Perché un volto dovrebbe nascere già mascherato? Quanto peso può avere un alimento imposto? E quando un piatto può diventare la porta di un trauma più profondo? Tre domande che emergono in The Hunger, corto in stop motion della regista cinese Ma Yuehan, presentato al Rome Independent Film Festival nella Short Competition, che ci invitano a osservare una storia che si nasconde dietro i gesti più quotidiani: una bambina, un piatto e la violenza che abita le case quando nessuno guarda.
Ma Yuehan è una regista indipendente che lavora in uno studio d’arte, con un percorso già significativo nel circuito festivaliero: il suo corto The Pure Song è stato selezionato al Toronto International Women Film Festival, al Macau International Film Festival e in altri contesti dedicati al cinema al femminile. La sua poetica si muove lungo un filo sottile ma solido: trauma, identità, corpo, silenzio. Un immaginario simbolico, spesso disturbante, che non cerca di consolare ma di far emergere ciò che solitamente resta sepolto sotto la routine domestica. Nel nuovo corto The Hunger, la regista torna a indagare la violenza sommersa, raccontando la storia della piccola Ci, di sette anni, costretta a mangiare carne contro la sua volontà. Una violenza non solo alimentare, bensì emotiva e psicologica.
The Hunger: la piccola Ci dinanzi al piatto
Sin dai primissimi secondi ci troviamo davanti a un piatto di verdure che si trasformano in carne. Non serve una linea di dialogo: capiamo immediatamente che Ci avrebbe scelto altro, ma che la scelta non le appartiene. Le verdure, simbolo del suo desiderio, assumono la forma della carne per un costrutto sociale imposto dalle generazioni più anziane, in tal caso dalla madre e dal patrigno.

È un tema che si intreccia con quello dei disturbi alimentari, ma da un angolo ancora poco esplorato: non anoressia, non bulimia, bensì il trauma di chi capisce solo crescendo che il proprio rifiuto di mangiare carne non è capriccio, ma identità. Da piccoli è quasi impossibile far accettare una scelta etica o di gusto se la famiglia non la riconosce. Un’allergia oppure un’intolleranza vengono maggiormente comprese, mentre una scelta morale viene spesso calpestata.
L’estetica gotica dello stop motion che sfocia nei sensi di colpa
Il film adotta subito un tono dark, gotico, con un’estetica che ricorda Coraline e il corto Playing God: mani inquietanti che compaiono dal buio, proprio come in Playing God. Ma qui non per creare, bensì per nutrire. Una stop motion che rende ogni movimento viscido, leggermente fuori fase, quindi più disturbante. La carne è resa senza edulcorazioni: cruda, fredda, umida, disgustosa. Di notte, quando Ci prova a dormire, sembra prendere vita, emergere dagli angoli, afferrare la piccola, persino intrappolarla. Come un mostro.
Nell’incubo ripetuto della carne che la insegue, Ci prega Buddha. Non per pietà, ma per colpa:
“Non ne ho mangiato abbastanza.”
Un mantra che i genitori le hanno insegnato: una brava bambina deve mangiare carne.
La religione diventa strumento ulteriore di controllo; lei si confessa, quasi si autoaccusa, chiedendo a un dio di perdonarla per qualcosa che non sente suo.
È un internalizzare la violenza: quando la vittima inizia a pensare con la voce dei carnefici.

La maschera junghiana: l’identità imposta in The Hunger
Ed è qui che entra in scena la teoria junghiana della persona, la maschera. Ci comincia a indossarne una sul volto: una maschera irreale e inquietante. È ciò che i genitori vogliono che lei sia, ciò che la società vuole che lei performi. La bambina la porta davanti al mondo, ma soprattutto davanti a Buddha, ripetendo la bugia che le è stata costruita attorno. William Indick, approfondendo la psicoanalisi per il cinema, arriva alla seguente conclusione:
“Il volto esteriore che solitamente mostriamo al mondo, la parte di noi che lasciamo intravedere agli altri, è la nostra persona. Facendo riferimento alle maschere che gli antichi attori greci indossavano, la persona è la maschera della nostra personalità che noi riveliamo agli altri. È l’abito o il costume che copre la parte di noi che vogliamo nascondere.”
La maschera cresce come cresce la menzogna, come cresce la violenza taciuta. Ci ritroviamo in un vero e proprio incubo psichico subito da una bambina di sette anni. Entriamo nel suo inconscio, iniziando a farne parte. Ma Yuehan, nel video dedicato al RIFF, ha spiegato così le intenzioni dell’opera:
“Il film racconta la storia di una ragazza cresciuta all’ombra della violenza sessuale domestica. Ho cercato di esprimere la sua oppressione interiore e il suo silenzio. Volevamo creare un mondo poetico ma inquietante che invitasse il pubblico a riflettere sulla violenza nascosta all’interno delle famiglie e sulle difficoltà emotive delle donne.”