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‘E se mio padre’: intervista alla regista Solange Tonnini

La regista racconta come la propria infanzia e la storia della famiglia abbiano ispirato la sua opera prima

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Arriva al RIFF il 26 novembre E se mio padre, l’opera prima di Solange Tonnini. Una commedia all’italiana ispirata a una vicenda personale che che guarda all’infanzia con l’ironia e la tenerezza di chi torna sui propri ricordi con uno sguardo sincero e ancora vivo.

Tonnini, che per anni ha lavorato come aiuto regista e regista di seconda unità, sceglie di debuttare dietro la macchina da presa con una storia che custodiva da tempo, una storia “di famiglia”, come la definisce lei stessa: personale, complessa, piena di follia e amore. Aida, la protagonista interpretata dalla sorprendente Margherita Pantaleo, è una ragazzina che inizia a intuire le ombre dietro alle assenze del padre Adriano, interpretato da Massimo Ghini. Accanto a loro, un ottimo cast composto da Claudia Gerini, Dino Abbrescia, Renato Marchetti e persino alcuni membri della famiglia della regista, inseriti come piccoli omaggi affettivi disseminati tra una scena e l’altra.

Un tuffo negli anni ‘80 attraverso gli occhi di Aida 

Ambientato tra Roma e una Anzio che sembra rimasta sospesa negli anni ’80, il film vive di colori pop, costumi accurati e atmosfere che riportano lo spettatore in quell’epoca, ma soprattutto vive del tono leggero con cui la regista sceglie di raccontare un tema potenzialmente drammatico: la doppia vita di un padre e lo sguardo lucido, ferito ma curioso, di una dodicenne che decide di indagare sulla verità.

Solange Tonnini in questa intervista ripercorre la genesi del progetto, le scelte artistiche e il legame profondo con la storia che l’ha ispirata — una vicenda personale trasformata in cinema attraverso il filtro della commedia all’italiana.

E se mio padre è la tua opera prima. Com’è stato girare questo primo film?

Il film è un’opera prima su cui lavoravo da tanto tempo, nel senso che io lavoro nel settore da tanti anni, ho fatto per anni l’aiuto regista e anche la regista di seconda unità. Quindi non era la prima volta che mi avvicinavo alla regia, però questo era il film con cui volevo esordire e ho aspettato parecchio prima di farlo. Mi avevano proposto in passato parecchi film, ma poiché avevo in testa di raccontare questa storia – tra l’altro molto personale – ho deciso di attendere il momento in cui sarebbe stato possibile realizzarla, e ci siamo riusciti. Per me è stata una grande conquista emotiva poter esordire con ciò che desideravo davvero, cosa non semplice e non scontata in Italia.

So che ti sei ispirata a una vicenda personale. Come nasce la storia?

Nasce dalla follia dei miei genitori, dalla loro storia complicata ma meravigliosa, dalla mia famiglia iper-allargata che all’epoca poteva sembrare anomala mentre oggi è una consuetudine. Mi divertiva l’idea di raccontare una storia che è anche drammatica – la scoperta di questo padre che ha due famiglie – però sotto la forma di una commedia in cui questa bambina diventa quasi un investigatore per capire cosa succede nella vita di suo padre. 
Fa collegamenti con la storia di quegli anni, ricollega i comportamenti e le assenze del padre a ciò che avveniva nella storia d’Italia. Ho pensato che potesse essere più divertente e più leggero raccontare una storia che appartiene a tante persone con una chiave di commedia. Amo la commedia all’italiana, mi ispiro a quella, e quindi ho scelto questo tipo di linguaggio.

La scelta del cast 

Mi è piaciuta tanto l’interpretazione di Margherita Pantaleo. Come l’hai scelta per il ruolo di Aida e quali qualità ti hanno colpita?

Margherita ha un temperamento molto simile al mio e un talento naturalissimo. Quando abbiamo fatto il provino non ho avuto dubbi: non poteva interpretare il ruolo nessun’altra. Ha una spontaneità e una bravura naturale e ha colto in pieno lo spirito del personaggio. Chi mi conosceva da bambina mi ha detto che era uguale a me, non fisicamente, ma nel temperamento. Abbiamo fatto un lavoro molto intenso con la coach Sara Sartini – che interpreta Eva nel film – una straordinaria attrice che mi ha sostenuto in tutta la lavorazione del film. 

E invece il resto del cast come lo hai scelto?

Massimo Ghini è mio fratello, questo è a tutti gli effetti un film di famiglia. Lui interpreta mio padre, che nella storia vera non è suo padre. Claudia Gerini l’ho sempre adorata e da anni le raccontavo il progetto, le dicevo che avrebbe dovuto interpretare mia madre, perché solo lei avrebbe potuto farlo straordinariamente, e infatti lo ha fatto.


