Domenica 23 novembre, Fuori Concorso al Filmmaker Festival 2025, è stato presentato Écrire la vie. Annie Ernaux racontée par des lycéennes et des lycéens, l’ultima opera di Claire Simon, regista francese che dagli anni ’90 esplora la crescita e l’interiorità dei giovani, indagando le loro emozioni, le dinamiche sociali e i contesti scolastici in cui si formano.
Il documentario nasce da un curioso incontro tra la scrittura essenziale e senza ornamenti di Annie Ernaux e lo sguardo fresco, inesperto eppure sorprendentemente acuto dei giovani. Questi ultimi leggono, assorbono e restituiscono senza mediazioni, con la naturalezza di chi non ha ancora imparato a filtrare i propri pensieri attraverso il giudizio degli adulti. Ne esce un ritratto corale di una generazione che si confronta con l’amore, la sessualità, l’aborto e la famiglia, attraverso la lente della letteratura.
A seguito, l’intervista con la regista Claire Simon.
Nel corso della sua carriera, ha osservato i giovani in diverse fasi della loro crescita: in Récréations, bambini che scoprono se stessi e gli altri; in Elementary, bambini confrontati con la presenza degli adulti; in Premières solitudes, adolescenti alla ricerca di un equilibrio emotivo tra coetanei; e ora, in Écrire la vie, giovani adulti che esplorano se stessi attraverso la letteratura. Cosa la riporta a tornare fra i banchi delle aule scolastiche?
Credo fortemente che i giovani e i bambini siano il futuro. Sanno cose che noi spesso non sappiamo, hanno intuizioni immediate e spontanee. Come documentarista, il mio lavoro consiste proprio nell’andare a incontrare persone che conoscono cose che a me sono ignare. Per questo trovo fondamentale ascoltarli, capire come pensano e come si sentono. Nei bambini piccoli, come in Récréations o Apprendre, quando esprimono emozioni e azioni coinvolgono il loro intero corpo, lo abitano completamente. È bellissimo osservarli. Questo li rende inoltre straordinari attori, nei loro volti si legge tutto ciò che provano.
Anche negli adolescenti e nei giovani adulti c’è questa sincerità: barano pochissimo, e quando lo fanno è evidente, quasi comico. È un linguaggio chiaro, spontaneo, che noi adulti non sempre comprendiamo, ma è estremamente interessante da osservare.
Nel Suo nuovo film, osserva i giovani liceali confrontarsi con i libri e la scrittura di Annie Ernaux. Quale impulso creativo l’ha spinta a raccontare questo incontro?
Inizialmente mi era stato proposto di realizzare un ritratto sul lavoro di Annie Ernaux, ma non mi sento a mio agio nei ritratti di scrittori e, inoltre, esiste già un eccellente film di Michelle Porte, Les Mots comme des pierres – Annie Ernaux écrivain (2013). Rifarlo mi sarebbe sembrato superfluo, e non avrei saputo come farlo in modo originale.
Poi è nata un’altra idea: Ernaux è presente nei programmi scolastici da molti anni, ben prima del Nobel. Sarebbe stato interessante osservare come i liceali si rapportano ai suoi libri e come vi si identificano. Per caso, ho anche scoperto alcuni insegnanti che strutturavano le loro classi attraverso la discussione, ed era esattamente ciò che cercavo. Non volevo filmare una lezione frontale, con l’insegnante che parla tutto il tempo: lo avrei trovato noioso. Così ho avuto fortuna dall’inizio alla fine. Ho chiarito agli insegnanti che mi interessava davvero ciò che pensavano gli studenti, più che quello che “dovrebbero” pensare. Credo che questo sia il nucleo del film.
Molti studenti hanno l’età dei nipoti di Ernaux, e alcuni mi hanno detto: “Dovrei regalarlo a mia nonna, perché racconta esattamente la sua vita”. Ma non si trattava solo del legame con la nonna: alcuni ragazzi si identificavano profondamente con i libri. È una gioventù che raramente viene mostrata in questo modo, perché c’è la convinzione che i giovani vivano soltanto su TikTok e non sappiano nulla. Come documentaristi, invece, abbiamo il compito di prenderci il tempo di mostrare ciò che gli altri non conoscono davvero.
Ho capito subito che il film sarebbe nato direttamente dall’inizio delle riprese. I ragazzi erano intelligenti, curiosi e coinvolti in ogni momento. Una delle prime sequenze che ho girato è diventata poi la prima scena del film. Ricordo una ragazza che legge un passo difficile riguardante un aborto spontaneo e poi ride, mentre gli altri due ragazzi ridono e poi si fanno più seri. Con le sue parole, racconta che se non l’avesse scritto, forse avrebbe dimenticato quell’evento. Questo riflette esattamente ciò che dice Annie Ernaux: “Le cose mi accadono affinché io possa raccontarle”. È affascinante osservare come comprendano la differenza tra una semplice autobiografia e qualcosa che diventa letteratura: come si prende un’esperienza e la si trasforma in un oggetto letterario.
