In concorso per la sezione Puglia Show del Festival del Cinema Europeo, il cortometraggio Quand tu dors di Pierluigi e Salvator Rosa. Lo short-movie è prodotto dalla casa di produzione Altalena Film, scritto e diretto dai due registi, e interpretato da Francesca Dell’Acqua e Luigi Ciardo.
Quand tu dors
Matteo (Luigi Ciardo) e Catherine (Francesca Dell’Acqua), sono intrappolati nella tossicità del loro rapporto e incapaci di fuggire dalla loro stanza. Tra incubi e notti insonni, i due si consumano fino a ritrovarsi, in un ultimo momento di contatto, durante una notte tempestosa.
La stanza come laboratorio cinematografico
Ci sono due tipi di cortometraggi. Nel primo caso siamo dinnanzi ad un formato basic, che si impone di rimanere nel recinto della sua struttura e rispetto a questa cerca di adattarsi e di non andare mai oltre. Nel secondo caso, invece, il corto diventa qualcosa di più, un biglietto da visita, una passa porta che valica i confini standardizzati per raccontare linguaggi cinematografici, sperimentazioni e visioni.
È il caso di Quand tu dors dei Rosa , un corto che è anche un omaggio alle avanguardie di un certo cinema anarchico (i due registi ne sono coscienti ed è anche uno dei loro tratti distintivi), senza rimanere, però, come molti prodotti “brevi” nel limbo della semplice citazione cinefila.
Il tema del corto è chiaro ed iper abusato: una coppia in crisi in preda alla loro relazione tossica. Ma è proprio da questo tema, prevedibile e ripetitivo, che il duo registico trae una propria caratura identitaria. Un’originalità estetica che il mondo dei cortometraggi ha visto pochissime volte.
Ci sono almeno tre richiami iniziali, certamente derivativi, ma che i Rosa usano per dire al pubblico in cosa si sostanzia il loro cinema e cosa vedranno fino alla fine.
Un lavoro estetico sconvolgente
Un albero, una caffettiera che ribolle, i corpi dei protagonisti sanguinanti, il tutto accompagnato da una musica diegetica acida, disturbante, psichedelica. Riferimenti che esplicitano il cinema sperimentale dei vari Bergman e Buñuel. Questa è la presentazione visionaria dell’inconscio della storia. Un cold open, delle immagini che diventano, per lo spettatore, cartoline estetiche di un cinema che vive di continua anti-narrazione, sollecitando visceralmente lo sconvolgimento di chi guarda.
Se questo tratto inziale di Quand tu dors serve a direzionare la cifra stilistica autoriale del progetto, lo spostamento e il mantenimento del corto nella stanza (precisamente la camera da letto) risponde anche ad una chiara esigenza di ribellarsi ai generi, ibridando intenzioni e suggerendo implicazioni prettamente simboliche. Il corto unisce la componente del plot relazionale in quella della sua azione. Movimenti che originano non da un dinamismo reale ma sempre da quell’immagine-incubo rispetto alla quale i registi direzionano il cuore di Quand tu dors.
Catherine (una magnetica Francesca Dell’Acqua) parla francese, Matteo italiano rispondendo alla sua amata nella lingua di questa. Un’opposizione linguistica che è già alla base del contrasto della coppia; il personaggio femminile ragiona pigramente con sguardo assente sull’esistenza, ricalcando rappresentazioni centrali in un certo cinema, quello francese di Godard e Truffaut. Ma appena sopraggiunge la notte, il tentativo riuscito dei Rosa è giocare con sfumature horror ed erotiche, evitando il rischio di un romanticismo appena scalfito dall’estetica surrealista.

Il discorso, invece, di Quand tu dors, proprio come Bergman in Persona, è rompere il tradizionalismo filmico e operare una decostruzione dell’ordinarietà delle immagini. I generi non esistono più, e appena scende la notte la stanza diviene un vero e proprio laboratorio creativo di visioni, esagerazioni sessuali, dominio e perdita di controllo. Perché per i Rosa il cinema è verità vista con gli occhi di chi anticipa una visione e sa come realizzarla.
L’uomo sadomaso nella morsa onirica di Catherine
Mentre la notte avanza, e i contorni fotografici passano dalla limpidezza del giorno all’oscurità profonda della camera da letto, Quand tu dors raggiunge le vette più disturbanti introducendo “l’uomo nero” con indosso una maschera sadomaso.
Ancora una volta i Rosa spingono sullo sconvolgimento e sulla curiosità del pubblico. Chi è quell’uomo? Un intruso? Un amante? È frutto di un contorto gioco erotico in cui Matteo ha la parte dell’osservatore inerme e consenziente? Un dubbio legittimo che in un primo momento potrebbe anche farci presupporre un cambiamento di narrazione: puntare tutto sulla perversione sessuale per risvegliare gli istinti primitivi di una coppia al giro di boa.
Il plot point dello short-movie, l’uomo nero-abusatore, è forse l’unica immagine non decostruita, il riferimento più calzante allo stile del cortometraggio. Il lavoro dei Rosa ondeggia, difatti, tra l’horror e alcune delle sue variazioni. È un gore horror, uno slasher, un horror psicologico con un’impalcatura onirica. Tutto questo è Quand tu dors.

Una storia di relazioni in declino e proiezioni oniriche
Catherine, l’impersonificazione delle conseguenze della tossicità relazionale e patriarcale, è imprigionata nella stanza così come è bloccata nel suo rapporto con Matteo. Un personaggio quindi molto polanskiano nella sua tendenza a scivolare irrefrenabilmente in un trittico emotivo di follia, incubo e desiderio.
E l’uomo nero, nella visione dei Rosa, rappresenta il suo confrontarsi con le proprie paure emotive, rinchiudersi al proprio interno: essere inerme e ribellarsi alla propria condizione. Il corto gioca molto su questo, su una tensione psicologica esteticizzata fino alle estreme conseguenze di un film di genere. Un rischio calcolato che il duo registico riesce bene a diluire in un minutaggio ridotto e funzionale alla rappresentazione femminile. Una donna che sembra essere mobile ed evolutiva solo nella sua immagine-incubo, ritornando inerme nella sua immagine-realtà.
In conclusione, Quand tu dors si configura come un cortometraggio sperimentale che va oltre la brevità del suo formato, trasformando il mondo chiuso della stanza in uno spazio aperto di estetiche e mutazioni psicologiche. Attraverso l’ibridazione di horror, erotismo, e anti-narrazione, lo short-movie propone una lettura onirica e originale delle relazioni contemporanee. Un linguaggio visivo provocatorio e profondamente originale capace di lasciare una forte impronta in questa edizione del Festival.