Dino Abbrescia è un attore e caro amico che stimo tantissimo, gli ho chiesto di interpretare il personaggio più inventato, un misto di amici dei miei genitori. Poi c’è Renato Marchetti, che è lo zio proprio come era mio zio in quegli anni. Ci sono Luca Scapparone e Leonardo Ghini, mio nipote, che interpreta Massimo. Ho inserito piccole cose affettive: in alcune scene Massimo Ghini, cioè Adriano, abbraccia Marcello come se abbracciasse se stesso; oppure c’è una scena in cui Violetta cammina sulla spiaggia e incrocia una donna con un cane: quella donna è mia sorella vera che incontra se stessa. Con gli altri attori abbiamo fatto provini e sono stata molto fortunata perché ho trovato attori straordinari. Una delle cose che mi inorgoglisce di più è quando, finito il film, mi fanno i complimenti per il cast e per la direzione degli attori.

I luoghi 

Il film è ambientato in luoghi che fanno parte della tua storia personale tra cui Anzio. Perché hai scelto di girare il film proprio lì?

Anzio perché ho vissuto tutta la mia infanzia lì ed era il luogo in cui vedevo con più continuità mio padre, perché d’estate era più facile che stesse con noi. Decidere di ambientare il film negli anni ’80 – Anzio è rimasta molto anni ’80 – mi ha facilitato nelle riprese. Roma c’è nel film, la casa è a Roma, e mi piaceva l’idea di metterci il mare, che per me ha un ruolo fondamentale. Infatti il film finisce su una barca a vela, perché ho la passione per la vela. Essendo un film così personale ho osato.

La fotografia 

La prima cosa che ho notato è la fotografia, molto d’effetto e fedele all’epoca.

Quella è stata una mia scelta più che del direttore della fotografia, lui aveva proposto qualcosa di più soft, ma io volevo i colori che ricordavano quegli anni, un po’ più pop e più colorati. Un grande merito va anche al costumista, Giuseppe Ricciardi, che ha creato costumi straordinari che, secondo me, hanno arricchito moltissimo le scene.

La gioia di vedere il film realizzato

Quale emozione hai provato vedendo il film completato?

Mi sono molto emozionata, soprattutto quando ho letto la dedica che ho fatto ai miei genitori, che purtroppo non ci sono più. Se non ci fossero stati loro io non avrei potuto scrivere questo film, nonostante tutta la follia della loro storia. Mi ero già distaccata dalla vicenda personale. Sul set con mio fratello Massimo ricordavamo aneddoti di famiglia, ma emotivamente avevo avuto un distacco dalla mia storia. Però vederlo realizzato è stato un sogno, visto che ci lavoravo da tanti anni.

C’è una scena che, rivedendola, ti riporta una sensazione precisa dell’infanzia?

Sicuramente la cena di Natale. La tavola è apparecchiata con bicchieri, piatti e tovaglie della mia famiglia, una scelta precisa. L’atmosfera natalizia, il casino, la confusione, la malinconia di questa donna che aspetta un compagno che non arriva: è la scena a cui sono più affezionata, insieme alla scena finale della barca.

Alla fine del film Aida scopre la doppia vita del padre: prima c’è un crollo emotivo, poi una rivelazione. È una bambina che matura in fretta. Come hai lavorato su questo equilibrio emotivo?

Lei matura in fretta perché capisce che in famiglia c’è qualcosa che le nascondono. Chiede a Daniel di aiutarla nell’indagine perché suo padre appare e scompare, come succedeva a me. Da bambina mi diceva che era fuori per lavoro. Crescendo, come Aida a 12 anni, si capiscono molte cose, cominci a farti domande. Io pensavo davvero che mio padre fosse una spia, ero convinta. Poi scopri la verità e fai pace con il fatto che comunque è stato migliore di tanti padri. Io l’ho amato moltissimo, è stato il miglior padre che potessi desiderare.

Questo film segna un inizio: che direzione immagini per il tuo percorso da regista?

Continuerò a scrivere commedie all’italiana con un sapore più emotivo. Non film comici, non commedie pure senza morale. Mi piace raccontare film con tanti personaggi, forse perché vengo da una famiglia numerosa. Anche il prossimo film che sto scrivendo è una storia di famiglia, diversa da questa. La mia cifra rimarrà la commedia: Risi, Monicelli, Ettore Scola. Questo è il cinema che vorrei fare.

La tua storia è molto personale, ma credo che molte persone possano riconoscersi in essa. Che cosa desideri trasmettere con questo film?

Che l’amore alla fine trionfa su tutto. Sembra banale, ma quando c’è un amore forte, un legame forte, una bella famiglia che resta unita nonostante le difficoltà, è un messaggio importante quello che passa. L’eredità che mi hanno lasciato i miei genitori è andare oltre le difficoltà, sorridere sempre, cercare il lato migliore delle cose. Noi quattro fratelli siamo unitissimi grazie all’eredità che ci hanno lasciato loro. Bisogna guardare sempre il lato positivo, è vero che abbiamo sofferto, ma alla fine siamo una famiglia meravigliosa, quindi evidentemente c’è qualcosa di buono in ogni cosa.