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Trieste Science+Fiction Festival

“Bulk” di Ben Weathley: un’estetica raffinata per esperimenti da incubo

Il cineasta britannico porta a Trieste un riuscito “divertissement” autoriale

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Negli ultimi anni il britannico Ben Weathley ha dimostrato di saper maneggiare con cura, con indubbia personalità, grosse e impegnative produzioni cinematografiche quale può essere ad esempio Shark 2 – L’abisso: blockbuster senz’altro adrenalinico, folle, ma con qualche sapiente tocco umoristico ad arricchire ulteriormente la ricetta di un sequel, nel quale gli scontri in mare tra il monolitico eroe Jason Statham e i famelici megalodonti sono diventati via via più fantasiosi, iperbolici, elettrizzanti.
Ma come a recuperare “l’artigianalità” degli esordi, il 31 ottobre Ben Weathley ha portato al Politeama Rossetti una ben diversa opera cinematografica. Del resto una kermesse come il Trieste Science + Festival sa come accontentare sia i palati più fini che le aspettative di spettatori con un approccio al cinema di genere decisamente ludico, scanzonato. E in tal senso un “divertissement” come Bulk può mettere davvero d’accordo tutti.

Bianco e nero da antologia

Come si accennava in apertura, prima di dominare il mainstream con Rebecca (2020) o col già menzionato Shark 2 – L’abisso (2023), tale regista aveva dimostrato di saper spaziare tra i generi privilegiando le idee originali e gli approcci inconsueti: un horror disturbante e intricato come Kill List (2011); un thriller intriso di black humour come Killer in viaggio (Sightseers, 2012): e soprattutto l’alchemico I disertori – A Field in England (2013), girato in un elegante bianco e nero, la cui ambientazione ai tempi della Guerra Civile in Inghilterra è già un tocco di classe.
Con Bulk si ritorna un po’ a quella filosofia, raddoppiando la posta. Proprio al bianco e nero così old-fashioned di A Field in England difatti rimanda, per certi versi, questo suo ultimo lungometraggio che riesce a sublimare un’estetica da stiloso B-Movie, ponendola al servizio di un plot labirintico e ricchissimo di citazioni come pure di potenti suggestioni letterarie e iconografiche.
Nel film un pugno di personaggi attraversa almeno apparentemente svariati mondi. A partire, però, da un episodio traumatico e quasi impossibile da contestualizzare con precisione, almeno nelle primissime fasi del così articolato racconto: un’autentica corsa contro il tempo (e in un certo senso nel tempo) ha infatti inizio col rapimento del giornalista Cory Harlan (Sam Riley), che però non è un vero inizio. Attraverso una singolare “anamnesi” cinematografica scopriremo strada facendo che il suo prelievo, supervisionato tra gli altri dall’enigmatica Aclima (Alexandra Maria Lara), è strettamente correlato al precedente fallimento di un esperimento da incubo, fortemente voluto dall’oligarca tecnologico Anton Chambers, attraverso il quale si sono voluti forzare i confini della Natura e della nostra realtà utilizzando pericolosamente la “teoria delle stringhe”.

Psichedelicamente vostro, Ben Weathley

Tra ambientazioni claustrofobiche ed elucubrazioni alla Nolan, tra paranoie alla Philip K. Dick e preziosi richiami tanto al noir che alla fantascienza americana anni ’50, il film-maker britannico è riuscito a dar vita a un oggetto filmico indubbiamente bizzarro. Immagini psichedeliche e altre insolite soluzioni di montaggio accompagnano la visione. E l’uso stesso dei modellini assicura all’impatto visivo del lungometraggio una nota deliziosamente rétro
Per quanto poi l’architettura diegetica del film possa dare a tratti l’impressione di essere un po’ fine a se stessa, di essere funzionale più che altro all’esplorazione di linguaggi cinematografici differenti e di cornici insolite, estemporanee, con imponderabili salti persino nel “war movie”, il sorprendente epilogo saprà dare un senso – e neanche banale, per giunta – a tutti gli accadimenti fino ad allora mostrati.