Connect with us

Raiplay serie TV

‘Le Libere Donne’: quando la follia diviene l’unica libertà

Un viaggio nella psichiatria del regime fascista, quando la vera follia si trovava fuori dalle mura del manicomio

Pubblicato

il

Appena approdata su Rai 1 (dal 10 marzo 2026), e Raiplay, Le libere donne si presenta come un viaggio viscerale nei sotterranei dell’anima umana. Prodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, la serie porta la firma di Michele Soavi, che abbandona le tinte noir per abbracciare una regia immersiva e psicologica a tutti gli effetti. La fotografia, curata per restituire il contrasto tra il gelo della Lucca fascista e il calore febbrile del manicomio di Maggiano, incornicia le interpretazioni magistrali di Lino Guanciale, nei panni del medico-poeta Mario Tobino, e della rivelazione Grace Kicaj (Margherita Lenzi). Tratta dal capolavoro di Tobino, la serie ci ricorda che, a volte, le mura di un ospedale psichiatrico sono meno opprimenti delle convenzioni sociali e politiche che regolano il mondo esterno.

La serie si distingue per una ricostruzione storica che va oltre la semplice estetica, scavando nelle dinamiche di potere del regime fascista applicate alla psichiatria. E, attraverso il personaggio di Mario, assistiamo a una critica feroce verso un sistema che usava l’internamento come strumento di controllo sociale, specialmente verso il genere femminile. Come sottolinea lo stesso protagonista interpretato da Guanciale:

“Perché la vera follia non è qui dentro il manicomio ma qui fuori. Che senso ha cercare di essere d’aiuto quando tutto attorno c’è solo violenza, menzogna e dolore? Devo accettare che è così.”

Il manicomio diventa dunque paradossalmente l’unico luogo dove si può ancora scorgere la verità dietro le apparenze.

Verità segregate ne Le libere donne

La narrazione si apre nel dicembre del 1942. Lo psichiatra Mario Tobino torna dal fronte libico e approda a Maggiano, dove si ritrova in un microcosmo di donne “interrotte”. Un luogo in cui la scienza dell’epoca risponde al dolore con l’elettroshock del dottor Parisi sotto la rigida disciplina del direttore Roncoroni. Al centro del racconto troviamo il caso di Margherita Lenzi, una donna che, per sfuggire alle violenze del marito avvocato e alle trame per sottrarle l’eredità, compie un atto di estremo scandalo. Decide di scappare dall’abitazione per poi andare nuda sotto la neve davanti al Duomo di Lucca, proprio nella notte di Natale.

L’incontro tra Tobino e Margherita non è solo un rapporto medico-paziente, bensì l’ incontro tra due anime che cercano la verità sotto le macerie del fascismo. Tobino intuisce subito che il disagio di queste donne ha radici ben più profonde di quanto sembri. Egli sostiene infatti che:

“Ognuna di loro ha la sua storia… in molti casi la malattia è il risultato di una vita di oppressioni, privazioni, povertà, ignoranza. Ma soprattutto è la probabile conseguenza di nascere donna in un mondo dominato dai maschi.”

Mentre fuori infuria la guerra e la resistenza di Paola Levi (Gaia Messerklinger) accende le speranze partigiane, dentro il manicomio troviamo Tobino che combatte la sua battaglia personale. Vuole restituire  la dignità a chi è stata privata della voce.

L’Identità di Margherita attraverso le crepe

Il punto di forza della serie risiede sicuramente nella sua capacità di farci guardare attraverso la follia. Emblematica l’iniziazione del primo episodio: Margherita che guarda fuori da una finestra attraverso una fessura da lei creata. Si tratta di giornali appesi alla finestra. Ed è proprio fra quei pezzi di carta, che cerca la luce, aprendo un varco nella narrazione che gli altri hanno costruito su di lei. Il giornale sembra proprio rappresentare la definizione sociale, la parola maschile che incasella e giudica. Lo strappo è dunque l’inizio della sua soggettività. Margherita sceglie paradossalmente la “matta” come maschera protettiva contro un’esistenza di abusi, arrivando a dichiarare con orgoglio ferito:

“Meglio essere matta, che essere come voi”

La follia (capisce di spaventare il potere)  come strategia di sopravvivenza. E in un mondo dominato dalla violenza, sembra l’unico modo per essere forti contro l’oppressione fisica. I lividi di Margherita, visibili sin dal primo ingresso in reparto, sono i primi segni di una realtà domestica ben precisa. Per lei,  infatti, il manicomio diventa un rifugio: un luogo dove può finalmente smettere di fingere, dove può essere una donna libera nella sua diversità, scappata da una realtà esterna ancora più coercitiva.

Un approccio junghiano alla “Follia”

Il manicomio di Maggiano appare come una proiezione fisica dell’Ombra collettiva della società fascista. Le pazienti non sono tutte necessariamente “guaste”, ma incarnano quegli aspetti del femminile che la società dell’epoca voleva rimuovere: la sessualità, l’intelletto, la ribellione, il dolore incontenibile. Tobino d’altro canto agisce come l’archetipo del guaritore ferito. Decide di non osservare le pazienti dall’alto, bensì “entra nei loro mondi”, riconoscendo che la sua stessa sensibilità poetica è anch’essa una forma di “follia”. Che che agli occhi di un regime basato sulla forza bruta e sulla repressione dei sentimenti, appare anomala. La cosiddetta sensibilità emotiva, che secondo il regime non dovrebbe appartenere al maschile.

Questo approccio ribalta il concetto di cura. Non si tratta di riportare le donne a una funzionalità sociale, ovvero farle tornare mogli ubbidienti, ma di aiutarle nel processo di individuazione. La scelta di Margherita di identificarsi con la follia è un atto di separazione eroica dall’Io sociale corrotto per proteggere il proprio Sé autentico. La “malattia” diventa così una barriera contro un ambiente patogeno esterno. Tobino, a differenza dei suoi colleghi, non cerca di “riparare” le donne, bensì di ascoltare il messaggio simbolico che la loro psiche sta urlando attraverso i loro sintomi.

Cinema e Psichiatria

Le libere donne si inserisce in un filone cinematografico che ha fatto della critica all’istituzione un manifesto politico. È impossibile non vedere, seppur molto diversi, dei rimandi a Ragazze Interrotte o a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Se nel film con Jack Nicholson il manicomio era la metafora del potere castrante dello Stato, qui Soavi aggiunge la dimensione di genere. Le donne non sono solo prigioniere della psichiatria, ma di un sistema patriarcale che usa la diagnosi medica per punire l’indipendenza.

Possiamo dunque dire che rappresentare la malattia mentale significa, prima di tutto, restituire la parola a chi è stato messo a tacere. In un’epoca che ancora fatica a gestire il disagio psichico, Le libere donne ci vuole avvertire. Vuole dirci che la vera follia non è necessariamente legata a uno squilibrio chimico, ma è spesso il risultato di un mondo che non accetta la libertà di sentirsi diversi.

Le libere donne

  • Anno: 2026
  • Distribuzione: Rai Fiction, Endemol Shine Italy
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Michele Soavi
  • Data di uscita: 10-March-2026