Se c’è un autore che ha ridefinito la televisione americana moderna e riportato in vita un intero genere apparentemente morto, quello è sicuramente Taylor Sheridan. Un cowboy che è diventato attore, per poi passare dietro la macchina da scrivere e da presa.
La consacrazione definitiva di Sheridan come maestro innovatore del genere arriva con la televisione, attraverso la realizzazione di serie dall’alto tasso cinematografico e caratterizzate da una scrittura forte. Oltre a essere opere di valore, le pellicole da lui firmate hanno il pregio di raccontare uno spaccato dell’America moderna, riprendendo e modernizzando il genere del western.
In questo approfondimento andremo ad analizzare la sua carriera, i suoi primi lavori e successi, e la sua affermazione definitiva. Inoltre racconteremo e analizzaremo le sue serie che, nel loro insieme, costituiscono uno dei più grandi romanzi americani degli ultimi anni.
Gli inizi
Nato il 21 maggio 1970 a Chapel Hill, nella Carolina del Nord, Sheridan cresce amando la vita da ranch, in particolare grazie all’influsso della madre e dei nonni. La passione della madre è tale che acquista un intero ranch a Cranfills Gap quando Taylor ha otto anni. Gli permette così di vivere e comprendere quella che lui stesso definisce come “la sensazione pacifica di libertà della natura”.
In età più tarda, Sheridan si diploma alla R.L. Paschal High School, dove segue corsi di teatro. Prosegue gli studi alla Texas State University come specialista in arti teatrali, abbandonando però il percorso all’ultimo anno.
L’incontro con il cinema

Sons of Anarchy
Successivamente Sheridan si trasferisce ad Austin, trovando piccoli lavori come giardiniere e imbianchino. Nel mentre, legge il romanzo Lonesome Dove di Larry McMurtry. Ne rimane talmente colpito da decidere che raccontare il mito del West è quello che vuole realizzare nella vita.
Mentre cerca lavoro in un centro commerciale, si imbatte in un talent scout che gli propone di diventare attore. Da quel momento la sua vita cambia per sempre.
Sheridan inizia da comparsa in serie come Walker, Texas Ranger, Veronica Mars e Sons of Anarchy, dove ricopre il ruolo di David Hale. Nel 2011 realizza un piccolo film horror indipendente, Vile, completamente dimenticato dal pubblico, tanto che egli stesso non lo considera il suo vero film d’esordio. Intorno ai quarant’anni comincia a scrivere le sue prime sceneggiature, che circolano negli studios finché una di esse (Sicario) viene finalmente prodotta.
Sicario (2015) e Soldado (2018)

Sicario
La prima opera di grande rilievo di Sheridan, che lo presenta alla critica e al grande pubblico, è Sicario. Diretto da Denis Villeneuve e uscito nel 2015, il film è un thriller mozzafiato con un ritmo lento che esplode progressivamente verso il finale. Il tutto è condito da un cast straordinario, in primis Benicio Del Toro ed Emily Blunt.
Ma è soprattutto la scrittura di Sheridan a colpire maggiormente. Lo sceneggiatore americano descrive una vera e propria discesa negli inferi nella lotta contro il narcotraffico messicano. Qui il senso di giustizia, derivante dalla legalità e dall’umanità, viene messo da parte per lasciare spazio alla parte più oscura del concetto di sicurezza. Sheridan critica la libertà operativa che gli Stati Uniti si concedono durante le operazioni militari e di intelligence, in cui agiscono senza ritegno. Si tratta di un’ossessione di “purificazione” del territorio che affonda le sue radici nelle espansioni territoriali del passato.
Questo racconto “marcio” e “crudele” della frontiera ottiene un successo così straordinario da generare un sequel, Soldado (2018), diretto da Stefano Sollima. Figlio del celebre Sergio Sollima, il regista accentua ulteriormente il lato western della lotta al narcotraffico tra Stati Uniti e Messico. Ci offre una visione pessimistica e amara di un paese sull’orlo della guerra, non troppo dissimile dai recenti avvenimenti in Venezuela.
Hell or High Water (2016)