Nel 1991, i bambini di Récréations non avevano quasi coscienza della camera. Oggi, cresciuti con smartphone e autoritratti, gli adolescenti sono più consapevoli della presenza della camera? Questo ha cambiato il suo modo di filmare?
Forse fuori dalla scuola i ragazzi usano TikTok, ma durante le riprese erano felici di parlare e di esprimere le proprie opinioni. Alcuni erano inizialmente timidi, ma presto capivano che ero davvero interessata a ciò che pensavano. Anche quando non erano d’accordo con Ernaux, riuscivano a spiegare le loro ragioni e le emozioni che i libri suscitavano in loro.
L’unico suggerimento che ho dato durante le riprese è stato: “non guardate la camera”, perché parlavano liberamente tra loro e con l’insegnante e non volevo che improvvisamente recitassero per la telecamera. Per il resto, tutto è stato molto semplice: la presenza della camera non li distraeva, non gliene importava. Io passavo da un gruppo all’altro, e loro continuavano a parlare naturalmente. Di solito la videocamera può diventare intrusiva, soprattutto quando il regista chiede “chi sei? cosa vuoi?”. Qui, invece, tutto ruotava attorno ai libri: la camera è diventata uno strumento discreto e naturale, che permetteva agli studenti di aprirsi senza accorgersi della mia presenza.
Scuole e ospedali, come in Notre corps, possono essere luoghi di ansia, paura, talvolta anche trauma. Come costruisce fiducia con le persone che filma?
Non costruisco nulla. Non cerco effetti particolari. Spiego sempre chi sono, cosa sto facendo e perché lo faccio in un certo modo. Nel caso di Écrire la vie, sottolineavo che esistevano già film su Annie Ernaux in cui non si poteva ascoltare nulla dei testi, quindi questa era l’occasione per farlo.
Prima di tutto, non chiedevo agli studenti di leggere: lo facevano gli insegnanti. I ragazzi tornavano spontaneamente ai libri, commentando: “Guarda, dice questo o quello”, e chiamavano Ernaux “Annie”, come se fosse un’amica [ride]. Alcuni passaggi li colpivano profondamente. Bisogna anche dire che in Francia, e temo sia così in molti altri paesi, la letteratura è principalmente studiata dalle ragazze. Di conseguenza, c’erano molte ragazze e pochi ragazzi, ma tutti si sentivano coinvolti nelle discussioni. Non si parlava solo di classi sociali, ma anche di temi come aborto e sessualità. Per le giovani, amore e sesso erano argomenti che le interessavano intensamente.
Prendiamo ad esempio La Femme gelée: i ragazzi sono rimasti scandalizzati nel leggere che una grande scrittrice aveva accettato di vivere una vita domestica così ordinaria, a occuparsi completamente della casa, dei figli, dei pasti e delle faccende quotidiane. A Tolosa, ricordo due ragazze particolarmente colpite da quella realtà. Il film in Super 8 (Annie Ernaux – I miei anni Super8) affronta proprio quel momento: Ernaux fingeva di stare bene come moglie e madre, ma mentalmente cercava costantemente di sfuggire a quella condizione.
Come si sono articolate, nel suo caso, le diverse fasi della realizzazione di Écrire la vie? Ha affrontato una fase preparatoria? o si è affidata alle riprese e al montaggio?
Frederick Wiseman non fa scouting prima di girare: il film è lo scouting.
Ho presentato alcuni suoi film nell’ultima retrospettiva e alcuni li ho visti tre o quattro volte. Solo allora inizi davvero a capire come sono costruiti. Ma io opero la camera, quindi la mia prospettiva è diversa: nella mia testa il filo conduttore è sempre chiaro. A volte, come in due dei miei ultimi film, Apprendre e Garage, des moteurs et des hommes, ho cambiato idea durante le riprese e sono andata in un’altra direzione. Ma il filo principale è rimasto intatto.
Una volta ho avuto la fortuna di fare una Q&A con Werner Herzog e gli ho chiesto se si preparasse prima di girare. Mi ha risposto: “Per niente.” E ha ragione. Un film è un’idea, qualcosa che senti, che cerchi, ma per trovarlo devi essere completamente aperto a ciò che accade. E soprattutto devi ascoltare tutti, essere curioso. È fondamentale. Alcune persone preferiscono scrivere molto prima di girare, per sentirsi più sicure. Ma non è il mio metodo. Io non scrivo mai prima. Scrivo dopo, per cercare i finanziamenti [ride].
