Diretto da Thomas Vinterberg e vincitore dell’Oscar come Miglior Film Straniero nel 2021, Another Round (Un altro giro in italiano, titolo originale Druk) parte da una premessa paradossalmente semplice: quattro insegnanti decidono di mantenere un livello costante di alcolemia per “migliorare” le loro prestazioni professionali. Quattro persone con lavori rispettabili, responsabilità familiari, illusioni di alti valori di civiltà. Eppure scelgono di affidare alla chimica un desiderio che da tempo non sa più farsi parola.
Un esperimento che rivela una crisi
La vicenda vede quattro amici, compagni di banco nella vita e nel mestiere di insegnanti, decidere di testare una teoria da bar: mantenere costantemente un leggero stato di ebbrezza per potenziare la creatività, la fiducia e il senso di sé. Una sorta di sfida semi-scientifica che trascende l’umorismo. Nel giro di pochi giorni, l’idea sembra funzionare: iniziano a sentirsi più liberi, meno in trappola nei ruoli sociali imposti da famiglie, colleghi e dalla memoria dei fallimenti personali.
Ma se il principio sembra semplice, l’effetto si rivela tutt’altro. Quello che è cominciato come una sorta di gioco, diventa un modo di vivere e Another Round assume tutto un altro significato: ciò che appare liberatorio si trasforma in dipendenza, la fuga diventa trappola. Le intuizioni iniziali di leggerezza si scontrano con il peso delle relazioni e delle responsabilità. Con una lucidità feroce, il film ci mostra che non esiste ambizione morale che non abbia un costo reale.

Mads Mikkelsen in Another Round
Leggi anche: Un altro giro: metodi di insegnamento alternativi con Mads Mikkelsen
Mads Mikkelsen e la performance come intelligenza emotiva
Il fulcro narrativo ed emotivo del film è l’interpretazione di Mads Mikkelsen nel ruolo di Martin, insegnante di storia e anima del gruppo. Se ne Il sospetto incarnava l’innocenza sotto assedio, l’attore assume qui un ruolo più complesso: è l’uomo che, guardandosi allo specchio, cerca di capire sé stesso attraverso la lente dell’alcol.
Mikkelsen non dà lezioni di recitazione. Costruisce un personaggio spesso silenzioso, mai retorico, i cui atti trovano significato proprio nella sospensione tra desiderio e autodistruzione. Le sue pause, le cadute di sguardo, i momenti in cui sembra del tutto solo con la propria coscienza, sono la cifra di un’interpretazione che mette in scena non solo un uomo, ma una condizione esistenziale: l’essere adulti in un mondo che non tollera più le ambiguità.
Alcol e società: un vettore di senso
Al centro di Another Round è l’alcol, visto come strumento di trasformazione. Ma non si tratta di un film contro l’alcol, piuttosto un’indagine sulla coazione a trasformare il disagio interiore in consumo esteriorizzato. Può essere interpretato come critica al narcisismo contemporaneo, come analisi della solitudine maschile, o come denuncia della cultura del risultato a ogni costo.
Ogni brindisi, ogni sorso diventano simbolo di una fuga più profonda: la fuga da un’identità che non soddisfa, da un ruolo che appare vuoto, da un tempo che sembra scorrere senza significato. Così rappresentata, la società è una collettività in cerca di sollievo. Qualcosa che somiglia alla ricerca di senso del mondo occidentale: un senso che spesso non nasce dal confronto, ma dalla neutralizzazione del dubbio.
Una lezione amara
Un elemento potente del film è la progressiva perdita del controllo, non solo personale, ma collettivo. Ciò che inizia come un esperimento, si trasforma in dipendenza. Il tentativo non rende il quartetto protagonista più libero, ma soggetto a ricadute sempre più gravi. Qui Vinterberg non moralizza, non demonizza l’alcol, non afferma che sia un male da evitare. Piuttosto osserva, con glaciale precisione, quanto sia facile trasformare un espediente di sollievo in un meccanismo di autodistruzione.
L’alcol non è l’antagonista. È la lente che ingrandisce le fragilità. E il film ci costringe a guardare altrove: non è il bere a essere patologico, ma la difficoltà di affrontare la vita sobria.

Mads Mikkelsen in: Another Round
Una critica sottile alla modernità atomizzata
In un mondo in cui la socialità è spesso digitale e la connessione rarefatta, l’unica cosa che sembra dare sollievo è la perdita temporanea di sé. La società ritratta in Another Round è quella degli adulti che sanno troppo bene cadere, e troppo poco come restare in piedi.
I dialoghi raramente offrono risposte, piuttosto accumulano dubbi. Quella che potrebbe apparire una commedia drammatica si rivela un film che guarda alla crisi identitaria di una classe sociale frastagliata tra aspettative e fallimenti. E la misantropia, in questa opera, non è rinuncia all’altro. È delusione verso la promessa di autenticità che la modernità continua a vendere, ma che poche relazioni reali mantengono.
Un’eco più profonda di ciò che siamo
Dopo aver esplorato la diffidenza sociale con Il sospetto, Vinterberg ci consegna un altro tempio narrativo in Another Round: la diffidenza verso noi stessi. Il regista non cerca l’espiazione, ma l’introspezione. E lo fa con un linguaggio che non urla: bisogna ascoltare, non solo assistere.
Il messaggio non è morale. È diagnostico: guardare al proprio vuoto interiore e chiedersi cosa lo riempie. Quante volte i rimedi temporanei diventano appuntamenti fissi? Quanta disperazione si nasconde dietro un sorriso leggermente ubriaco?
La risposta non arriva. Ma la domanda rimane impressa. E in un tempo in cui spesso si cerca l’effetto più della riflessione, Another Round ha il coraggio di chiedere al suo pubblico di fermarsi un attimo per guardarsi dentro con lucidità. Per capire che il pericolo non è l’alcol, ma l’assenza di senso in ciò che consideriamo la normalità.
Un film, una società, uno specchio
Se Il sospetto era un’indagine sulla caccia alle colpe collettive, Another Round è un’inchiesta sulla crisi delle appartenenze individuali. Entrambi sono film critici, ma puntano verso poli diversi: il primo mira al sospetto nei confronti dell’altro, il secondo al sospetto nei confronti di sé stessi.
E in un’epoca in cui la fiducia è merce rara e i mezzi per anestetizzare il disagio sono ovunque, la lezione di Vinterberg resta dolorosamente attuale: non si può ricercare o simulare l’essere vivi senza affrontare al contempo ciò che si teme di essere.
Another Round è disponibile qui su Tim Vision+.