Hell or High Water
Hell or High Water ha avuto una distribuzione sottotono, soprattutto in Italia, dove Netflix ne ha curato l’uscita direttamente in streaming. Con il tempo, però, il film ha trovato una nuova attenzione grazie alle nomination agli Oscar del 2017, tra cui Miglior Film e Miglior Attore protagonista per Jeff Bridges.
È la storia di due generazioni sull’orlo del tramonto. Da una parte, incontriamo i due protagonisti Toby e e Tanner Howard, interpretati da Chris Pine e Ben Foster. Sono l’emblema di una generazione schiacciata dalla precarietà economica e spinta a ribellarsi contro quelli che identifica come i veri “ladri” del paese: le banche e il sistema capitalistico.
Dall’altra, troviamo Marcus Hamilton, interpretato da uno straordinario Jeff Bridges, che insegue i protagonisti ma al contempo affronta la fine della propria carriera, i dubbi di una vita intera e il cambiamento di un Paese i cui valori, usi e costumi sembrano scomparire. Fondamentale è anche il rapporto con il collega nativo americano Alberto Parker, interpretato da Gil Birmingham, che simboleggia l’inevitabile confronto storico tra i due popoli.
Ballata malinconica di un paese a pezzi, Hell or High Water ridefinisce perfettamente il genere del western moderno, trasformandosi in una piccola perla che oggi è riconosciuta come cult.
Wind River (2017)

Wind River
È questo il primo vero esordio alla regia per Sheridan (come da lui stesso dichiarato, nonostante il precedente Vile), nonché capitolo conclusivo della sua “trilogia della frontiera moderna”. Un grande western contemporaneo sotto forma di gelido noir, ambientato nelle terre innevate della riserva di Wind River nel Wyoming.
Il film prende le mosse da un thriller psicologico che richiama Il silenzio degli innocenti, per poi trasformarsi nel durissimo racconto sociale delle comunità native americane.
Nonostante la costituzione delle riserve e i trattati di “pace”, negli anni queste comunità hanno continuamente subito violenze e soprusi, come denunciato anche da Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese. Attualmente esse vivono ancora in una situazione di forte precarietà. Inoltre i casi di omicidi di donne native americane sono molto numerosi, nonostante la vera cifra rimanga spesso imprecisata.
Wind River è un esempio perfetto di film di genere e, allo stesso tempo, è una lettera di denuncia di un sistema e di un paese che ancora oggi decima gli abitanti di diritto di quelle terre.
Yellowstone (2019-2024)

Yellowstone
È la serie televisiva che ha stravolto completamente il mondo del western, non solo con la sua eccezionale messa in scena, perfetto esempio di fusione tra linguaggio televisivo e cinematografico, ma anche con il suo respiro epico e familiare.
La storia della famiglia Dutton è una lotta di conquista territoriale, di conflitti familiari interni, di potere e dominio. Sheridan prende gli elementi del dramma televisivo e li fonde con una violenza cruda e realistica, profondamente americana.
Nonostante la conclusione turbolenta legata all’uscita di scena di Kevin Costner, Yellowstone ha dato vita a un vero universo narrativo neo-western che racconta la storia americana in modo attuale. Un vero “franchise autoriale” che ha consacrato definitivamente Sheridan come maestro del western e ridato nuova linfa al genere stesso.
Quelli che mi vogliono morto (2021)

Quelli che mi vogliono morto
Il secondo film da regista di Taylor Sheridan, prodotto da Warner Bros. e New Line Cinema, è uscito nel 2021, quando il mondo si stava riprendendo dalla pandemia di Covid-19. La produzione ha avuto un impatto mediatico minore rispetto a Wind River anche a causa di una ricezione debole da parte del pubblico e della critica.
Quelli che mi vogliono morto (Those Who Wish Me Dead) non possiede il fascino delle precedenti opere di Sheridan, né la stessa forza critica nella lettura della storia americana. Si limita al racconto di personaggi duri, vissuti e dalla rigidità classica. Anche l’ambientazione ruba spesso la scena ai personaggi del film, pur, da un altro lato, costituendo un elemento coerente con la poetica dell’autore.
Un’opera che sembra richiamare pellicole simili degli anni Novanta, ma che merita comunque di essere recuperata per completare un tassello fondamentale dell’opera di Taylor Sheridan.
Senza rimorso (2021)

Senza Rimorso
Dopo aver lavorato insieme al sequel di Sicario (2015), realizzando l’ottimo Soldado (2018), Stefano Sollima e Taylor Sheridan tornano insieme per portare sullo schermo un adattamento di Senza Rimorso del celebre scrittore Tom Clancy.
Distribuito nel 2021 su Prime Video dopo la cessione da parte della Paramount, Senza rimorso (Without Remorse) non si rivela essere una delle loro migliori creazioni. Risente di uno sviluppo della sceneggiatura molto basilare e non eccelsa, nonché di un protagonista non memorabile.
Tuttavia, riesce a colpire grazie a una grande messinscena (da sempre uno dei marchi di fabbrica di Sollima), e una critica spietata al governo, al suo sistema militare e alle sue responsabilità.
In poche parole, uno dei progetti meno riusciti che sia Sheridan che Sollima abbiano mai realizzato, ma che si salva soprattutto per il grande impianto tecnico che quest’ultimo è riuscito a creare.
1883 (2021-2022) e 1923 (2023-2024)