Prendi Notre corps, per esempio: avevo semplicemente deciso di filmare in quella clinica ginecologica, seguendo le pazienti dalla giovane età fino alla vecchiaia. Questa era la storia. Non servivano mille pagine. Il resto è scoperta: della realtà, dell’esperienza, del cammino. Per questo non capisco chi scrive tutto prima… perché se parti già sapendo cosa vuoi trovare, è terribile! Vuol dire che non sei aperto a ciò che succede davvero. Certo, una struttura minima esiste. Come gli scienziati che studiano i buchi neri: hanno ipotesi, ma devono restare aperti, fare domande ampie, altrimenti torneranno solo con ciò che sapevano già. Per me il cinema nasce nel contatto con chi filmi.

Anche quando ho girato un film con mia figlia, che aveva 15 anni, era metà fiction: non ho mai filmato senza una sequenza preparata, ero molto libera. Dicevo: “Domani vai a passare la notte in panetteria con il tuo ragazzo e aiutalo a rifare il letto?” Ok, quella era una sequenza. Oppure: “Andiamo a trovare tuo nonno, panettiere e grande appassionato di musica.” Un’altra sequenza. Situazioni semplici, che favorivano azioni e incontri, ma non dicevo mai: “Devi dire questo o quello.”
Lo stesso in Premières solitudes: “Tu e tu, andate a parlare sulla panchina o nel cortile.” E loro parlavano. Sapevano soltanto che il tema era la solitudine e quello bastava. Solo pronunciare quella parola era come una bomba atomica: si sentivano coinvolti, tutti avevano qualcosa da raccontare.
Ecco, questo è ciò che conta davvero: che chi filmi non abbia mai la sensazione che tu voglia tirar fuori da loro una storia precisa. Deve sentirsi libero. Sempre.
In Filmstunde_23, Edgar Reitz torna cinquantacinque anni dopo sui suoi ex studenti, confrontando le immagini del passato con le conversazioni del presente. Si è mai trovata nella situazione di voler ritrovare le protagoniste dei suoi film o delle sue esperienze documentate anni dopo, per osservare l’evoluzione delle loro vite?
Mi è capitato qualcosa di simile con Recreation. Mia figlia, che ora ha 14 anni, è amica di alcuni dei ragazzi presenti nel documentario. Alcuni di loro sono venuti a vederlo, e uno in particolare, che allora era piuttosto cattivo con gli altri, si è sentito terribilmente in colpa. È stato molto divertente da osservare. Quel momento in cui dice al ragazzo sdraiato a terra “ci fermiamo quando piangi”… appena lo ha rivisto è crollato. Ma, sinceramente, non so quanto tutto questo sia rilevante.
C’è una regista ceca [Helena Třeštíková] che lavora sempre così. Ho visto una sua opera [Manželské etudy (“Marriage Stories”), 2006] straordinaria su una coppia che ha seguito per trent’anni, dal matrimonio in poi. È affascinante, non tanto per i protagonisti o per ciò che raccontano, ma per il progetto in sé. Alla fine la donna impazzisce, viene ricoverata, poi torna a casa, ma sta molto male… Lei è designer, il marito architetto, ed è sfinita dal prendersi cura di tutti. Non è mai sola, non ha spazio per sé. L’opera mostra con una forza incredibile quanto sia difficile, per una donna, sentirsi autorizzata a essere individuo, non solo sostegno degli altri. Si vede chiaramente che non ce la fa più: il marito non capisce, nessuno capisce, ma lei è arrivata al limite. È impressionante.
Detto questo, non mi interessa molto quell’approccio che usa semplicemente il passare del tempo come struttura narrativa.
I protagonisti hanno visto il documentario una volta completato?
Non ancora, ma lo vedranno presto. Chi vive lontano da Parigi lo seguirà in TV, all’inizio di dicembre. Gli altri, quelli che sono nei paraggi, possono venire alla proiezione della sera precedente.
Quali film recenti hanno attirato la sua attenzione?
Ho adorato l’ultimo film di Kelly Reichardt, The Mastermind. Al pubblico non è piaciuto, ma io l’ho trovato straordinario. È un poliziesco che narra la storia di un ladro, ma il vero obiettivo non è la trama: è un ritratto vivido degli anni Settanta. Un film incredibile. Al punto che le ho scritto. A Cannes, quando ci siamo incontrate, le avevo detto che First Cow era una risposta ai western (anche questo un film meraviglioso), e che The Mastermind è una risposta a Il Laureato. Lei mi ha risposto: “Oh mio Dio, forse è davvero così”.
Recentemente ho avuto il privilegio di essere membro della giuria di un festival di documentari, e ho potuto vedere opere straordinarie come Imago [Déni Oumar Pitsaev, 2025], La Vie Après Siham [Namir Abdel Messeeh, 2025] e Holding Liat [Brandon Kramer, 2025]. Ho amato anche Yes di Nadav Lapid e One Battle After Another [Paul Thomas Anderson, 2025].
Un sincero ringraziamento a Claire Simon, per il tempo dedicatoci e per la preziosa conversazione che ci ha regalato.