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‘Agnès Varda – Qui e là tra Parigi e Roma’: la mostra-omaggio a Villa Medici

È arrivata a Roma la grande esposizione dedicata alla produzione fotografica di Agnès Varda

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A Parigi, al numero 86 di Rue Daguerre, c’è una casa dai mattoncini rosa. Non lontano, sempre nel quartiere di Montparnasse, dei grandi murales rendono omaggio a due artisti e registi che vissero proprio lì. Si tratta di Agnès Varda e Jacques Demy, la cui arte è ormai indissolubilmente legata a Rue Daguerre. Nel 1951, infatti, Varda vi si trasferì, dando vita a uno spazio dove gesti quotidiani e arte si sono intrecciati per decenni.

Fino al 25 maggio 2026, nella splendida cornice dell’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, sarà possibile visitare la mostra Agnès Varda – Qui e là tra Parigi e Roma. Per la prima volta fa tappa in Italia un’esposizione che attinge dall’archivio fotografico della grande cineasta.

La mostra, presentata a Parigi nel 2025, arriva a Roma proprio durante il settantesimo anniversario del gemellaggio tra le due capitali. A tal proposito, alla mostra La Parigi di Agnès Varda, curata da Anne de Mondenard, si affianca L’Italia di Agnès Varda che, con la curatela di Carole Sandrin, svela un rapporto inedito tra la regista e l’Italia.

Agnès Varda – Qui e là tra Parigi e Roma, è una mostra nata dalla collaborazione tra il Musée Carnavalet – Histoire de Paris, Paris Musées, l’Institute pour la photographie des Hauts-de-France, Ciné-Tamaris e Rosalie Varda.

Varda nella Parigi del secondo dopoguerra

Definire Agnès Varda una regista non è riduttivo, ma descrive solo parzialmente la sua carriera. Nella sua prolifica produzione, infatti, Varda ha adoperato e coniugato diversi linguaggi artistici; la fotografia, sin dagli esordi, è stato uno di questi.

Trasferitasi a Parigi nel 1943, a quindici anni, sceglie la fotografia come suo mestiere. Sin da subito, però, affiora uno sguardo intellettualmente rilevante. È con le testimonianze di questo periodo che si apre La Parigi di Agnès Varda. La prima sala coniuga agli autoritratti dell’artista i ritratti delle coinquiline con cui condivideva un appartamento a Pigalle. Nelle fotografie esposte non emerge solo una forte consapevolezza tecnica ma soprattutto un gusto per quei dettagli parigini solitamente inosservati, ai quali il punto di vista di Varda conferisce un’inconfondibile dimensione surreale.

Il destino in rue Daguerre

Nel 1951, Varda si trasferisce a Montparnasse, nella via che porta il nome di uno dei padri della fotografia. Lì, converte due vecchi negozi in ambienti del suo atelier, uno spazio in continua tensione tra gli interni dei due studi e l’esterno del cortile-vicolo che li separa. Questo, infatti, diventa sin da subito un set a cielo aperto per le sue fotografie e riprese, ma anche uno spazio condiviso con tutti coloro, artisti e non, che lo hanno attraversato nel corso dei decenni. Molte fotografie e film realizzati da Varda lungo tutta la sua carriera hanno come sfondo proprio quel luogo in cui quotidianità e creazione si sono avvicendate per decenni.

Se il cortile-atelier appare come uno spazio stratificato negli usi e nel tempo, l’allestimento della relativa sala della mostra ricrea la medesima impressione. Grazie alla presenza, oltre che di alcune fotografie scattate lì negli anni Cinquanta, della proiezione di frammenti di film della maturità, è Varda stessa a riflettere su quel luogo.

Fra reportage e messa in scena

A Parigi, Varda si afferma come fotografa, infatti, per diversi anni sarà proprio questa la sua attività principale. In quanto fotografa ufficiale del Théâtre national populaire di Jean Vilar e del Festival di Avignone, si immerge nel mondo artistico parigino fra ritratti dei grandi nomi e reportage unici. Già in questo frangente, ebbe luogo un incontro con l’Italia e il suo cinema: nel 1956, Federico Fellini e Giulietta Masina si recarono a Parigi per presentare La Strada (1954). Con uno sguardo consapevole e ironico al tempo stesso, Varda colloca i suoi prestigiosi soggetti in una Parigi diversa da quella da cartolina. Fellini, infatti, viene ritratto davanti alle macerie delle fortificazioni di Porte de Vanves, mentre Masina vicino alla fermata della metro di nome “Rome”; i due bambini che giocano in strada completano questa composizione pregna degli elementi della fotografia di Varda: il cinema, la quotidianità e gli scorci parigini. Non a caso, è proprio la fotografia Giulietta Masina alla stazione della metropolitana Rome ad essere stata selezionata come manifesto della mostra.