1883
Sono le serie prequel che rappresentano il cuore dell’universo sheridaniano. Raccontano la nascita e la fine del mito del West e rifletteno le radici profonde della storia americana, oltre all’origine della famiglia Dutton.
La prima serie, 1883, con protagonista Sam Elliott, mostra un West ancora florido ma già in fase di transizione. Si tratta di un Paese uscito dalla Guerra di Secessione, segnato dalla conquista violenta della frontiera, dal dramma delle migrazioni interne e dallo sterminio delle popolazioni native. Qui assistiamo alla genesi della famiglia Dutton, impegnata a difendere la propria terra dai residui del passato e dalle minacce del futuro.
Invece 1923, la seconda serie con protagonisti Harrison Ford e Helen Mirren, racconta un’America ancorata al mito della frontiera, nonostante il mondo stia cambiando rapidamente e il paese sia entrato nella Grande Depressione. Emergono con forza le lotte familiari e le affermazioni di potere che diventeranno centrali in Yellowstone, confermando come gli Stati Uniti siano una nazione nata dal conflitto.
Sono due serie centrali non solo per comprendere la nascita della serie madre che ha consacrato il suo autore. Sono anche prodotti audiovisivi capaci di raccontare le fondamenta del Paese, la nascita del suo sistema capitalistico e la fine di un ideale unitario.
Mayor of Kingstown (2021-)

Mayor of Kingstown
Un legal drama distante dalle altre serie di Sheridan, ma perfettamente integrato nella sua grande narrazione americana. La serie racconta una famiglia che basa la propria economia sul sistema carcerario statunitense, uno dei più vasti al mondo, caratterizzato da tassi di incarceramento elevatissimi.
Gestito a livello statale e federale, il sistema è spesso criticato per il sovraffollamento, la gestione interna e per il ricorso alla pena di morte in alcuni stati federati. Il personaggio interpretato da Jeremy Renner è una sorta di sceriffo moderno che tenta di mantenere un fragile equilibrio in un sistema molto più grande di lui, marcio dalle fondamenta. Una serie coinvolgente, che racconta perfettamente la lotta contro la burocrazia americana e il suo sistema carcerario.
Lawmen: la vera storia di Bass Reeves (2023)

Lawmen: la vera storia di Bass Reeves
Nata inizialmente come costola di 1883 per poi divenire un progetto a sé stante, la serie racconta un pezzo di storia spesso dimenticato degli Stati Uniti: quella del primo U.S. Marshal afroamericano, Bass Reeves.
Una serie uscita nel 2023, importante soprattutto per il contesto storico in cui è stata rilasciata. Tre anni prima si è verificata l’uccisione di George Floyd e sono nate le proteste del movimento Black Lives Matter. Sono l’espressione di una forte rabbia e frustrazione sociale in cui la comunità afroamericana ha vissuto per anni.
Il verificarsi di questi eventi ha riportato la questione dei diritti degli afroamericani al centro del dibattito pubblico. Ancora oggi la questione richiede impegno, soprattutto alla luce delle recenti dinamiche politiche e sociali degli Stati Uniti. Il contributo di Lawman: la vera storia di Bass Reeves va letto quindi in questo contesto.
Un’ottima serie che, nonostante veda Taylor Sheridan coinvolto solo come produttore esecutivo, porta chiaramente la sua impronta narrativa. Si inserisce così come un tassello significativo non solo del suo universo creativo, ma anche come un’opera capace di riportare alla luce una pagina di storia americana troppo a lungo trascurata.
Tulsa King (2024-)

Tulsa King
Costituisce il personale Padrino di Sheridan, ma è anche una rielaborazione più western e più comica del filone gangster. Tulsa King racconta di un antieroe fuori dal proprio tempo, spaesato, ma capace di imporre le proprie regole in un mondo che non riconosce più.
Con Sylvester Stallone in uno dei suoi migliori ruoli degli ultimi anni, la serie racconta la scalata al potere della criminalità organizzata all’interno del sistema americano, rielaborando il mito delle bande di fuorilegge del vecchio West attraverso il genere del gangster movie. Affronta in particolare la questione storica della mafia negli Stati Uniti, le sue radici nelle famiglie criminali nate negli anni Trenta, come le Cinque Famiglie di New York. Ma si spinge oltre e guarda alle sfide della criminalità moderna.
La scrittura di Terence Winter e Taylor Sheridan, unita alla prova carismatica di Stallone, fonde i generi con intelligenza e personalità, trasformando Tulsa King in uno dei prodotti televisivi più solidi e riusciti del catalogo di Paramount+.
Lioness (2024-)

