I film di Jane Schoenbrun − A Self-Induced Hallucination (2018), We’re All Going to the World’s Fair (2021) e I Saw the TV Glow (2024) – costruiscono archivi immaginari basati sulla cultura mediale, come leggende di internet, video YouTube e programmi televisivi. Gli schermi sono sempre meno distinti dalla realtà e il contesto audiovisivo diventa strumento di ripensamento del corpo e dell’identità di genere.
Le riflessioni sugli archivi audiovisivi vantano, infatti, numerosi studi sulle loro possibili funzioni nel cinema contemporaneo. Ritagli di cinema, televisione, pubblicità e contenuti multimediali si fanno manipolabili dallo spettatore e garantiscono nuove forme di produzione culturale. L’utilizzo che Jane Schoenbrun fa dell’archivio lo lega anche alle questioni di genere, identità e desiderio.
Un percorso attraverso le sue opere, in attesa del prossimo film Teenage Sex and Death at Camp Miasma.
Il legame tra archivio e identità di genere
Si può partire dalle riflessioni filosofiche sul corpo postmoderno. Il corpo nella postmodernità diventa un territorio complesso: una costruzione non più solo biologica ma fluida, performativa e mediatica, tra identità e consumismo nell’era digitale. Secondo le teorie di Rosi Braidotti, il corpo postmoderno è intessuto con la tecnologia. Questo offre nuove possibilità di ripensare l’essere umano come soggettività in continuo divenire.
Il corpo nel cinema di Jane Schoenbrun diventa luogo di crisi, trasformazione e disconnessione, instaurando una connessione all’esperienza trans e queer. Il corpo è in bilico tra la realtà fisica e la percezione interna, esplorando la disforia di genere e il tentativo di affermazione di sè. Questo avviene attraverso metamorfosi orrorifiche e il passaggio verso dimensioni altre, legate agli universi mediali (le leggende di internet in A Self-Induced Allucination, le challenge su YouTube in We’re All Going to the World’s Fair e i programmi televisivi in I Saw The TV Glow).
Jane Schoenbrun frammenta le aspettative dello spettatore. Lo immerge in mondi di colori brillanti in cui viene meno la distinzione netta tra gli schermi e la realtà – in linea con le riflessioni sulla fruizione mediale contemporanea.

A Self-Induced Allucination: allucinazioni auto-indotte sul web
Il primo lungometraggio di Jane Schoenbrun è un documentario found footage sperimentale, scritto e diretto nel 2018. Composto interamente da frammenti di video su YouTube sul fenomeno online di Slender Man, A Self-Induced Hallucination indaga sul confine labile tra finzione e realtà, in un’indagine vertiginosa sui video di Slender Man, sulla lore dei creepypasta e, in generale, sulla struttura di internet.
Il film è un precursore tematico di We’re All Going to the World’s Fair, iniziando a esplorare l’intersezione tra identità, internet e horror. È anche la riscoperta dell’identità stessa di Schoenbrun. Mentre dirige il film e scrive il secondo lungometraggio, convive con la disforia di genere e inizia un percorso che la porterà, a oggi, ad affermarsi come persona trans e non binaria. Le possibili delle letture sull’esperienza trans e queer diventeranno più esplicite in We’re All Going to the World’s Fair e, soprattutto, in I Saw The TV Glow.
La mitologia di Slender Man
A Self-Induced Hallucination inizia come un desktop documentary e prosegue recuperando materiale found footage. Il film ripercorre la mitologia di Slender Man, inquietante personaggio immaginario protagonista di racconti dell’orrore creepypasta, nato nel 2009 e diffusosi come fenomeno di Internet. Negli anni, emerge una vera e propria sottocultura e Slender Man, tra le altre cose, ispira fan fiction, cosplay, film e videogiochi.
La raccolta di materiali da cui attinge Schoenbrun varia dalle immagini di fotografie manipolate, video YouTube di bambini e reportage giornalistici, fino ai tutorial, alle descrizioni dei sintomi delle sue vittime e ai quiz per capire se si sia stati presi di mira da Slender Man.
Il personaggio, infatti, assume connotazioni particolarmente sinistre e predatorie soprattutto nei confronti dei bambini. Una realtà che trova una violenta svolta nel 2014: una ragazzina di 12 anni viene accoltellata da due amiche, che affermano di averlo fatto per compiacere Slender Man. Il documentario si muove attraverso un serrato montaggio di clip umoristiche e assurde e considerazioni più disturbanti sulla comunità online.
Internet come luogo di frammentazione identitaria e ricerca di appartenenza
In effetti, tra le clip selezionate da Internet, ci sono quelle di chi afferma di essersi sentito accolto nella sottocultura dei creepypasta. La cultura di Internet e il mito di Slender Man mettono in mostra utenti virtuali complessi, in bilico tra realtà e finzione, che scavano insieme nella cospirazione tentando di trovare un senso di appartenenza.
