spicca Girl Climber di Jon Glassberg, documentario statunitense dedicato alla scalatrice Emily Harrington, figura celebre nel panorama dell’arrampicata internazionale.
Già affermata nel suo ambito, con cinque medaglie d’oro agli US National Championships, Harrington decide di mettersi nuovamente alla prova affrontando la parete di El Capitan, nel Parco Nazionale di Yosemite, in arrampicata libera e nell’arco di ventiquattro ore. Accanto a lei, due nomi che nel mondo della scalata pesano parecchio: il compagno Adrian Ballinger e Alex Honnold, protagonista del documentario premio Oscar Free Solo.
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“Stronger than words”
Il film dichiara fin da subito il proprio obiettivo: il titolo, accompagnato dal sottotitolo “stronger than stereotypes”, esplicita la volontà di inserirsi nel dibattito sulla presenza femminile in uno sport storicamente dominato dagli uomini. Un intento più che condivisibile, che però nella messa in scena finisce spesso per risultare ridondante e, a tratti, controproducente.
Nonostante le dichiarazioni della protagonista mirino a spostare l’attenzione sulle capacità atletiche e sulla dimensione mentale dell’impresa, il film insiste ripetutamente su elementi superficiali, soprattutto attraverso i commenti degli uomini che la circondano. Frasi come: “Com’è possibile essere così brava e avere gli orecchini?”. O i continui riferimenti al suo aspetto fisico finiscono per indebolire lo stesso discorso che il documentario vorrebbe sostenere.
L’immagine restituisce con chiarezza la forza e la perseveranza dell’atleta: è il bisogno di esplicitarle continuamente, in assenza di un vero sguardo critico, a ridurne l’impatto.
Un’impresa verticale (e molto affollata)
Il racconto si concentra quasi esclusivamente sulla scalata, ma dedica sorprendentemente poco spazio alla costruzione dei personaggi. La protagonista viene introdotta in modo superficiale, mentre proliferano interviste a famigliari e conoscenti che aggiungono informazioni marginali e dettagli biografici irrilevanti, senza contribuire a un reale approfondimento psicologico.
Le rare ammissioni più intime risultano meccaniche, spesso lette, e troppo brevi per costruire una vera densità emotiva. Emily emerge come una figura paradossalmente “normale”: reagisce alle sconfitte con tristezza e ai successi con entusiasmo, senza che il film riesca a trasformare questa dimensione in un conflitto narrativo significativo.
L’impresa, pur notevole, non basta da sola a sostenere la struttura del racconto. L’assenza di una reale tensione, anche dovuta alla consapevolezza e alla preparazione con cui l’ascesa viene affrontata, riduce il coinvolgimento dello spettatore, soprattutto se non direttamente interessato alla disciplina.

Estetica da feed
Negli Stati Uniti, Girl Climber è stato distribuito anche in sale IMAX, formato che valorizza indubbiamente i paesaggi dello Yosemite e le spettacolari riprese in parete.
Sul piano formale, tuttavia, il film appare meno convincente. Il linguaggio adottato è quello dei documentari digitali contemporanei, con interviste frammentate girate in contesti eterogenei, assenza di una coerenza visiva, inserti grafici e soluzioni narrative che richiamano esplicitamente l’estetica delle piattaforme. L’opera oscilla tra il contenuto YouTube ad alto budget e il documentario “da streaming”, priva di una vera identità cinematografica.
Anche la gestione del tempo narrativo risulta difficilmente decifrabile. Il film copre un arco di diversi anni, includendo eventi rilevanti come la caduta del 2019, ma il montaggio non restituisce con chiarezza questa evoluzione. Le ripetizioni sono frequenti, mentre manca una progressione drammatica capace di costruire tensione. Il film, infine, suggerisce spesso la dimensione emotiva, infine, in modo didascalico, attraverso cambi musicali o dichiarazioni esplicite, senza essere mai realmente elaborata.
Rimane evidente la forza dell’impresa di Emily Harrington e la solidità del suo sistema di supporto, ma il film non riesce a tradurre questa materia in un discorso cinematografico all’altezza.
Come una scalata interrotta poco prima della vetta, Girl Climber si ferma sulla soglia del proprio discorso, senza mai trovare l’equilibrio necessario per portarlo davvero a compimento.