Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2026 e candidato agli Oscar 2026, come Miglior Film Internazionale e Miglior Sceneggiatura originale, Un semplice incidente, scritto e diretto da Jafar Panahi sbarca su Sky Cinema Uno e in streaming su Now. Il film è interpretato da Vahid Mobasseri, Maryam Afshari, Ebrahim Azizi, Hadis Pakbaten, Majid Panahi e Mohamad Ali Elyasmehr.
Con la sua tipica sobrietà, straordinariamente espressiva, il regista iraniano realizza un ritratto realistico, tra ironia e dramma, del suo popolo che, da decenni, subisce l’oppressione della Repubblica Islamica.
Un semplice incidente: tra vendetta e perdono
Tutto ha inizio quando un’auto investe un cane e si ferma in un’officina per un controllo. Qui Vahid, uno dei presenti, crede di riconoscere nel conducente l’uomo che anni prima lo avrebbe torturato durante la detenzione. Convinto di trovarsi di fronte al suo aguzzino, decide di rapirlo e coinvolge altre persone che, come lui, hanno subito violenze in carcere, nel tentativo di ottenere una conferma. Ma mentre i racconti si intrecciano e i dubbi emergono, la certezza della colpa comincia lentamente a incrinarsi.[sinossi originale]
Il dissidente più acclamato del mondo
È con questo film, il suo undicesimo, che Jafar Panahi conquista la Palma d’Oro, l’unico premio, tra i più prestigiosi dei festival europei, a mancare nel suo palmares. Il dissidente più acclamato del mondo, così lo definisce The Hollywood reporter, si fa notare da pubblico e critica del vecchio continente già ai tempi del suo esordio, nel 1995, con Il palloncino bianco, vincendo, sempre a Cannes, il premio per la miglior opera prima. Dopo cinque anni, conquista Venezia, con Il cerchio, poi Berlino e Locarno, con Taxi Teheran e Lo specchio.
Cosi, con la vittoria della Palma d’Oro, Jafar Panahi diventa uno dei pochi cineasti al mondo a vincere tutti i più importanti festival cinematografici in Europa; prima di lui ci era riuscito solo Michelangelo Antonioni.
Un primato che certifica il talento del regista iraniano che, tra innumerevoli difficoltà, arresti e proibizioni da parte del regime del suo Paese, non si è mai arreso, continuando a fare cinema, nonostante i divieti. Ma soprattutto Jafar Panahi ha continuato a fare film a suo mondo, non venendo mai a patti con gli ayatollah e sfruttando i mezzi cinematografici per sottrarsi all’assidua sorveglianza del governo iraniano.
Un film girato in clandestinità
Un semplice incidente, come almeno altri tre dei suoi precedenti film ( Gli orsi non esistono, Taxi Teheran e Offside) è girato di nascosto, senza nessuna autorizzazione e dunque la necessità diventa virtù. Ed ecco inquadrature realizzate da una certa distanza di sicurezza, per non dare nell’occhio, e scene girate nel bel mezzo del deserto, dove le varie anime della Resistenza iraniana si scontrano sul destino del loro Paese. In questo film Jafar Panahi mette in scena il dramma della sua gente, oppressa da decenni da chi aveva promesso il paradiso e libertà, per poi torturare e giustiziare gli oppositori politici.
I protagonisti, però, non sono attivisti politici, o almeno non del tutto, ma quel che conta non sono i classici eroi duri e puri che abbattono il nemico con coraggio e freddezza. Piuttosto sono persone comuni, personaggi tormentati dalle violenze subite dal regime, dopo aver chiesto rispetto per i propri diritti. Il tutto inizia per caso, appunto per un semplice incidente, come suggerisce il titolo, dando avvio a una serie di eventi che travolge i principali personaggi del film. Un incontro fortuito con il presunto aguzzino è il pretesto usato dal regista per raccontare le violenze subite dalla gente come lui, dopo decenni di tirannia.
Un cinema non politico, ma sociale
Con il suo consueto stile, in più di un’occasione accostato al Neorealismo, Jafar Panahi denuncia le violenze della Repubblica Islamica, la sua corruzione e allo stesso tempo la sua debolezza ideologica. Un potere basato sulla menzogna e l’illusione del paradiso in terra da realizzare a nome della Sharia e della corruzione che dilaga. Una vera j’accuse lanciata dal regista che prende di mira il regime in tutti i suoi aspetti. Un potere demoniaco, capace di cancellare la vita del popolo, i suoi sogni e propri bisogni, come il lavoro e l’amore.
Allo stesso tempo, Jafar Panahi, con Un semplice incidente, apre una breccia all’interno del variegato universo della Resistenza iraniana, mostrando le tante divergenze al suo interno. Queste, però, non sono poste sul piano ideologico, ma squisitamente umano, perché il suo cinema non è politico, ma sociale, come lo stesso regista ha più volte dichiarato.
Jafar Panahi non si arrende
Con la macchina da presa Jafar Panahi non si illude di cambiare il mondo, ma osserva ciò che lo circonda, facendo emergere situazioni critiche, allo scopo di restituire dignità alle vittime. Questa volta, però, il confine tra vittima e carnefice si confonde e il dubbio di scendere ai livelli della violenza del regime attanaglia i protagonisti.
“Noi non uccidiamo, noi non siamo assassini come loro. Non c’è bisogno che gli scaviamo la fossa, se la sono già scavati per conto loro”.
Parole che oggi, dopo il conflitto in atto, assumono la funzione di profezia, che aggiungono violenza alla violenza, quando, invece, Jafar Panahi preferisce procedere nella direzione del perdono e della pace, lasciando al popolo il diritto di farsi padrone del proprio destino.
Un dramma, una tragedia di un intero popolo che viene esposta, con estremo realismo, con una regia raffinata, usando spesso e volentieri il piano sequenza, per dare la percezione dell’unità di tempo e smascherare la finzione filmica. In questo modo il dolore si mescola all’ironia come nella vita reale. E poi un finale che, per certi versi, possiamo definire aperto, lancia l’allarme, per un regime ancora in piedi, di un regista che, nonostante tutto, continua a fare film.