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Festival dei popoli

‘Sambizanga’, l’epopea anticolonialista nello sguardo di Sarah Maldoror

Il primo lungometraggio della grande regista franco-guadalupiana, in proiezione nella retrospettiva a lei dedicata al Festival dei Popoli 2025

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Nel ricco e interessante panorama della 66ª edizione del Festival dei Popoli, la retrospettiva dedicata all’indimenticabile Sarah Maldoror, nata in Francia ma originaria della Guadalupe, rappresenta una scelta d’indiscutibile pregio non soltanto per l’intrinseco valore della stessa regista e attivista scomparsa nel 2020 – considerata una pioniera di quel cinema del continente africano dove ha lavorato e vissuto per molto tempo -, ma anche per l’attualità del messaggio contenuto nelle sue opere, rivolte ai temi della giustizia sociale e dell’emancipazione dei popoli.

Il cinema impegnato e rivoluzionario di Sarah Maldoror

Uno sguardo, il suo, particolarmente attento all’Africa e a quei movimenti anticolonialisti che, a partire dalla seconda metà del Novecento, ne hanno caratterizzato la storia.

È in questo contesto che Maldoror intraprende il suo percorso da filmmaker, esordendo come assistente di Gillo Pontecorvo ne La battaglia di Algeri (1966), iconica pellicola sulla lotta algerina per l’indipendenza dalla Francia.

Da qui un cammino che la vede sempre più engagée nelle questioni legate alla liberazione dei paesi africani e alla difesa della loro identità, e che la porta a esordire dietro la macchina da presa nel 1968 con Monangambééé, cortometraggio ambientato in Angola, attraverso cui si denunciano le violenze della polizia coloniale nei confronti dei detenuti autoctoni.

Un’opera, questa, che può in qualche modo ritenersi il prologo del primo lungometraggio della regista franco-guadalupiana: Sambizanga (1972).

Sambizanga, il racconto di una famiglia “ribelle” ai tempi del colonialismo

La pellicola – presentata alla kermesse fiorentina assieme ad altre undici opere di Maldoror – narra le vicende di Domingos Xavier (Domingos de Oliveira), un giovane trattorista nero aderente al Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola.

L’uomo vive con la moglie Maria (Elisa Andrade) e il loro piccolo figlio Bastiao in una modesta capanna di paglia e fango.

Una mattina, la polizia coloniale cattura Domingos e lo trasferisce in una prigione della città di Luanda.

Maria prova a chiedere alle autorità locali dove si trovi esattamente il suo compagno, ricevendo però risposte vaghe e imprecise. La donna tuttavia non demorde, e così, mentre Domingos subisce le torture dei propri carcerieri, intraprende assieme al piccolo Bastiao un viaggio alla sua ricerca.

Nel frattempo, alcuni militanti anticolonialisti si attivano a favore dell’uomo arrestato.

Le connessioni di Sambizanga con la storia personale di Maldoror

Considerato il capolavoro del cinema impegnato e rivoluzionario di Maldoror, Sambizanga – così come il citato Monangambééé – è ambientato nell’Angola colonizzata dai portoghesi. Una collocazione storico-geografica che, inevitabilmente, va a costituire il trait d’union tra il cinema dell’autrice e le sue vicende personali, legate al matrimonio con Mário Pinto de Andrade – scrittore, politico e attivista leader del Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA) – e alle vicissitudini ad esso connesse.

Un elemento, questo, che contribuisce a sfumare i confini tra realtà e finzione, e a ribadire quel principio di verità che sottostà all’intero corpus filmico maldororiano.

Sambizanga, un film militante e resistente

Un cinema, il suo, combattivo, schierato e focalizzato sull’attualità, che in Sambizanga – basato sul libro A vida verdadeira de Domingos Xavier di José Luandino Vieira – prende le mosse da una giovane famiglia angolana per dar corpo a una denuncia delle violenze e dei soprusi dei bianchi colonizzatori nei confronti dei neri colonizzati.

Una dinamica ricchi/poveri in cui questi ultimi vengono descritti – contrariamente ai cliché narrativi dell’epoca – come attivi e consapevoli: non soltanto il protagonista Domingos e gli altri membri del MPLA, ma anche la stessa Maria, al cui sguardo Maldoror perlopiù si affida.

Un punto di vista femminile che spesso tornerà a essere adottato dall’autrice, e che qui viene messo in scena attraverso una sorta di polveroso road-movie. Una piccola ma tenace epopea del quotidiano – affidata all’intensa interpretazione di Elisa Andrade – grazie alla quale, attraverso gesti di solidarietà inter pares e atti di coraggio, è possibile scorgere i tratti simbolici della resistenza e della ribellione al potere.

Lo stesso che, nonostante la propria virulenza, non riesce a spezzare i legami più profondi e autentici. Esattamente come ci mostra Maldoror per mezzo dell’efficace ricorso a un montaggio alternato che sembra voler ancor più compattare non soltanto Maria e il suo Domingos, ma anche gli altri compagni di lotta.

È tutto ciò che ha fatto di Sambizanga una pietra miliare del cinema africano. Un capolavoro militante e poetico attraverso cui si perpetua l’insegnamento di Sarah Maldoror: la visione dell’arte come necessario strumento di conoscenza e d’impegno politico e civile.

Sambizanga

  • Anno: 1972
  • Durata: 98'
  • Genere: Drammatico
  • Regia: Sarah Maldoror