Schoenbrun, quindi, si appropria di clip selezionate da Internet per esplorare la soggettività contemporanea in mutamento, sempre più fusa con i media. A Self-Induced Hallucination è un primo passo verso We’re All Going to the World’s Fair e le sue idee sulla sfocatura delle identità e della collettività nell’era di Internet. Questo sia come cassa di risonanza di cospirazioni e violenza, ma anche luogo in cui gli emarginati trovano – in queste cospirazioni e violenza – un posto in cui si sentono finalmente visti.

We’re All Going to the World’s Fair: un glitch nel sistema
Scritto e diretto da Schoenbrun nel 2021, We’re All Going to the World’s Fair mette in scena Casey (Anna Cobb), un’adolescente da qualche parte negli Stati Uniti che a tarda notte siede da sola nella sua camera da letto, navigando in Internet. Decide di accettare la World’s Fair Challenge, un gioco di ruolo horror online. Mentre inizia a perdersi tra sogno e realtà, una figura misteriosa si avvicina.
Con il suo secondo film, Jane Schoenbrun si riavvicina alla lore di YouTube e ai creepypasta horror degli anni 2000. Non lo fa più attraverso il documentario sperimentale, ma attraverso il lungometraggio di finzione. La sua non è solo una riflessione sulla fruizione mediale contemporanea, sia come spettatori che come partecipanti attivi. Si apre, infatti, anche una chiave di lettura sul legame tra performance online ed espressione della propria identità di genere.
Casey e la nuova esperienza spettatoriale
La navigazione online nell’abisso infinito di YouTube diventa isolante quanto confortante. Un mondo in cui la capacità di realizzare performance audiovisive può costruire comunità, ma anche farti perdere il controllo. We’re All Going to the World’s Fair prevede una challenge, una formula da pronunciare e la documentazione dei propri cambiamenti corporei. Accanto a ritagli di trasformazioni surreali degli altri utenti, anche Casey dà inizio alla sua performance, riprendendosi costantemente finché la distinzione tra media e realtà non inizia a sfumare.
Quella di Casey e degli altri partecipanti alla challenge è, allo stesso tempo, un atipico percorso di affermazione di genere. Invece che nella terapia ormonale e nel percorso psicologico, la ricerca di sé avviene nella documentazione online, ossessiva e performata di un corpo che non si sente come proprio, che sfocia nel surreale e nel body horror.
Casey è presentata come una ragazza dai tratti androgini che trova conforto nella solitudine della sua stanza e nei video su YouTube. Quando entra nello spazio online, la sua è anche una performance di genere. Una messa in scena su Internet che racchiude la necessità di trascendere ad un’altra dimensione, di fondersi con le possibilità concesse dalla rete. Il corpo è un mezzo di auto-determinazione e di cambiamenti che possono spaventare: Casey inizia ad avere episodi di schizofrenia e sonnambulismo, si dipinge di vernice fosforescente e distrugge il suo peluche preferito.
Il corpo in una nuova dimensione tra performance mediale ed espressione di sé
In We’re All Going to the World’s Fair, Casey è sia consumatrice che agente online. I suoi video sfumano i confini tra realtà e schermo: la sua performance online sfida ogni categorizzazione, creando un vero e proprio glitch nel sistema.
Di fronte a questa espressione non binaria del proprio sé, c’è il disagio di JLB (Michael J. Rogers), uno spettatore adulto che maschera la propria identità dietro a un avatar. JLB comunica frequentemente con Casey, tra preoccupazione e curiosità per la sua trasformazione. Non è escludibile una lettura del loro rapporto come una delle sfumature che può assumere il grooming online, ma è anche – e soprattutto – un altro discorso di genere. JLB si nasconde e non partecipa attivamente alla challenge: quindi, non fa nemmeno il passo verso un’autentica scoperta di sé (un po’ come sarà per Owen in I Saw the TV Glow). Casey invece prosegue la sua performance di genere sfidando le categorizzazioni binarie e il netto confine tra umano e tecnologia.
We’re All Going to the World’s Fair è un coming-of-age horror e surreale, in cui gli schermi e il corpo vengono ridefiniti da Schoenbrun, fondendosi insieme in una dimensione trascendente di (ri)scoperta della propria soggettività. Un’esplorazione di sé che è anche risposta a un’autentica disforia di genere, dove lo spazio online diventa luogo in cui poter esistere indipendentemente dai limiti binari del corpo fisico.

I Saw the TV Glow: l’esperienza trans attraverso lo schermo televisivo
Scritto e diretto dal 2024, I Saw the TV Glow è co-prodotto da A24 e dalla Fruit Tree di Emma Stone. Presentato al Sundance Film Festival, il film racconta di Owen (Justice Smith) e Maddy (Jack Haven), due adolescenti solitari negli anni ‘90. Frequentano la stessa scuola e fanno amicizia grazie alla passione comune per la serie televisiva fantasy The Pink Opaque. La trama segue le vicende delle giovani eroine Isabel e Tara, che usano il loro legame psichico per combattere il malvagio Mr. Melancholy. Quando la serie viene cancellata e Maddy scompare misteriosamente, la realtà di Owen comincia a incrinarsi.
