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Cult

‘American Psycho’: perfezione, follia e il vuoto di una società malata

Un ritratto feroce dell’ossessione per l’immagine, dove il vero orrore non è la violenza, ma una società che la rende normale

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American Psycho è uno di quei film che non dimentichi facilmente. Non tanto perché è visivamente elegante o perché ha fatto discutere fin dalla sua uscita, ma perché resta uno dei ritratti cinematografici più taglienti sull’ossessione per l’apparenza nella cultura americana.

La regia è di Mary Harron, che prende il romanzo di Bret Easton Ellis e lo porta sul grande schermo con una chiarezza di visione disarmante. Al centro di tutto c’è Christian Bale, in una delle sue interpretazioni più memorabili: non un semplice protagonista, ma il ritratto psicologico di un uomo che sembra perfettamente in controllo, minuzioso e ossessivo, salvo rivelarsi, poco alla volta, completamente fuori controllo. Intorno a lui si muove un cast che non passa inosservato: Willem Dafoe, Jared Leto, Reese Witherspoon e Chloë Sevigny, tutti impegnati in ruoli che, pur restando sullo sfondo, raccontano un mondo di eccessi, superficialità e vuoto emotivo.

Patrick Bateman non è un killer “canonico”. È uno yuppie dell’Upper East Side, ossessionato da routine, marchi, palestra, musica e dettagli di stile. La sua vita è un susseguirsi di ristoranti esclusivi, conversazioni futili, specchi lucidi e capelli impomatati. Ed è proprio dentro questo controllo estetico maniacale (giacca impeccabile, cravatta perfetta, sorriso plastico) che si insinua un vuoto profondo, come se sotto la superficie non ci fosse davvero nulla. È qui che il film trova la sua carica più inquietante: non nella violenza, ma nella normalizzazione della disconnessione tra immagine e realtà.

American Psycho e una maschera chiamata Patrick Bateman

Patrick Bateman è un personaggio che funziona proprio perché non chiede empatia. Bale lo costruisce come una maschera perfetta: postura rigida, sorriso calibrato, voce impostata come se stesse sostenendo un colloquio di lavoro permanente. È una recitazione che lavora per sottrazione emotiva, ed è lì che fa paura. Bateman non esplode quasi mai in modo tradizionale, non perde il controllo come ci si aspetterebbe. È la sua totale assenza di reazioni autentiche e spontanee a rendere ogni scena profondamente inquietante.

Realtà o proiezione?

Il film gioca continuamente su un’ambiguità che non viene mai sciolta del tutto. Le azioni di Bateman sono reali o sono il prodotto di una mente che ha perso ogni contatto con la realtà?

Mary Harron è molto intelligente nel non forzare una risposta. Lo spettatore resta sospeso, costretto a interrogarsi non tanto su cosa sia successo davvero, ma su quanto il contesto stesso, quel mondo di finanza, status e superficialità, renda plausibile qualsiasi deriva.

Satira del vuoto e del successo

Uno degli aspetti più riusciti di American Psycho è la sua vena satirica, spesso sottovalutata. Il film è feroce nel raccontare l’ossessione per i brand, per il successo ostentato, per il riconoscimento sociale. Le celebri scene dei biglietti da visita o i monologhi musicali di Bateman non sono semplici esercizi di stile, ma momenti chiave per comprendere il personaggio. Parlare di musica pop o di design diventa per lui l’unico modo possibile di esprimere un’identità che, in realtà, non esiste: una facciata bella e pronta per la società.

Anche i personaggi che ruotano intorno a Bateman rafforzano questo senso di vuoto. Willem Dafoe, nel ruolo dell’investigatore, gioca su un’ambiguità costante, come se sapesse più di quanto dica, senza mai affondare davvero il colpo. Jared Leto incarna il doppio speculare del protagonista, tanto simile da risultare quasi intercambiabile. Reese Witherspoon e Chloë Sevigny rappresentano due poli opposti di un femminile che Bateman non riesce in alcun modo a comprendere, se non come estensione del proprio ego.

Tra fraintendimento e mito

Col tempo, American Psycho ha subito una trasformazione curiosa e per certi versi inquietante. Patrick Bateman è diventato un meme, un’estetica riconoscibile, un volto che circola sui social svuotato del suo significato originario. Clip, immagini e frasi isolate dal contesto hanno contribuito a trasformare un personaggio pensato come critica feroce al narcisismo e al potere maschile in una figura quasi aspirazionale, o comunque ironica, da consumare e ricondividere.

È un corto circuito che dice molto più del presente che del film. American Psycho non invita mai all’identificazione con Bateman, anzi lo espone costantemente al ridicolo e al vuoto. Eppure, nella cultura contemporanea, dove tutto viene ridotto a immagine e riconoscibilità, quella distanza critica si assottiglia fino quasi a sparire. Rivedere oggi il film significa fare i conti anche con questa rilettura superficiale, che finisce per restituirci un’immagine inquietante: quella di una realtà che vorremmo relegare alla finzione, ma che forse non è mai stata così lontana.

Quando l’orrore nasce dal vuoto

Pur non essendo un horror in senso classico, American Psycho dialoga apertamente con una tradizione di cinema che ha usato l’orrore per raccontare il disagio, l’alienazione e la frattura dell’identità moderna. Non c’è un riferimento diretto a storie vere o a figure specifiche, ma un’idea di violenza che nasce da un vuoto profondo, da una dissociazione emotiva e da un’identità costruita esclusivamente sulle aspettative sociali.

Mary Harron ha più volte chiarito come il film non sia un’esaltazione della violenza, ma una critica feroce al sistema che rende quest’ultima possibile. È proprio questa distanza a rendere American Psycho più disturbante di molti thriller tradizionali. La violenza non è dettata dalla rabbia o da un impulso emotivo: è fredda, inumana, sgradevole, a tratti grottesca.

Un finale che non assolve nessuno

Il finale resta uno degli elementi più divisivi del film. Non offre una chiusura rassicurante, non consegna una verità definitiva, non punisce in modo chiaro. Tutto rimane sospeso, come se il film si rifiutasse deliberatamente di prendere una posizione netta.

Ed è qui che, personalmente, American Psycho colpisce più a fondo. Perché suggerisce che il problema non sia Bateman, ma il mondo che gli permette di esistere senza mai davvero vederlo. Non è l’impunità a fare paura, ma l’integrazione. In una società dove l’apparenza conta più della sostanza e nessuno è davvero interessato all’altro, anche l’orrore può diventare invisibile.

Un film sempre attuale

Rivedere oggi American Psycho significa accorgersi di quanto il film sia invecchiato bene. Anzi, per certi versi è diventato ancora più attuale. Il culto dell’immagine, la costruzione ossessiva del sé, l’idea di dover apparire sempre vincenti e performanti non appartengono più solo agli anni ’80 raccontati nel film, ma fanno parte del presente.

American Psycho non è profetico: è tremendamente inserito nel nostro presente. Ed è proprio questa continuità a renderlo, ancora oggi, così disturbante.

American Psycho

  • Anno: 2000
  • Durata: 104'
  • Distribuzione: Lionsgate / Filmauro
  • Genere: Thriller, Noir, Satirico
  • Nazionalita: Stati Uniti, Canada
  • Regia: Mary Harro
  • Data di uscita: 25-May-2001