Lioness
Il Medio Oriente come nuova frontiera, questo è il cuore di Lioness, una delle produzioni più ambiziose di Taylor Sheridan, sostenuta dalla presenza di un cast di grande livello e a una regia funzionale e ben diretta, sempre al servizio del racconto.
Qui Sheridan entra dentro le nuove “truppe federali” degli Stati Uniti: non le giubbe blu all’assalto dei nativi americani, ma un apparato militare e di intelligence ben addestrato e armato fino ai denti in lotta contro i terroristi. La serie prende spunto dal reale Lioness Program, un programma militare dei Marines che prese vita dopo gli eventi dell’ 11 settembre, come espressione di un paese ancora traumatizzato dagli eventi terroristici verificatisi.
La serie racconta della lotta per riportare la pace in Medio Oriente, narrando al contempo le vite dietro le divise, soprattutto di donne vittime di abusi e di violenze. Nel loro ruolo militare, queste donne ritrovano una nuova forza e una durezza che sorpassa quella degli uomini stessi. Inoltre la serie si concentra anche sul tentativo di conciliare sfera personale e professionale e le complesse burocrazie del sistema di sicurezza americano.
Una serie non perfetta e non completamente riuscita come le altre, ma comunque affascinante, in quello che è un chiaro manifesto femminista firmato dall’autore americano.
Landman (2024-)

Landman
La serie affronta uno dei temi più scottanti dell’America contemporanea: quello del petrolio, il proprio “sangue nero” raccontato magistralmente in Il petroliere di Paul Thomas Anderson.
Con uno straordinario Billy Bob Thornton, Landman mette in scena l’ossessione americana per la “nuova pepita dorata”, simile a quella dei pionieri di fine Ottocento. Il petrolio, fonte primaria di potere globale, e le lotte che genera, i conflitti tra compagnie e “bande” rivali. Ma la serie mostra anche il punto di vista degli operai, che finiscono con l’essere le vere vittime di queste guerre economiche.
Se la saga della famiglia Dutton è giunta al termine, nonostante gli spin-off in arrivo, la lotta per il predominio economico e territoriale continua. Lo dimostra Landman, capace di raccontare con ancora maggiore lucidità l’anima contemporanea degli Stati Uniti, in lotta continua per il predominio sugli altri e ossessionati dal potere. La serie si configura così come un grande romanzo moderno sull’America del XXI secolo.
Conclusioni
Da questa panoramica è innegabile che Taylor Sheridan ha costruito tra cinema e televisione l’emblema di un grande romanzo americano, capace di raccontare le fondamenta degli Stati Uniti e ciò che sono diventati oggi. È il ritratto di un Paese a pezzi, che vive le conseguenze delle proprie scelte e vede il proprio passato sfuggirgli lentamente tra le mani.
Alcuni potrebbero giudicare l’opera di Sheridan come una manovra di conservatorismo, espressione di un’ America nostalgica del proprio passato, ma sarebbe una lettura riduttiva.
I suoi lavori raccontano di individui costretti a muoversi in un mondo dove prevale la legge del più forte. In esso, l’identità personale viene messa costantemente alla prova da una nuova forma di colonialismo, quello del sistema capitalistico, e dalla mancanza di moralità e di umanità.
Tutti i protagonisti delle opere di Sheridan sono costretti ad affrontare la fine del mondo in cui sono nati e cresciuti. Il mondo che sopravviene è peggiore, non tanto per l’avanzare della tecnologia, quanto perché impone loro un sistema che tende a schiacciarli e a privarli di ogni senso di appartenenza.
Sheridan racconta tutto questo attraverso un universo narrativo coerente e stratificato, che riprende a piene mani dal cinema di Clint Eastwood e di Sam Peckinpah e dalla letteratura di Cormac McCarthy e di Larry McMurtry. Un immaginario grazie al quale è riuscito a riportare in vita un genere che più volte era stato dato per morto. E forse non è un caso: chi, se non lui, ultimo grande cowboy della frontiera, poteva comprendere fino in fondo il proprio Paese e il genere stesso?