Quando Stanley Kubrick portò sullo schermo il romanzo di Anthony Burgess, non si limitò a raccontare la violenza. La mise sotto vetro, la illuminò, la espose. Ma soprattutto, mise sotto accusa la reazione istituzionale a quella violenza.
La domanda non è: “Perché Alex, il nostro protagonista, è così?”, quanto piuttosto: “Perché la società crede di poterlo correggere senza distruggerlo?”.
Kubrick sposta il fuoco. L’imputato non è solo il giovane teppista in bombetta e dal gergo strano. È lo Stato che, incapace di educare, sceglie di neutralizzare.
Alex, il dandy del caos
Alex DeLarge, interpretato da un eccelso, e mai più così bravo, Malcolm McDowell, è un criminale. Ma è anche colto, ironico, amante di Beethoven (Ludovico Van). Non è un bruto primitivo: come vediamo nel discorrere del film è un esteta del male.
Osservando il film, emerge subito dove risiede la sua modernità. Osando e spingendoci oltre il consueto potremmo dire che, prima ancora del Joker, reso popolare dal cinema contemporaneo, è forse proprio Alex ad incarnare il villain che ride mentre smonta l’ordine morale. È il principe del crimine prima del Joker: non un folle privo di coscienza, ma un individuo lucidissimo, pericolosamente intelligente, che sceglie la distruzione come atto performativo.
La violenza nelle sue scorribande, accompagnate dai suoi fidi compagni e sottoposti, è quasi coreografata, a tratti teatrale. L’aggressione accompagnata da Singin’ in the Rain – frutto dell’esasperazione improvvisata dell’attore dopo il millesimo ciack della giornata – non è solo uno choc visivo. È un sabotaggio culturale. La canzone simbolo dell’armonia hollywoodiana diventa colonna sonora del disordine. È l’emblema dell’impulsività che si traveste da musical.
Alex non chiede di essere compreso. Chiede di essere lasciato libero.

Alex canta Singing in the rain nella celebre scena
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Dioniso contro Apollo
Il conflitto centrale, in Arancia Meccanica, è antico quanto la filosofia: Dioniso contro Apollo. Istinto contro misura. Caos contro forma.
Alex è impulso puro. Desiderio, eccesso, piacere. Non cerca giustificazioni. Non invoca cause sociali. È energia senza alibi.
Lo Stato, invece, è quella arida e pragmatica logica che cerca di porre un limite alla pulsione ferale. Geometrico. Ordinato. Le inquadrature simmetriche, gli interni asettici, la musica classica rielaborata da Wendy Carlos suggeriscono un mondo che vuole organizzare il disordine in un sistema controllabile.
In questo, diversi elementi narrativi come la celebre “cura Ludovico” rappresentano l’illusione logosistemica definitiva: eliminare il male intervenendo sui meccanismi biologici della scelta, rubare prometeicamente il fuoco agli dei. Non convincere, ma condizionare. Non persuadere, ma programmare.
Il risultato è un paradosso: Alex non diventa buono, diventa incapace. Con questo Kubrick segna il senso della sua poetica per coloro che non lo avessero colto nel suo film precedente 2001: Odissea nello spazio: non siamo atti a compiere l’atto divino.
Il libero arbitrio come dilemma
La grande provocazione di Arancia Meccanica non è la violenza, ma il libero arbitrio. Kubrick pone una domanda che nessuna società ama sentirsi rivolgere: è preferibile un uomo libero di scegliere il male, o un automa incapace di farlo?
Nel momento in cui la terapia rende Alex fisicamente incapace di reagire alla violenza, lo priva della sua umanità. La scelta è l’essenza dell’etica. Senza scelta, non esiste responsabilità. Senza responsabilità, non esiste morale.
La società che voleva eliminare il mostro produce un oggetto: un’Arancia Meccanica, organica all’esterno, sintetica all’interno.
Il trionfo politico di Alex
Il passaggio decisivo arriva nel finale. Una volta “guarito” dalla terapia, Alex viene riassorbito dal sistema sociale e politico che prima lo aveva condannato. Il governo lo usa come prova dell’efficacia del metodo. L’ex criminale diventa strumento di propaganda.
È qui che si compie il vero trionfo di Alex, non morale, ma simbolico. Il ribelle viene cooptato da un sistema più marcio di lui, un sistema che necessita di un vitello da sacrificare all’altare del proprio trionfo elettorale. Il sistema che voleva cancellarlo ora lo utilizza.
La società perbene si rivela più cinica del delinquente. Non cerca giustizia. Cerca consenso.
In questo senso, Arancia meccanica anticipa una dinamica contemporanea: la spettacolarizzazione del male, la sua trasformazione in narrativa utile con un caos che non viene sconfitto. Viene integrato.

Alex con i Drughi
La rieducazione come forma di controllo
Il film parla anche di rieducazione, di quell’idea rassicurante secondo cui ogni devianza può essere corretta con il metodo giusto.
Kubrick mostra l’altra faccia: la rieducazione forzata è una forma di esercizio del potere. Un potere che entra nel corpo, nel sistema nervoso, nelle reazioni automatiche. È biopolitica ante litteram.
Lo Stato non si limita a punire, vuole riscrivere la fisiologia dell’individuo, come aveva previsto Orwell. E nel farlo, si arroga il diritto di definire cosa sia il bene e cosa non lo sia.
Ma il bene imposto non è bene. È solo obbedienza. E per obbedire non serve la democrazia, basta la dittatura.
Proprio attraverso questi argomenti ciò che Alex subisce diventa catarsi per tutti noi. Kubrick fa in modo che il nostro occhio si soffermi sul fatto che Alex se lo meriti. Solo in ultima istanza riusciamo a vedere le cose per come stanno, e gioiamo del fatto che un sociopatico sia tornato libero, e al suo stato di natura.
Un film che non ti fa alcuna carezza
Arancia meccanica non offre soluzioni. Non assolve Alex. Non demonizza soltanto le istituzioni. Mette lo spettatore in una posizione scomoda: costringe a scegliere quale orrore sia più tollerabile.
La violenza dell’individuo o la manipolazione dello Stato?
La risposta non arriva. Resta il sorriso finale di Alex, ambiguo e disturbante.
“I was cured, all right”
Una frase che suona come una beffa.
Kubrick non chiede di amare Alex. Chiede di diffidare della società che pretende di renderlo innocuo.
Arancia meccanica è disponibile su: TimVision