L’intreccio fra cinema e fotografia, quindi, diventa sempre più evidente nella produzione di Varda, che nel 1955 aveva realizzato il suo primo lungometraggio, Le pointe courte. Il suo fondo fotografico testimonia, ai tempi della Nouvelle Vague, non solo i volti della corrente ma anche un gusto cinematografico per la messa in scena. Le serie Un angelo passa (1955) e La gioventù influenzata dalla moda letteraria (1959), infatti, sono esempi delle sue numerose collaborazioni con riviste di attualità.

Parigi sul grande schermo: Cléo dalle 5 alle 7

L’amore di Varda per le strade e i volti parigini è perfettamente racchiuso nella pellicola che la consacrerà, Cléo dalle 5 alle 7 (Cléo de 5 à 7, 1962). Attraverso una Parigi caotica e ambigua, Varda traduce la paura di morire di Cléo (Corinne Marchand) in un montaggio frammentato come uno specchio rotto. Le fotografie tratte dal fondo di Ciné-Tamaris – società di produzione fondata da Varda e che oggi gestisce gli archivi della regista e di suo marito Jacques Demy – ritraggono Anna Karina e Jean-Luc Godard sul set de Les Fiancés du pont Macdonald, il cortometraggio al quale Cléo assiste durante il film. La ricca sezione della mostra dedicata a questa pellicola non include solo testimonianze fotografiche, bensì cimeli come sceneggiatura, appunti e locandine.

Femmes par Varda

Se Cléo dalle 5 alle 7 coniuga al fascino di Parigi un ritratto femminile senza precedenti, Varda continuerà a osservare i suoi personaggi attraverso una lente radicalmente femminista. Tanto i volti di donne parigine quanto quelli di icone come Jane Birkin vengono catturati dalla fotografa con la medesima partecipazione e dignità.

Persone, volti, luoghi

La profonda umanità dello sguardo di Agnès Varda si condensa nel suo film Daguerréotypes (1975), un collage documentaristico dove i protagonisti sono proprio i commercianti di Rue Daguerre. La locandina esposta testimonia un ulteriore incontro fra fotografia e cinema, infatti, è costruita con le foto di Agnès Varda e Claude Nori. Gli abitanti di Parigi, così cari all’artista, escono dalla stasi della fotografia per prendere vita in un film. Quel linguaggio, però, resta presente sin dal titolo.

La vita nel cortile

Anche dopo il raggiungimento della fama da regista, il cortile all’86 di Rue Daguerre rimarrà uno snodo vivo e frequentato. L’ultimo spazio della mostra include testimonianze di quelle figure del mondo del cinema che si sono avvicendate al suo interno. Tra di essi giovani attori, membri dei cast dei film di Varda ma, soprattutto, sua figlia Rosalie e il suo compagno di vita Jacques Demy.

A costituire, in questo contesto, una testimonianza significativa e commovente è Agnès Varda dagherrotipata nel suo cortile. Si tratta proprio di un ritratto al dagherrotipo realizzato da Dominique Gently e risalente al 2015. Varda, che fino alla fine, tra fotografia e cinema, si racconterà e metterà in scena nel suo cortile, è stata immortalata lì con l’utilizzo della tecnica inventata proprio da Louis Daguerre.

Incursione in Italia

Rispetto alla mostra tenutasi in Francia, quella romana presenta un’ulteriore articolazione. L’Italia di Agnès Varda, infatti, complementa l’esposizione originale con un ricco corpus fotografico che testimonia il suo sguardo sull’Italia in due specifiche occasioni. Nel 1959, infatti, la regista condusse dei sopralluoghi a Venezia per il suo film La Mélangite (ou Les Amours de Valentin), purtroppo mai realizzato. Accompagnata da un uomo non identificato, Varda ritrae una Venezia misteriosa in grado di incarnare quei paesaggi che immaginava per la sua pellicola. È di questo periodo l’ironico autoritratto davanti a un dipinto di Gentile Bellini, che sottolinea i tratti comuni a lei e ai protagonisti dell’opera.

Nel 1963 Varda torna in Italia per costruire un ritratto fotografico del regista Luchino Visconti, vincitore della Palma d’Oro per Il Gattopardo (1963). La complessa personalità del regista emerge in questi ritratti fotografici efficaci e diretti, poi pubblicati sulla rivista Réalités. Appartengono a questo soggiorno, inoltre, le fotografie scattate a Cinecittà durante le riprese de Il disprezzo (Le Mépris, 1963) di Jean-Luc Godard. Compaiono, insieme Godard stesso, Brigitte Bardot e Raoul Coutard.

Due città, un solo sguardo

La mostra Agnès Varda – Qui e là tra Parigi e Roma non lascia nulla al caso. Ogni fotografia entra in risonanza con le altre, costruendo un racconto non solo cronologico ma anche spaziale. La poetica fotografica di Varda emerge in ogni scatto, assume forme eterogenee ma rivela sempre il medesimo spirito. Uno sguardo complesso, artistico e, in definitiva, profondamente umano.

Questa esposizione è, per ogni amante del cinema, un’occasione per (ri)scoprire una parte fondamentale della carriera di un’artista che ha tanto da dire e mostrare ancora oggi. È invece a Bologna, dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027, l’appuntamento con Viva Varda!, la mostra della Cineteca di Bologna.