Dopo aver affrontato il tema della dissociazione dal mondo fisico e l’identificazione con l’immagine virtuale in We’re All Going to the World’s Fair, Jane Schoenbrun compie una riflessione ancora più esplicita sull’esperienza trans utilizzando l’immaginario televisivo in I Saw the TV Glow.
La televisione come scoperta della propria identità
I Saw the TV Glow è un film tra schermi e portali sulla cultura mediale degli anni ’90, l’alienazione suburbana e la disforia di genere. Un film che si fa anche metatelevisivo: i richiami alle connessioni tra corpo e media attraverso gli schermi di David Cronenberg, l’ispirazione a Buffy l’Ammazzavampiri per The Pink Opaque e il suo antagonista Mr. Melancholy come inquietante reminiscenza del cinema di David Lynch e delle immagini di George Méliès.
In questo omaggio alla televisione degli anni ’90, fatta di luci al neon viola e rosa, colori brillanti e sequenze horror, si muovono le storie parallele di Maddy e Owen.
Owen è alla ricerca di sé al di fuori della vita domestica, confuso sulla sua identità di genere e sessuale. Maddy è una ragazza lesbica più grande di lui che ama The Pink Opaque, percependolo “più reale della realtà”. Entrambi anestetizzati da un contesto suburbano straniante che li emargina e da complicate relazioni familiari, trovano conforto nella loro serie preferita. Il loro disagio esistenziale va oltre alle loro situazioni familiari e all’isolamento a scuola. È una frammentazione identitaria, di fronte a cui la finzione offerta da The Pink Opaque sembra più confortante e reale – come sostiene Maddy – della loro stessa vita.
Pillola Rossa o Pillola Blu?
Quando Maddy fa ritorno in città, racconta a Owen di aver vissuto nella serie TV e che la realtà che hanno sempre conosciuto sarebbe un’illusione architettata da Mr. Melancholy per sconfiggerli. Owen e Maddy sono Isabel e Tara, le protagoniste di The Pink Opaque.
Sono due approcci diversi quelli in cui i protagonisti affronteranno questa rivelazione. Il corpo di Maddy si fonde totalmente con il mezzo televisivo, entrando in un mondo altro tra identità e tecnologia. Maddy accetta la realtà finzionale per sfuggire a una vita straniante e immobile. Per Owen, invece, compiere questo passo è una messa in discussione troppo grande. Alla fine, rimane nella dimensione confortante del sobborgo urbano, spaventato da cosa potrebbe significare entrare in The Pink Opaque. Owen sceglie di non affrontare la realtà della sua identità di genere, crescendo nella mascolinità tradizionale e con un lavoro anestetizzante. Owen decide di non prendere la Pillola Rossa, per citare Matrix delle sorelle Wachowski, un altro film con possibili letture sull’esperienza trans.
La televisione si fa allegoria della transizione di genere e di un nuovo modo di fruire dei media, dove tecnologia e corpo si fondono. I personaggi di Schoenbrun cercano negli archivi multimediali uno scopo e un senso di appartenenza. Nonostante non sia mai esplicitamente menzionata, l’esperienza trans trova spazio nel linguaggio di I Saw The TV Glow. Diventa possibilità di fuga attraverso le dimensioni parallele degli schermi, dove identità online e identità di genere si fanno performance del corpo postmoderno. Un film che «doveva essere per le persone come me», come spiega Jane Schoenbrun in un’intervista a The Guardian.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma: cosa aspettarsi
Teenage Sex and Death at Camp Miasma è il nuovo progetto di Jane Schoenbrun. Previsto in sala per il 7 agosto 2026, vedrà come protagoniste Hannah Einbinder e Gillian Anderson.
Il film è descritto come un meta-slasher dalle tinte queer. Al centro della storia c’è un franchise horror ormai esausto, Camp Miasma, finito nelle mani di una giovane regista determinata a rilanciarlo dopo anni di sequel falliti e pubblico disilluso. Quando la regista decide di incontrare la misteriosa attrice protagonista del film originale – oggi figura reclusa e avvolta dal mistero – la realtà comincia a deformarsi. Le due donne si ritrovano intrappolate in un universo sanguinoso in cui desiderio, paura e delirio si intrecciano, trasformando il rilancio di un brand horror in una discesa vertiginosa nell’inconscio.
Con Teenage Sex and Death at Camp Miasma, Schoenbrun prosegue la sua riflessione mediale (metacinematografica) tra toni horror e tematiche queer. Stavolta l’oggetto della sua dissezione, dopo internet e la televisione, sembra essere il cinema slasher degli anni ’80.

Jane Schoenbrun: l’archivio dell’esperienza queer
L’archivio mediale non è più completamente contenuto tra le mura domestiche o su uno schermo. Diventa tutt’uno con il corpo e le sue modalità di espressione contemporanea.
Jane Schoenbrun introduce l’esperienza trans e queer nella riflessione sul corpo e sui media, creando mondi immersivi tra colori saturi, elementi soprannaturali e horror psicologico.